Convegno Nazionale Anlaids, Venezia, 1992

La persona con Aids e l’auto-aiuto come affermazione di umanità
VI Convegno Nazionale ANLAIDS, Venezia, 23 novembre 1992

È possibile accettare la malattia che tutti temono e nessuno vuole avere? Ed è possibile salvaguardare l’identità di persona nonostante gli assalti dell’opinione pubblica, dei medici, dei famigliari e dei volontari?

La diagnosi di Aids attualmente consegna l’individuo in ostaggio alla classe medica e all’assistenzialismo organizzato. Una ulteriore spoliazione viene spesso operata da una psichiatria e una psicologia tanto interessate a “spiegare” quanto poco disposte a capire. La medicalizzazione diventa l’unica possibilità di sopravvivenza, recitare la parte del paziente modello (tutto compreso nel ruolo di oggetto privilegiato della scienza) è ciò che rimane dopo la disintegrazione della soggettività e la confisca del destino da parte della medicina. /p>

I residui di umanità saranno occasione di baratto tra i famigliari e le associazioni filantropiche, anche l’esigenza di una solidarietà di facciata verrà così soddisfatta, incoraggiando forme approvate e finanziate di mummificazione e alienazione dei malati.

Per sopravvivere agli agguati dei tanti nemici e dei presunti amici, la persona con Aids è costretta per lo più a cadere nella negazione e nella rimozione, lasciandosi andare alla corrente regressiva e alternando nella dipendenza passività ed aggressività. Con la perdita dell’identità, della libertà, del tempo e della lontananza, chi ha l’Aids si ritrova ad essere vivo per la morte e morto per la vita.

Se in un momento di lucidità e follia concepisce il desiderio di ri-conoscersi in un simile e di capire l’essenziale della propria condizione, l’incontro con l’esperienza dell’auto-aiuto (come lavoro in gruppo e filosofia esistenziale) può innescare un percorso di ascesi che mira a trasformare l’irrevocabile e dolorosa “diversità” della malattia in qualcosa di cui poter esser fieri e di utile per gli altri uomini.

Prendersi sul serio, rafforzare l’autostima, aspirare ad una dimensione morale e spirituale diventano allora gli strumenti per perseguire e forse conseguire l’obiettivo della convivenza. La valorizzazione della specificità della condizione di persona con Aids dal punto di vista culturale e sociale (rifuggendo dalle banalizzazioni e dal corporativismo legati ad una concezione materialistica della sieropositività), possono portare ad esaltare ciò che vi è di universale ed eterno: convivere con l’incertezza e con l’idea della mortalità, infatti, è parte integrante dell’esistenza ed è un compito evolutivo fondamentale per l’uomo.

Mattia Morretta

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