I piccoli nel pozzo dell’abuso

I piccoli uomini nel pozzo dell'abuso

In questi ultimi anni numerose inchieste e ricerche hanno posto sotto gli occhi di tutti la questione dell’abuso sessuale esercitato nei confronti dell’infanzia. Un tema capace di scatenare forti reazioni emotive nell’opinione pubblica, ma lo scandalo e lo scoop giornalistico non sono l’ideale per affrontare un problema di proporzioni inquietanti. Forse non si tratta tanto di un fenomeno in crescita, quanto di una graduale riduzione dell’omertà.

Le cifre parlano chiaro e rivelano come ci sia ben poco da intenerirsi quando si parla della condizione dei bambini nella nostra società e in particolare nella famiglia. Secondo stime ufficiali, in Italia si registrerebbero circa 8.000 casi all’anno di violenze sessuali su minori, il 65% delle quali commesse dai genitori o da altri parenti adulti.

Poca cosa, in verità, ispetto al numero di violenze fisiche e psicologiche cui sono sottoposti fra le mura domestiche: uno su tre viene duramente maltrattato e uno su sei subisce veri e propri atti di sadismo con ferite talora gravi (ogni anno, in Italia, 250 bimbi muoiono per percosse!).

Se poi si pensa che il 10,4% delle morti dei ragazzi sotto i dieci anni è dovuto alla trascuratezza dei genitori, si comprende come l’infanzia non sia quel paradiso di cui si favoleggia. Il focolare è spesso un inferno.

Rispetto alle classiche sevizie fisiche, quelle sessuali sono più difficili da rilevare, sia perché vengono denunciate molto di rado sia perché gli esami medico-legali non vengono effettuati sistematicamente. Difficile, del resto, è provare un attentato sessuale in una situazione in cui il minore è psicologicamente svantaggiato di fronte all’adulto e allo stesso medico.

Non sempre si ha a che fare con deflorazioni imenali o fissurazioni anali, e comunque non è possibile risalire all’epoca del fatto quando l’esame è attuato in ritardo. Inoltre è complesso accertare la verità sull’accaduto poiché gli accompagnatori sono in genere reticenti e il bambino può avere diversi motivi per tacere o per raccontare frottole.
Inoltre, le conseguenze della denuncia non sono mai leggere, vuoi per l’ovvio allontanamento dalla famiglia, vuoi per le ritorsioni degli altri familiari.

La violenza sui bambini coinvolge tutte le classi sociali, ma i casi che giungono alla cronaca riguardano per lo più famiglie di sottoproletari o di emigrati con disadattamento sociale e varie patologie psichiche. Certo, genitori alcolizzati, cattive condizioni abitative e indigenza economica rappresentano situazioni a maggior rischio, però anche i figli del benessere non sono esclusi dalla casistica.

Quanto alle violenze fuori casa, la tendenza a scivolare sul tema del “mostro” indica come si tenti in tutti i modi di trasferire fuori dalla normalità qualcosa che non si vuol riconoscere né fronteggiare lucidamente. La stampa si accanisce contro l’emarginato che attenta al pudore della ragazzina all’uscita di scuola, oppure dipinge a fosche tinte colui che avvicina il bambino nel parco giochi o in ambiti ricreativi e sportivi. Così facendo, tuttavia, si crea solo gran confusione.

I “veri” pedofili non uccidono né hanno comportamenti sadici, sadismo e infanticidio caratterizzano, per fortuna, un gruppo minoritario e particolare di individui disturbati. Del resto, il “mostro” è spesso tutt’altro che vecchio e bavoso, come vorrebbe la fantasia popolare, ma anzi bello e ben vestito.

Lo psicoanalista Dino Origlia sostiene che i pedofili sono uomini con personalità infantile che vanno aiutati a superare il blocco psicologico che li trattiene nel mondo dell’infanzia. Come bambini essi si ecciterebbero alla vista di un “coetaneo” o di una “coetanea”, anche se sottomettere il più debole alle proprie voglie ha la sua importanza, più potere che sesso. D’altra parte, molte persone rivelano in analisi fantasie erotiche, che rimangono puramente tali, con i bambini come oggetto.

Se quando le violenze avvengono in famiglia spesso si cerca di nasconderle, a volte quando è in gioco un estraneo si rischia di trasformare episodi minori in tragedie, sia per la “vittima” sia per il “seduttore”. È stato dimostrato che talvolta la violenza era frutto solo dell’immaginazione e dell’apprensione di madri nevrotiche. Evidentemente, è più facile collocare tutto il male per "i piccoli" al di fuori della famiglia di origine.

C’è da riflettere sulla disparità e la sproporzione dei fatti. Alcune persone si sono trovate alle prese con una giustizia inflessibile, che ha distrutto anni di carriera e di buone relazioni sociali, perché avevano toccato un bambino (pediatri compresi). Di converso, il padre che picchia il figlio non fa che esercitare un’autorità riconosciuta e difficilmente i vicini di casa o i parenti si sognano di segnalare episodi di maltrattamenti di cui vengono a conoscenza o di cui sono testimoni.

Un velo di silenzio e di imbarazzo viene calato attorno al caso di abuso sessuale in famiglia, con la scusa di voler evitare al bambino ulteriori traumi. Tra i parenti prevale la solidarietà a dispetto del clima malsano che si respira all’interno della famiglia, mentre i genitori piuttosto che consigliare ai bambini di stare attenti all’uomo con le caramelle nei parchi, dovrebbero mettere in guardia i figli dalle loro stesse sevizie.

Dice l’avvocato Francesca Ichino: “La triste realtà dell’abuso sessuale di bambini coinvolge, per la grande maggioranza dei casi, padri, madri, fratelli, patrigni, nonni, zii e amici di famiglia, e solo in misura marginale estranei sconosciuti al bambino. È vero soltanto che mentre l’abuso compiuto da estranei viene più facilmente segnalato, quello in famiglia viene più gelosamente nascosto, in un intrico di complicità e di ricatti psicologici che spesso aggrava la situazione del minore”.

Quando il caso viene scoperto perché la ragazzina resta incinta, in genere la vittima risulta più sconvolta per la reazione della gente che per il fatto in sé. Spesso, infatti, ella crede che al padre sia tutto dovuto e ciò grazie anche al comportamento della madre, che in genere sostiene di essere all’oscuro di quanto avviene sotto il tetto familiare oppure finge di non sapere niente pur di salvare l’unità della famiglia, quando addirittura non è complice delle sevizie inferte alla figlia dal marito o da altri parenti.

Gli esempi offerti dalla cronaca abbondano: dalla bambina che si occupa della casa, dei fratelli e del padre alcolista, perché la mamma è malata e per anni è gioco forza oggetto dell'interesse morboso del padre; alla ragazzina coinvolta in una storia di atti di libidine a 12 anni la cui madre rifiuta l’intervento degli assistenti sociali, ma la “vende” ai cronisti locali in cambio di denaro.

Eva Thomas, nel suo libro-denuncia Le viol du silence (Lo stupro del silenzio), ha raccontato la sua personale vicenda dopo trenta anni di conflitti. A 15 anni viene violentata dal padre, per altro molto amato. La sua famiglia, di modeste origini, è cattolica osservante ed ella chiede consiglio al sacerdote. Si sente così rispondere: “Lo devi dimenticare”. Allora, per l’onore della famiglia, essa si chiude in un silenzio che la conduce quasi sull’orlo della follia.

La protagonista (che ha fondato l’associazione “S.O.S. incesto”) accusa non solo il clero e la morale, ma anche gli psicoanalisti. Essi, a suo dire, minimizzerebbero la portata dell’incesto oppure lo ridurrebbero ad una questione di immaginazione troppo vivace. In virtù del complesso di Edipo, inoltre, la figlia desidererebbe il padre e perciò sarebbe sempre in qualche modo consenziente.
La Thomas chiede che nelle scuole si insegni alle bambine che non sono “le bambole” dei loro genitori e che possono ribellarsi ai loro abusi.

A sua volta, il neuropsichiatra infantile Ernesto Caffo (dell’Associazione italiana per la prevenzione dell’abuso dell’infanzia) sostiene che “è necessario insegnare ai bambini la conoscenza del proprio corpo, dei comportamenti sessuali appropriati, come opporsi ad una aggressione sessuale e chiedere aiuto in caso di bisogno”.

Occorrerebbe creare figure di riferimento di cui il bambino possa fidarsi all’occorrenza. A tale fine sono stati attivati centralini telefonici per la segnalazione di ogni tipo di abuso (il Centro per il bambino maltrattato e il Centro aiuto alla famiglia in crisi) e il cosiddetto “telefono azzurro” con numero senza prefisso e gratuito.

Tuttavia, l’incesto ha a che fare con un problema familiare più complesso della semplice violenza fisica. Qualcosa non va nelle dinamiche parentali, spesso nell’arco di diverse generazioni. Siamo di fronte a un problema sociale di cui l’intera società deve farsi carico.

Mattia Morretta
Testo originale "Quando l'infanzia è vittima", Fascicolo n.85 Enciclopedia Amare, Gruppo Editoriale Fabbri, 1987

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