Il sesso in gabbia (carcere e istituzioni restrittive)

Il sesso in gabbia

È risaputo, ma si tende a non parlarne. Può capitare allora di sentir proporre la distribuzione di profilattici ai detenuti e ai militari e di non capire bene a quale scopo. Eppure il problema della sessualità nelle istituzioni chiuse esiste e causa gravi disagi.

Paradossalmente, l’invocazione del pudore o del rispetto della privacy funziona in questo caso a scapito della dignità e l’ipocrisia serve ad ignorare una realtà scomoda.
Si preferisce fare finta di niente perché altrimenti si dovrebbe riconoscere il modo degradante in cui è costretta a esprimersi la dimensione sessuale in tutti quegli spazi che si fondano sulla restrizione della libertà.

Carceri, ricoveri per malati mentali, caserme, istituti di rieducazione configurano situazioni diverse fra loro, ma condividono il silenzio sulla vita sessuale dei loro “ospiti”. Tali persone si trovano per mesi o anni sradicate dal contesto famigliare e affettivo, proiettate lontano dalle consuetudini dell’esistenza e quindi anche dalle opportunità sessuali.

I rapporti erotici e sentimentali soggiacciono a brusche interruzioni e vengono talvolta distorti in modo irreparabile, poiché molte variabili intervengono a mutare le condizioni di partenza.

Chi ha la fortuna di contare su un partner paziente e coraggioso può almeno sperare nella ripresa dei contatti al termine del periodo di separazione, oppure nel conforto intermittente. Gli altri devono fare i conti con un isolamento a volte disperante e lottare per conservare la disponibilità all’affetto.

I soggetti più fragili rischiano di veder sconvolto l’equilibrio, magari precario, raggiunto in precedenza o di restare stritolati dagli ingranaggi di un meccanismo che non prevede risposte per tutte le complesse esigenze personali.

La sessualità in pratica è o dimenticata, come se l’individuo ne fosse esente, oppure oggetto di sarcasmo e allusioni meschine. Relazioni affettive e sessuali “positive” possono nascere ovunque, però nei luoghi di reclusione il sesso si muove su un terreno minato.

La masturbazione diviene una sorta di rimedio omeopatico per tenere a bada il desiderio, anche se la mancanza di vera intimità ne fa un atto deludente e spesso poco erotico. Ansia, vergogna, frustrazione impediscono una ricerca serena dello stesso piacere “solitario” e stravolgono il senso di ogni gesto fisico.

Pur nell’isolamento, a volte totale, sembra non esistere più uno spazio personale e prevale la sensazione di una espropriazione dell’identità sino alle radici dell’essere, dal piano corporeo a quello delle fantasie erotiche.

Del resto, dopo una fase di disgusto e scoramento, diventa d’obbligo cercare di “arrangiarsi” alla bell’e meglio. Il sentimento di non avere scampo è diverso da quello della mancanza di libertà e conduce alla paralisi dei moti vitali, con una assuefazione completa o con comportamenti disordinati e in qualche modo distruttivi.

Più l’istituzione è autoritaria e basata su criteri punitivi, più l’individuo viene spogliato di ciò che caratterizza la sua personalità anche dal punto di vista sessuale, a favore di una identificazione con un numero o una uniforme.

È quasi impossibile resistere all’ingiunzione di entrare nel gioco perverso di violenza subita ed esercitata che pervade ogni sistema rigidamente gerarchico. La legge della giungla domina coloro che si trovano nel ruolo di sottoposti o di devianti rispetto all’autorità ufficiale o riconosciuta.

Molti elementi concorrono a determinare le modalità concrete di manifestazione del sesso in ambito carcerario o in comunità chiuse.
In tali luoghi di “cattività” non si può certo dire che le condotte sessuali dell’animale uomo siano autentiche, dal momento che manca la possibilità di scegliere. Tuttavia è vero che vi si può riconoscere il concorso di fattori istintuali e culturali in forma semplificata rispetto alla più vasta società.

È noto che le pratiche omosessuali sono generalizzate nelle collettività maschili isolate, e questo da sempre, per quanto in modi differenti a secondo della cultura. Si va dai rapporti erotici fra uomini nella Grecia antica, quale necessario presupposto di una educazione virile, alle coppie di amanti regolamentate fra i corsari del Settecento.

Un secolo fa il dottor H.D. Wey scriveva a proposito di un penitenziario di New York: “Non so con esattezza quanti prigionieri invertiti abbiamo qui. Nei momenti di pessimismo sarei disposto a pensare che lo siano tutti; ammettendo che siano l’80% sono molto vicino alla verità”. Riguardo alla Legione Straniera, K.H. Ulrichs arrivava a precisare, in maniera un po’ pettegola, che i legionari spagnoli, francesi e italiani svolgevano il ruolo di amanti, mentre gli svizzeri e i tedeschi quello di “amiche”.

Chi se n’è occupato negli anni scorsi sostiene che nelle carceri l’omosessualità sia ampiamente praticata con percentuali che giungono al 100%. Non sono mancati scrittori che hanno guardato all’atmosfera delle case di pena con “simpatia”, per così dire, sottolineando il carattere erotico dei rapporti di potere al loro interno.

Non pochi uomini fantasticano e trovano eccitante l’atto sessuale in condizioni di subordinazione e assenza di libero arbitrio, come in caserma o in galera. È innegabile che i sistemi giudiziario, poliziesco e militare siano intrisi (loro malgrado?!) di connotazioni sessuali proprio in virtù della erotizzazione sadomasochistica della logica del dominio.

D’altronde, quanto più una cultura è fondata sul culto della forza e della virilità, tanto più si assiste a una vera e propria omofobia, che contrasta con l’omoerotismo di continuo sollecitato dalla valorizzazione narcisistica della maschilità.

Ciò implica che sia qualcosa di più della semplice mancanza della figura femminile a spiegare l’attività omosessuale tra maschi reclusi, anche perché non sono rari gli esempi di segregazione ricercata, in cui cioè l0altro sesso è deliberatamente escluso (conventi, presidi militari, etc.).

L’antropologa Ida Magli sostiene che tutta la storia andrebbe rivista sulla base di una omosessualità centrale e determinante nel modello socioculturale. I maschi in qualche misura si sono sempre organizzati per stare preferenzialmente tra loro e privilegiare le interazioni virili, relegando la donna in un ruolo secondario, pur sotto l’apparente mitizzazione vuoi come madre vuoi come oggetto di desiderio.

In effetti, dove vige una rigida separazione fra maschi e femmine, la presenza ideale dell’altro sesso diviene ossessiva in quanto difficile da raggiungere, evocato perciò nella fantasia e nel linguaggio; eppure si tratta di una eterosessualità “artificiale” che estremizza i dati tipici di ciascun sesso imponendo ruoli inautentici.

La psicoanalista Luce Irigaray parla di una cultura “uomo-sessuale” ovunque regnate e proibita all’uso, il che serve per il buon andamento dei rapporti fra uomo e donna. Si pensi, ad esempio, alle bande giovanili in cui ogni componente punta al riconoscimento della propria virilità da parte degli altri in cui la femmina ha funzione di mezzo dimostrativo.

Lo stare virilmente a contatto suscita una ambiguità che il gruppo cerca di espellere perché non è in grado di tollerarla. Un capro espiatorio interno od esterno sarà allora cercato per scaricare la tensione omoerotica del clan.

Analogamente a scuola o sul posto di lavoro, se il diverso non c’è, viene creato ad hoc per far fronte alle paure che nascono nei maschi quando i modelli di riferimento insistono su virilità e vigore.

Così pure, quando si pensa ai reclusi vengono in mente le descrizioni delle grandi comunità maschili agli albori della storia, nelle quali regnava la sovranità dei maschi riproduttori e i rapporti di asservimento e dominio erano sessualizzati.

E ancora, le cerimonie di sottomissione fra le scimmie, con tutti i connotati omosessuali, ci ricordano che “la sovranità, in atti o in parole, è sempre associata a un coito anale simbolico”, come scrive Serge Moscovici.

La relazione sessuale, dunque, si innesta su quella di autorità e si confonde con essa. Negli atti omosessuali fra carcerati si esprimerebbe perciò qualcosa di arcaico e di originario, dando in un certo senso una interpretazione letterale dei rapporti di potere tra maschi, di norma mediati dai ruoli sociali e dal linguaggio.

C’è molto più, dunque, di un bisogno sessuale frustrato e di uno sfogo degli istinti. L’ambiente induce un certo tipo di esperienza grazie al clima generalizzato di violenza e di riduzione ai minimi termini, in cui istintualità e forza fisica prevalgono su tutto. È come se si tornasse indietro nel tempo e allo stesso momento si portasse alle estreme conseguenze il problema della identità maschile tipico delle culture più patriarcali e misogine.

Da qui le rivalità, le prove di potenza, l’adescamento e l’abuso sui più giovani e i più indifesi, l’iniziazione alla società dei “veri” uomini con i suoi rituali brutali e mortificanti.

Non è casuale che vi si trovi la pratica del tatuaggio in quanto attributo virile che segna in modo indelebile l’appartenenza a una sottocultura a uso e consumo esclusivo dei maschi.

Ogni generazione di uomini cerca di superare le competizioni tra i suoi membri rivalendosi su quella successiva e imponendo l’atto omosessuale quale emblema di potere assoluto sulla vita dei nuovi arrivati. Qualcosa di simile accade anche nell’esercito in quello che bonariamente è definito fenomeno del “nonnismo”.

Guai però a essere davvero omosessuali! Chi è gay in tali circostanze diventa facilmente valvola di scarico di malesseri e tensioni e può sperare di farla franca solo accettando il ruolo di oggetto passivo compiacente e un po’ stupido (una femminuccia inoffensiva).

Naturalmente, le carenze affettive e l’induzione a viversi come nullità esasperano ancor più la questione sessuale, che viene a essere occasione di affermazione ultima dell’identità e sfogo dei più diversi conflitti.

La pratica omosessuale negli istituti di pena e rieducazione non può essere considerata né un’autentica espressione della dimensione sessuale né una iniziazione all’omosessualità. È qualcosa di più complesso anche della distinzione fatta da alcuni autori fra “atto libidinoso” e “atto omosessuale”.
Non è solo un surrogato e non è neppure frutto di un effettivo desiderio omosessuale.

Quanto alle conseguenze, accanto a studiosi che minimizzano gli effetti di tali esperienze e considerano scontato il ritorno ad attività eterosessuali dopo il periodo di isolamento, ve ne sono altri che enfatizzano l’influsso negativo dell’omosessualità indotta.

La psicopedagogista Bianca Maria Elia parla di “una trasformazione della personalità profonda fino al disorientamento completo della tendenza sessuale e alla distorsione dello stesso oggetto naturale d’amore, anche in personalità originariamente eterosessuali”.

Che il carcere o il riformatorio facciano diventare omosessuali è del tutto improbabile; al limite possono portare a condotte bisessuali in soggetti predisposti. Il vero grave problema, in realtà, è la violenza che è in grado di ledere spiritualmente la fibra personale lasciando nell’intimità cicatrici sovente indelebili.

Sono la brutalità, il sopruso e l’effrazione a segnare profondamente l’essere umano e a renderlo semplice anello di una catena di abusi.

L’eccezione è tuttavia sempre possibile. Lo scrittore omosessuale Manuel Puig nel famoso romanzo Il bacio della donna ragno, da cui è stato tratto l’omonimo film, ha descritto il tenero amore fra due detenuti, uno gay e uno eterosessuale.
Il primo apprende dall’altro il coraggio e l’impegno politico, ma in cambio insegna al secondo la tenerezza e la capacità di riconoscersi deboli.

Mattia Morretta
Fascicolo n. 80, 1987, Enciclopedia Amare, Fabbri Editori

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