La comunicazione nei Centri HIV-MTS

La comunicazione nei Centri HIV-MTS

I Centri dedicati alle Malattie a Trasmissione Sessuale e/o all’infezione da Hiv, oltre allo screening sierologico e alle visite sanitarie offrono, almeno sulla carta, la possibilità di una consulenza sulla motivazione e sulla utilità degli esami specifici. Ciò implica un impegno di carattere conoscitivo ed educativo da parte dei medici, allo scopo di aumentare la consapevolezza personale dell'utente a partire dalla percezione del rischio di contagio.

Il colloquio fondato sulla richiesta del test si configura per l'individuo come un’occasione di riflessione sul comportamento e sulle rappresentazioni soggettive della vita di relazione, il cui esito dovrebbe consistere in una concezione più obbiettiva e realistica della problematica e di conseguenza in un miglioramento delle capacità di adattamento alla realtà in generale.

La consulenza si articola nei momenti che precedono e seguono l'effettuazione del prelievo (che per altro può essere escluso o differito proprio in relazione a tale valutazione), potendo dare adito ad approfondimenti successivi per consentire al soggetto di aumentare la propria competenza, intesa come facoltà di utilizzare proficuamente le conoscenze possedute. Il medico può pertanto aiutare l'utente a fare chiarezza e a porre ordine riguardo alle circostanze che l'hanno condotto a rivolgersi al Servizio, sia dal punto di vista del bagaglio informativo che dal punto di vista esistenziale, in situazioni di normalità e di lieve disagio o transitorio disadattamento.

In tal caso il “sostegno psicologico” è inteso come momentaneo e parziale prestito di risorse psichiche all'individuo alle prese col tentativo di trovare una strategia relazionale che riesca a tener conto del pericolo rappresentato dall’Hiv per la salute e la vita stessa. Chi si avvicina al Servizio (in modo sia diretto che indiretto - vedi Linea Telefonica Aids) è quasi sempre alla ricerca di una modalità di concettualizzazione del rischio Hiv che consenta di ridurre al minimo la variazione delle aspettative preesistenti circa lo stile di vita in ambito sessuale e affettivo.

L'utente ha bisogno, invece, di comprendere quanto possa risultargli utile dedicare del tempo alla riflessione sul dis-agio correlato alla paura dell'Aids. L’operatore può così accompagnare l’utente nel passaggio da una rappresentazione del rischio di contagio approssimativa e generica, sostanzialmente emotiva, ad una concezione dell’Aids non solo realistica bensì anche “utile” in prospettiva, quindi fondamentalmente ragionevole e auspicabile. Ciò può avvenire rendendo il soggetto consapevole delle operazioni difensive inefficaci o controproducenti (deficitarie, eccessive, inappropriate, depressive, fobico-ossessive, maniacali, ecc.) poste in atto nei confronti del problema e favorendo un’interpretazione costruttiva della “crisi”, cioè enucleandone il potenziale evolutivo e migliorativo. Il medico in tal modo utilizza esplicitamente la valenza educativa connaturata al proprio ruolo.

L’Hiv/Aids (come ogni altra seria minaccia alla sopravvivenza o alla salute) si configura come una prova del nove per l’integrità della persona, in quanto sollecita inevitabilmente inquietudini profonde e impone un lavoro di ridefinizione della identità e di riorganizzazione della condotta.

L’individuo nella sua globalità è chiamato ad una verifica delle modalità abituali di difesa a livello cognitivo ed emozionale per far fronte al pericolo stra-ordinario e ripristinare una condizione di “equilibrio dinamico”.

Per far questo ha bisogno di poter utilizzare tutte le risorse a sua disposizione e di rendere flessibili le difese psichiche, poiché sono proprio l'inerzia e la rigidità del sistema a compromettere l’adattamento all'ambiente.

Nel caso degli adolescenti e dei giovani al debutto sessuale è in gioco in senso letterale il futuro, in un momento di passaggio già delicato e complesso caratterizzato dallo sforzo di riuscire ad esprimere la potenzialità sessuale integrandola nell'insieme della personalità.

Per chi ha già un bagaglio consolidato di pratica ed esperienza è giocoforza rimettere in discussione la sicurezza derivante dall’idea di essersi assicurato una volta per tutte il controllo della problematica sessuale, poiché una verifica si impone anche quando viene confermato lo stile di vita precedente con l’aggiunta degli opportuni correttivi, pena il fallimento della strategia esistenziale.

Per il medico si tratta allora di aiutare il soggetto affinché sia più probabile la ristrutturazione autonoma della situazione di crisi, offrendo il supporto di conoscenze specifiche e di una visione panoramica ed obbiettiva sulle difficoltà e sulle opportunità. Egli si propone quindi come interlocutore per promuovere la capacità dell’utente di auto-aiutarsi riorganizzando il patrimonio di risorse già disponibili e attivandosi, eventualmente e se necessario, per rinvenirne o svilupparne altre.

Per lo più, i soggetti che accedono ai Centri Screening costituiscono una frazione della popolazione piuttosto sensibile e attenta, che non riesce a rimuovere o negare senza significative e dolorose conseguenze emozionali l’esistenza del problema Hiv. Nella maggior parte dei casi la tematica della responsabilità è centrale e individua un’area ad elevata valenza emozionale, che può rappresentare un punto debole o un punto di forza (o entrambi) per l'individuo.
La preoccupazione per l’integrità fisica propria e altrui indica una potenzialità positiva in termini di consapevolezza,  ma risulta sufficientemente ambigua da funzionare come copertura di disagi di natura narcisistica  e può anche essere usata al posto di azioni di effettiva tutela, quindi può dar luogo ad una pseudo-coscienza preventiva e a compromessi sul piano morale (per es., angoscia quale pagamento per il  senso di colpa).

L’utente medio del Servizio tende ad un livello superiore di coscienza, ma  passa attraverso una fase di crisi (la cui durata può talora risultare persino di anni), durante la quale procede per tentativi ed errori cercando di apprendere nuovi dati sulla realtà e al tempo stesso di tenere lontano il pericolo con una sorta di pensiero magico (buoni propositi e gesti esorcistici finalizzati  all'auto-rassicurazione), allo scopo di risolvere il problema dell’inquietudine generata dall'idea del rischio  di contagio.

Anche l’effettuazione del test può essere usata per negare parzialmente la realtà ed evitare la presa d’atto della inevitabilità di un cambiamento, per quanto modesto o pensato in prospettiva come transitorio, sul piano della rappresentazione mentale e della condotta in riferimento alla sessualità.

Il periodo che precede l’esame e poi il ritiro dell'esito è caratterizzato in tal caso da rituali propiziatori e ansia espiatoria, da un uso emotivo delle informazioni sanitarie e da un'atmosfera di resa dei conti definitiva e risolutoria. Ciò può pregiudicare l’acquisizione di una effettiva coscienza e vanificare lo sforzo conoscitivo sostenuto sino al momento del test. Le conoscenze, infatti, dovrebbero costituire la base di un arricchimento della consapevolezza per preparare una modificazione del modo di fare esperienza da parte del soggetto.

La gran parte delle persone tenta di operare un conciliazione tra il desiderio di vivere la sessualità in modo spontaneo e libero, il che significa con un alto grado di disinvoltura e spensieratezza (identificando un’età dell'oro precedente o successiva all'Aids), e il bisogno di garantirsi sicurezza e stabilità, cioè ridurre al minimo l’incertezza e l’imprevisto riguardo all’integrità fisica e alla vita sociale. I più si augurano pertanto di poter mantenere intatte le aspettative di gratificazione e di affermazione in ambito sessuale, senza dover fare i conti con una quota elevata di preoccupazione riguardo alle conseguenze dei propri gesti.

Molte energie vengono perciò spese per garantire la continuità della pratica e della teoria antecedenti alla percezione del rischio Aids, e contemporaneamente evitare angoscia e senso di colpa, insicurezza e stato di continua vigilanza.

Il cambiamento richiesto dalla situazione attuale viene ritenuto, a torto, necessariamente ed esclusivamente peggiorativo. L’obiettivo principale del soggetto pare allora quello di realizzare un difficile compromesso tra l’esigenza di cambiare il meno possibile e il desiderio di evitare il pagamento della tranquillità con la rinuncia a una parte dei crediti vantabili in ambito sessuale.

La questione della responsabilità personale nell'area della vita di relazione (sessuale e affettiva), tenendo conto dei fattori socio-culturali e biologici che la condizionano, risulta alla fine il minimo comun denominatore di tutte le problematiche in gioco e per tutti i soggetti coinvolti.

L’operatore del Servizio, consapevole delle difficoltà oggettive create o enfatizzate dall’Hiv in una dimensione dell'esistenza umana già altamente conflittuale quale quella della sessualità, può rappresentare per l’utente un’occasione di verifica e di confronto nel merito delle categorie concettuali di definizione e interpretazione dell'area sessuale usate abitualmente (pregiudizi, stereotipi, credenze e convinzioni irrazionali, ignoranze difensive, ecc.), nonché una opportunità di orientamento rispetto al bisogno di approfondimento ed eventualmente aiuto.

La consulenza verte dunque naturalmente sulle modalità di concepire e praticare il sesso da parte dell’utente che richiede di effettuare il test anti-Hiv o di conoscere meglio la tematica dell'infezione da Hiv, al fine di consentirgli una percezione più adeguata di se stesso in rapporto al rischio di contagio:

-quanti e quali gli ostacoli o gli impedimenti soggettivi nella adozione di misure precauzionali?

-quali i limiti culturali, morali, emozionali nella interpretazione del problema?

-quali le risorse già disponibili o rinvenibili in termini di acculturazione, approfondimento di specifici contenuti, referenti e  interlocutori appropriati, documentazione, eccetera?

La valorizzazione della attitudine ad avere cura di sé, per quanto contraddittoria o approssimativa fino al presente, costituisce la leva di un processo volto a stabilire tra l’operatore e l'individuo una alleanza terapeutica pur in assenza di patologia, anzi nell'ottica di rendere altamente improbabile la patologia specifica (Hiv e MTS), realizzando così compiutamente la finalità preventiva dei Centri dedicati.

Un auspicabile esito della consulenza è il miglioramento della capacità di far uso dei servizi pubblici territoriali, intendendo con ciò la capacità di individuare nelle strutture sanitarie distribuite sul territorio gli interlocutori per le problematiche emerse evidenziate nel contatto con il centro screening.  Ne consegue che è sempre opportuno incoraggiare l'’utente ad approfondire la relazione col medico curante (medico di base), in quanto riferimento e garante istituzionale della salute dei cittadini. Ciò favorisce un processo di normalizzazione di cui anche la problematica Hiv/Aids ha bisogno.

Mattia Morretta (agosto 1996)

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