La testa divisa dal corpo

La testa divisa dal corpo

Qualche romanzo di fantascienza ha immaginato l’uomo del Tremila come un mostruoso essere dalla testa enorme e dal corpo rachitico, nella prospettiva di una valorizzazione pressoché esclusiva della sala di regia rispetto alla macchina fisica e istintuale.

Senza giungere a tali aberrazioni, possiamo dire che già oggi c’è chi corre il pericolo di privilegiare eccessivamente la parte nobile ed elevata (spirito ed intelletto) a scapito della corporeità e della sessualità.

Se un individuo non è soddisfatto del proprio corpo, trovandolo poco attraente o addirittura sgradevole, tende a valorizzare le doti mentali sacrificando l’intera fisicità, a volte col compiacimento di chi dall’alto la considera una zavorra miserevole. Un errore in ogni caso perché ad un certo punto il suddito si ribellerà, facendo valere i suoi diritti e le sue esigenze in fatto di salute, equilibrio psichico, calore umano, rapporto armonioso con la vita.

La nostra cultura si è edificata sull’abiura della carne identificandovi la materia da sacrificare per garantire evoluzione e progresso. Il sapere platonico divulgato ha fissato nell’anima (psiche) la sede dell’identità pura rendendo la realtà fisica inessenziale o secondaria. Il cattolicesimo più retrivo ne ha fatto talora un nemico da battere e flagellare, l’involucro spregevole o la prigione dello spirito.

Il “c’era una volta” del corpo racconta di un mondo primordiale in cui l’identità umana si fondava sulla sua sostanziale indivisibilità. L’uomo è un corpo e con esso si esprime in modo diretto, al massimo grado nei primi anni di sviluppo del bambino, quando è al centro di tutte le esperienze di movimento, manipolazione, gestualità e sessualità.

Solo a fatica e per esigenze didattiche possiamo individuare ambiti slegati dalla corporeità nel periodo della crescita, perché col corpo il bambino conosce, ama, esprime sentimenti, in esso e con esso vive tout court.

Ben presto, però, nascono problemi di coerenza ed unità, per cui ci si può sentire insoddisfatti dell’aspetto esteriore o avvertire la fisicità come una minaccia. Fucina delle passioni e degli odii, luogo del piacere e del dolore, esso può rappresentare per assurdo un ostacolo per l’inserimento sociale e la realizzazione.

In tal caso verrà percepito come una forza che trattiene nel regno naturale, apparentandoci all’animale e riducendoci a pulsioni o appetiti sconvenienti. Invece di costituire un veicolo per immettersi nel mondo, il corpo si trasforma in impasse da superare per entrarvi.

Più ancora dell’ideale spirituale è l’intellettualismo nelle sue estremizzazioni a puntare all’eliminazione della corporeità.
La mente emersa dalla materia vulcanica e dalle acque primigenie, vorrebbe liberarsi dell’organicità, non esser più condizionata da esigenze biologiche di sopravvivenza né disturbata da desideri ed affetti.

Non resterebbe che il cervello, unico organo perfetto, adatto per la conquista di nuovo sapere e per il controllo dell’ambiente. L’uomo “di testa” vuole che il pensiero non sia più impedito e voli libero dal peso del vivere e dal debito di bisogni emotivi e fisici, compresi quelli sessuali.

In tale sogno di onnipotenza, in cui si spalancano le porte dell’eternità, l’ideale diventa l’automa freddo e senza vincoli di sorta. Eppure, come ha scritto Norman Brown, “l’Io non può liberarsi del corpo: può solo negarlo e in questo modo affermarlo dialetticamente”. La mente può divorziare dal corpo solo a patto di trasferirsi in una dimensione nella quale il concetto di vita perde di significato.

Il corpo non è soltanto al centro del nostro mondo, è anche lo strumento della relazione con gli altri, perché la presenza fisica è la modalità di creazione dei rapporti. Se esso è la dimensione attuale dell’uomo, ritirarsi nella torre d’avorio della pura coscienza macchinale equivale a vivere "fuori di sé” e pertanto a non percepire l’esistenza.
Si smarrisce così il valore dell’esperienza vissuta, la capacità di coinvolgersi e sentirsi coinvolti negli scambi interpersonali. Ne deriva un vissuto di inaridimento e di vuoto interiore a dispetto delle altezze raggiunte dalla razionalità.

Per questo Freud, a proposito della sete di ricerca di Leonardo da Vinci, ha scritto: “Non si ama né si odia più veramente, quando si è pervenuti alla conoscenza; si rimane al di là del bene e del male. Si è indagato anziché amare”.

Si può essere dunque umanamente poveri e soli nonostante i successi della ragione. Il razionalismo dispotico impedisce sia di essere protagonisti dei propri affetti, sia di attingere alle fonti della fantasia e della creatività nelle profondità dell’essere. La coscienza che cerca di tagliare i ponti con l’inconscio diviene un deserto.

D’altronde, accettare il corpo presenta un grosso inconveniente per il tipo identificato con l'intelletto o la logica, perché significa fare i conti col divenire della vita e quindi con la morte. In tutta la cultura occidentale c’è l’anelito a sconfiggere la mortalità e scongiurare il passare del tempo, sintetizzabile nelle parole di Platone: “La sete di gloria e quel bisogno, insito in ciascuno, di non rimanere sconosciuto dopo la fine della vita, tutto si risolve in ardente bisogno di immortalità”.
Il desiderio di essere immortali conduce sovente a morire nel presente.

Vi sono altre due categorie di soggetti che vogliono fuggire dal corpo: coloro che hanno ceduto a istinti sfrenati e si ritrovano prigionieri di una sensualità insaziabile, per cui cercano la salvezza in una visione presuntamente spirituale (trattandosi per lo più di spiritualità degradata); e coloro che si affannano a bandire da sé la materialità volgare che contrasta con l’immagine idealizzata che hanno costruito di se stessi.
La “volgarità” è inaccettabile perché minaccia l’ideale estetico dell’Io, perciò è impossibile vivere con serenità le manifestazioni "sporche” della sfera sessuale e aggressiva.

Il sesso è la punta di un iceberg la cui parte sommersa è composta di tutto il mondo dell’istintività, emotività e aggressività, avvertito come inconciliabile con il sistema razionale. Eppure, quell’universo continua a rappresentare un polo inconscio di attrazione e quando il corpo viene troppo represso si scatenano ribellioni, sotto forma di nevrosi, deperimenti, isterie, che costringono la testa a capitolare.

La rigida censura dell’emotività e delle pulsioni alla lunga non fa che alimentare il loro potere sul piano irrazionale, con un dominio inconsapevole di molti comportamenti in apparenza razionali. Il nodo emozionale e corporeo rischia di strangolare la maturazione dell’identità.
Infatti, soltanto l’accettazione della “materia” che è in noi permette un equilibrio fra le varie componenti della personalità e un percorso di trascendenza evolutiva. In caso contrario si finisce vittime di quel che si cerca di scacciare da noi e dalla coscienza.

L’uomo è un’entità psicosomatica e ha necessità di favorire il dialogo dentro di sé. Una mente senza corpo non esiste. “La pura intelligenza”, ha detto lo psicoanalista Sandor Ferenczi, “è il linea di principio follia”.

Mattia Morretta
Testo originale in L'intellettuale anti-sesso, Enciclopedia Amare, Fascicolo n. 77, 1987, Fabbri Editori

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