La violenza dei riti iniziatici

Riti di iniziazione e violenza sulle nuove generazioni

Nelle culture primitive la dimensione collettiva prevale su quella individuale, in modo tale che ogni aspetto della vita si colloca in un clima di coralità.

Con il sopraggiungere della maturità fisiologica e sessuale, i ragazzi devono partecipare a cerimonie che sottolineano l’abbandono della condizione infantile e l’acquisizione del ruolo adulto.
Si tratta di esperienze intese a dare il senso dell’età, delle nuove responsabilità sociali e dell’identità sessuale.

Le iniziazioni vengono in genere compiute in gruppo e ad intervalli di diversi anni, poiché sono dispendiose per la comunità prevedendo alloggio e nutrimento dei giovani in luoghi separati dal villaggio. Ciò comporta che l’età degli iniziandi possa variare anche molto (dai 4 ai 20 anni), pur concentrandosi generalmente intorno all’epoca della pubertà.

Gli adolescenti sono indotti a osservare precisi tabù alimentari e varie restrizioni del comportamento, per accedere poi alla vera e propria cerimonia che prevede un certo numero di sofferenze, indicative della morte rispetto al passato e dell’apertura al futuro.

Lo psicoanalista e antropologo Géza Róheim ha interpretato i riti puberali come una sanzione della separazione dalla madre, fondata sull’uccisione simbolica del ragazzo in vista della sua rinascita nella società degli uomini.

L'elemento della recisione netta del legame col mondo materno è reso quanto mai evidente dal fatto che i maschi vengano praticamente segregati in spazi naturali o appositamente costruiti vietati alle donne, dove vivono in isolamento per alcuni mesi affidati agli anziani sia per le cure sia per le sevizie fisiche.

Tutto è in mano ai maschi adulti, che si preoccupano di dare grande risalto al cameratismo e all’alleanza fra uomini. La rigida separazione dei sessi viene sottolineata in forma di franca ostilità, presso alcune tribù australiane è persino contemplato un atto omosessuale allo scopo di trasmettere la virilità dall’uomo al ragazzo, quindi quale modalità di affermazione dell’identità maschile e di integrazione nel gruppo.

L’etnologo Alfonso Maria Di Nola ha sottolineato la funzione pedagogica e memorizzante dell’iniziazione, che si accompagna alla rivelazione dei segreti della tribù. Il giovane riceve insegnamenti sulle tradizioni, viene ammesso alla visione di opere meravigliose (maschere, sculture, manufatti di culto), oppure ottiene oggetti dotati di valore magico.

Per il maschio essere accolto nella classe dei grandi significa acquisire privilegi e potere, oltre a responsabilità. Così egli viene portato a conoscenza del fatto che il sacro è in realtà opera dell’uomo e apprende la verità sugli inganni perpetrati nei confronti delle donne e dei bambini.

Si attua quindi anche il passaggio da un vissuto mitico a uno più razionale. Inoltre, il ragazzo acquisisce il diritto di contrarre matrimonio e il riconoscimento ufficiale della sua sessualità.

Per la femmina c’è ben poco di vivificante, non c’è transizione a una nuova esistenza, ma semplicemente, come ha scritto l’antropologa Margaret Mead, “il superamento rituale di una crisi fisiologica importante per la sua salute e il suo sviluppo”. La donna, infatti, appartiene comunque al clan del padre o del consorte, per cui è fondamentale l’apprendimento dell’accettazione passiva quale unica difesa nella vita, insieme al dovere di salvaguardare la capacità riproduttiva.

Ciò che maggiormente colpisce nelle cerimonie iniziatiche è la violenza, il dato della sofferenza come pedaggio e scotto da pagare per entrare nel mondo degli adulti. Si tratta sempre di traumi dolorosi, dalla circoncisione alla perforazione del glande. Si è parlato di stupro del fallo riconoscendovi l’esercizio di un vero e proprio sadismo.

L’etologo Desmond Morris ha affermato: “Il solo fatto comune a tutte queste pratiche sembra il desiderio, da parte dei membri adulti della società, di mutilare i genitali dei loro figli”.

I ragazzi vivono tutta l’infanzia sotto la minaccia delle cose terribili che avverranno nel corso dell’iniziazione. Presso alcuni gruppi etnici essa diviene non tanto un momento di transizione verso un nuovo stato sociale, quanto una circostanza di tormento e mortificazione: una punizione ineluttabile impartita con leggerezza se non con gaudio.

Alle femmine non tocca sorte migliore, per quanto si distinguano due tipi di pratiche: lesioni brutali da un lato (clitoridectomia, infibulazione e recisione dei genitali esterni), manipolazioni meno violente dall’altro lato.

E' evidente il tentativo di controllare e limitare la sessualità femminile, umiliando il corpo della donna imprimendo il segno del dominio dell’uomo. Il clitoride quale attributo “maschile” fa apparire la femmina più ricca e potente, aggiungendo alla potenzialità generativa la possibilità di godere facendo a meno del maschio. Si elimina allora per rivalsa quell’organo mascolino rivendicando il fallo come unicamente maschile e indispensabile per il sesso e la procreazione.

Le angosce maschili di fronte alla misteriosa potenza femminile si manifestano in molti altri interventi lesivi e di controllo, al cui proposito lo psicoanalista Bruno Bettelheim dice: “sono tutte azioni per mezzo delle quali gli uomini cercano di convincere a un tempo se stessi e le donne di un contributo positivo maschile alla fecondità”.

Nel caso delle manipolazioni meno cruente l’aggressività pur presente si intreccia con la componente sessuale. Le pratiche sono volte a provocare ispessimento ed estensione dei genitali esterni, quindi ad accrescere l’erotismo femminile. Il ricorso al dolore mediante punture di insetti, ortiche, bastoncini o altri utensili, esprime il desiderio ambivalente di preparare la giovane all’incontro col mondo maschile violento e al contempo trattenerla nel mondo femminile.

I riti puberali maschili sono stati variamente interpretati. L’ipotesi più benevola fa riferimento alla rimozione del prepuzio come imitazione del simbolico mutar pelle del serpente, ritenuto segno di immortalità. La circoncisione avrebbe altresì lo scopo di rendere il ragazzo “più maschio” eliminando un carattere dell’altro sesso (assimilazione alla labbra vaginali).

Non è possibile tuttavia eludere il significato di asservimento all’autorità adulta. In primo piano in tutte le culture è l’aspetto della rivalità fra maschi, specie laddove è più sottolineata l’aggressività quale tratto maschile.

Si è detto che nelle sevizie sull’adolescente si eserciti l’ostilità edipica dei padri per la minaccia rappresentata dai figli riguardo al possesso della donna. La fiorente virilità del giovane potrebbe costituire un pericolo per quella in declino dell’adulto.

Il padre vuole preservarsi dalla possibile competizione sessuale con i figli maschi e utilizza il rituale per legittimare l’imposizione della propria autorità e la spartizione del potere fra maschi.
Il tabù dell’incesto, in effetti, ha affermato il dispotismo paterno sulla sessualità dei figli, deviandola all’esterno della famiglia di origine.

L’aggressività verso il giovane trova alimento pure nell’invidia maschile nei confronti del potere procreativo femminile. Il senso di inferiorità avrebbe spinto l’uomo a tentare di guadagnare artificialmente una capacità a lui preclusa: le ferite sanguinanti sul pene del ragazzo e l’atmosfera in cui si svolge il rito paiono in tal senso simulazioni di maternità; i giovani entrano in spazi cavi ed oscuri, ove vengono sacrificati e da cui escono con un cerimoniale di “rinascita” di cui gli uomini sono tutori esclusivi.

Il tentativo di riprodurre la fisiologia femminile e di appropriarsene è ancora più lampante nella subincisione. La profonda e lunga ferita sul pene, riaperta periodicamente, non solo ricorda la ciclicità del flusso mestruale, ma comporta la perdita della capacità di urinare in piedi!
L’intensa “invidia della maternità” avrebbe prodotto dunque una grande ostilità nei confronti della donna e il prodotto della sua “creazione”, cioè i figli.

Sicché, dalla circoncisione alla gerontocrazia economica e culturale, sembra davvero che il fantasma di ogni civiltà, sia, come ha scritto il filosofo Réné Schérer, “il pensiero che l’innocente deve morire”. La lotta dei sessi ha in ogni caso una vittima.

Mattia Morretta
Fascicolo n. 74, 1987, Enciclopedia Amare, Fabbri Editori

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