L’alfabeto del corpo sessuato

L'alfabeto del corpo sessuato: tra silenzi e oscenità

Che ai ragazzi piaccia parolacce dire è un dato di fatto, che i genitori siano ambivalenti al riguardo altrettanto. Durante l'età dello sviluppo vi sono momenti caratterizzati dal linguaggio “osceno”, capace di provocare reazioni negative negli adulti, che magari ne fanno uso con leggerezza.

Sono proprio i “grandi” a manifestare tabù e problemi linguistici in rapporto a quanto va considerano disdicevole o sconveniente. Essi non solo trasformano talora in dramma ciò che può essere una semplice commedia, ma alimentano anche la confusione del piccolo nel processo di acquisizione di un vocabolario che esprima l'esperienza corporea in tutte le sue funzioni.

I bambini percepiscono molto bene l’imbarazzo e la reticenza dell’adulto nel nominare certe parti del corpo, proprio quelle che più interessano loro in quanto sedi di sensazioni e piaceri specifici.

Prima ancora di poter far uso di una lingua strutturata, il bimbo ha sperimentato che alcuni gesti intimi sono pericolosi o ad alta problematicità nella comunicazione con gli altri.

La madre, o chi per lei, accompagna i normali atti di pulizia e accudimento del piccolo con silenzi e parole che possono comunicare serenità e accettazione, oppure angoscia e perplessità.

Sulla base dei dettagli vocali e tonali, del ritmo e degli accenti materni, il bambino si sensibilizza ai divieti e agli interdetti che ritagliano sul suo corpo zone franche e campi minati. Ne residuano dei “buchi”, delle insensibilità e delle cecità che si manifestano anche nel linguaggio.

L’adulto tende a utilizzare vocaboli puerili o deformati ogni volta che ha a che fare con i genitali, l’ano e i loro prodotti. Così, mentre non esita nel designare gli oggetti col loro nome e nel chiamare “mano” una mano, difficilmente si serve di nomi “obiettivi” per indicare quelle zone che più mettono in gioco la sua emotività e le sue idee sul sesso.

Si crea pertanto una situazione del tutto artificiale, in virtù della quale al bambino viene impedita la conoscenza semplice e lineare di sé e dei significati di alcune esperienze.

Col tempo egli impara che esistono cose che si possono mostrare, manifestare e dire, e altre che vanno trattate come se non esistessero o non accadessero, da tenere perciò nascoste in presenza dell’autorità.

Molti problemi relativi alle difficoltà e all’ipocrisia sessuale nascono in quei momenti, senza che si possa dire con certezza se e quando si riuscirà a liberarsene da adulti.

Gran parte delle persone mature si dibatte ancora tra imbarazzo e ironia, tra circonlocuzioni e sorrisini, quando vuole o deve parlare di “quelle cose”.

La prima occasione di confronto con l’indecenza espressiva dei bambini è quella del cosiddetto linguaggio “fecale”. L’atto della defecazione, "urgente" e fondamentale, con le sue intime connessioni con il piacere anale, i suoi significati creativi, l’aspetto ludico e quello cognitivo, non può non trasferirsi con immediatezza nella parola.

Il piccolo prova curiosità per il funzionamento organico e per tutto ciò che gli appartiene, in particolare per le feci di fronte alle quali gli adulti intervengono in maniera decisa per impedirgli di toccarle e per indurlo a controllarne l’espulsione.

Quel "materiale" fa parte della sua realtà oltreché della sua fantasia, è sorgente di ansia e di godimento, mezzo di scambio e di rifiuto nei confronti dell’autorità parentale.

E’ normale perciò che il bambino abbia un problema "fecale" e che lo manifesti col gusto di termini che più o meno esplicitamente lo richiamano.

La verbalizzazione rappresenta uno sfogo dei conflitti e delle angosce, nonché un messaggio che rivela il bisogno di comprendere ciò che i genitori vorrebbero far passare sotto silenzio senza spiegazioni.

E’ importante allora accettare questo linguaggio e aiutare adeguatamente il bimbo a capire.

Un’altra occasione di conflitto incentrato sul linguaggio è il momento in cui entrano in scena le “parolacce”. In una prima fase si tratta solo di un fatto imitativo, nel senso di ripetizione di parole udite pronunciare in svariate situazioni.

Pur non comprendendone appieno il significato, il minore è in grado di utilizzarle in modo piuttosto appropriato in quanto ha colto in precedenza il contesto in cui le ha sentite usare, l’effetto che sono in grado di suscitare e l’emotività delle persone coinvolte (sarcasmo, collera, gioia).

E’ difficile che il bambino abbia consapevolezza del senso proprio attribuito dai grandi a quelle espressioni colorite, anche quando le adopera con evidente gusto della provocazione. Infatti è più per curiosità nei confronti della reazione adulta e per attirare l’attenzione che comincia a ripeterle.

Avendo constatato l’ansietà o il turbamento dell’adulto dinanzi a un certo termine, egli insiste per manifestare la sua generica opposizione alle restrizioni e per stimolare un chiarimento che nella gran parte dei casi non avviene.

Le proibizioni fanno nascere interrogativi che, se non verificati, producono fantasie e pensieri distorti con conseguenze negative sull’apprendimento e sulla comprensione della lingua.

Inoltre la repressione e il silenzio indifferente generano l’idea che alcuni aspetti dell’esistenza e della fisicità sono riprovevoli o oscuri, al punto di doverne tacere del tutto senza spiegazioni.

Gli adulti manifestano in questo modo le loro inadeguatezza a usare l’intelligenza nelle questioni sessuali e preparano il terreno affinché anche il figlio si ritrovi alle prese con la medesima difficoltà.

Invece di aiutare il bambino a capire che esistono convenzioni sociali in materia e che può essergli più utile imparare a servirsi dei termini appropriati, essi preferiscono lasciargli credere che non esistono alternative al silenzio e all’inganno.
Sicché non resta che rassegnarsi a considerare la volgarità e la morbosità come il naturale habitat della sessualità.

Sarebbe al contrario molto importante stimolare il minore alla comprensione dei sentimenti e del linguaggio usato per esprimerli, offrirgli la possibilità di descrivere le sue sensazioni con termini privi di ambiguità e abbastanza neutrali per non suscitare reazioni affettive esagerate, non perdendo mai di vista il contenuto profondamente umano della vita sessuale.

Con l’avvento della pubertà si struttura un vero e proprio vocabolario di oscenità, con una terminologia “volgare” che invade spesso tutti gli ambiti discorsivi.

I mutamenti intervenuti a livello corporeo, l’intensificazione della pulsione sessuale con la riattivazione di conflitti precedenti, la necessità di adattarsi al nuovo ruolo che ora si prefigura, trovano nella problematica sessuale un punto particolarmente dolente e sensibile.

Del resto, se la linea di demarcazione fra adulto e non-adulto si riduce in ultima analisi all’acquisizione del diritto all’esercizio della sessualità, è chiaro che la conquista del ruolo sessuale “adulto” rappresenterà uno degli elementi in primo piano in questo periodo.

L’irruzione della dimensione sessuale nella vita del ragazzo può comportare sia il tentativo di “angelicarsi”, con una idealizzazione estrema dei rapporti e il rifiuto di ogni implicazione erotica; sia una sorta di “bestializzazione”, con l’adozione di condotte rozze e disordinate e il rifiuto delle buone maniere.
Spesso c’è un’alternanza fra queste fasi, con frequentazione di gruppi con opposte caratteristiche e valori antitetici.

L’uso di parole sconce rivela l’ansietà riguardo al sesso e l’incertezza in merito alla propria adeguatezza come partner sessuale, anche se questa ansia è in genere un pallido riflesso di un turbamento psicologico più generale. In effetti, il ragazzo utilizza l’ostentazione verbale del sesso per risolvere difficoltà e problemi di natura diversa.

Grazie alle parole “sporche” vuol dimostrare che ha abbandonato l’infanzia e sta diventando adulto, adottando modelli di comportamento e di linguaggio appartenenti al gruppo più “anziano”. Ma, proprio la percezione della inferiorità e il senso di disagio nell’impersonare un ruolo improprio producono come risultato una caricatura della età adulta.

Il vocabolario osceno dovrebbe lasciare intendere che egli è sicuro di sé, forte, potente, capace delle prestazioni di un adulto e senza problemi di pudore.

Di fatto però si ha che fare con una profonda insicurezza, il bisogno di aiuto e di dipendenza, i problemi di accettazione fisica e di normalità virile (o femminile), la goffaggine e la difficoltà nel procurarsi esperienze sessuali.

La volgarità, il riferimento ai genitali e al coito vaginale o anale, tutto ciò serve a manifestare l’urgenza del desiderio erotico e la relativa impotenza a praticarlo, come pure la creazione di una immagine di sé che risulti compensativa del senso di inadeguatezza e della disistima.

Del resto, lo stesso linguaggio diventa una meta sostitutiva del desiderio, una valvola di scarico e al contempo un veicolo di piacere. La parola oscena, cioè, procura piacere di per sé e si accompagna infatti a una voluttuosa compiacenza, sostituendo assai spesso l’atto sessuale e neutralizzando l’intensità del bisogno sessuale.

Parlando “senza peli sulla lingua”, il ragazzo gode dell’infrazione del divieto, gusta il piacere offerto dal praticare qualcosa di proibito e si sente illusoriamente affrancato dalla repressione cui soggiace la sua sessualità.

Nella lotta per l’adattamento sessuale, egli persegue una meta confusa ma imperiosa, estremizzando i diversi aspetti del conflitto in cui è coinvolto. Il suo desiderio di indipendenza contrasta con il bisogno di dipendenza ancora molto forte.

Pertanto è usuale la contraddizione fra dichiarazioni verbali e comportamento effettivo. Parla sovente di violare ogni regola e si mostra spavaldo, ma raramente mette in pratica quel che dice, limitando la sfida alle parole.

In effetti, l’adolescente è ultra-severo nei confronti di se stesso, poiché il riaccendersi dei conflitti sessuali con i genitori (stimolato dalla nuova intensità delle pulsioni sessuali) riattiva anche le difese e le rimozioni infantili inadeguate ormai al livello di sviluppo.

Anche se la realtà esterna è più tollerante, per la coscienza infantile ciò che era cattivo una volta continua a esserlo. La lotta è interna al soggetto e la sua ribellione è anzitutto contro le sue stesse censure.

In effetti, la protesta contro gli adulti e le loro restrizioni è un mezzo di cui si serve per esternare il conflitto intimo e difendersi meglio dagli attacchi interni. Sfida perciò la sua stessa coscienza prima dei parenti e della società, come prova delusione e collera verso se stesso prima che verso gli altri.

Alterna così fasi in cui pare completamente libero da inibizioni a fasi in cui subordina il proprio comportamento a divieti assurdi, cercando anche la punizione dall’esterno quando si abbandona ai suoi impulsi.

Il disagio, l’ambivalenza e l’instabilità vengono espressi dal suo linguaggio che chiede dunque d’esser compreso e inquadrato nel più globale processo di formazione della personalità.

Il gruppo dei compagni influenza molto l’espressione verbale, oltre che estetica, dei bisogni e delle aspirazioni di tipo erotico; mitiga il panico creato dall’incapacità di risolvere individualmente i conflitti d’identità sessuale, ma riduce pure gli effetti della ribellione alla rispettabilità sociale.

Il linguaggio dunque evolve contemporaneamente al rafforzamento del senso di sicurezza personale.

Nei casi fortunati declina col tempo il gusto per la volgarità fine a se stessa, grazie all’integrazione e alla valorizzazione degli aspetti sentimentali e affettivi delle relazioni interpersonali.

Il rischio, infatti, è che i ragazzi non sappiano uscire dal circolo vizioso in cui ristagnano i grandi, i quali ai tabù non sanno opporre altro che il consumismo sessuale, e sostituiscono al silenzio imbarazzato di ieri l'oscenità e la brutalità .

Mattia Morretta
Testo originale "Parolacce e linguaggio osceno" nel Fascicolo n. 63, 1987, Enciclopedia Amare, Fabbri Editori

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