L’intimità psicofisica

L'intimità psicofisica

"Uniti tu e io, amor mio, sigilliamo il silenzio,
mentre il mare distrugge le sue costanti statue
e abbatte le sue torri di furia e bianchezza,
perché nella trama di questi tessuti invisibili,
dell’acqua sbrigliata, dell’incessante arena,
sosteniamo l’unica e perseguitata tenerezza"”
(Pablo Neruda, Cento sonetti d’amore , VII)

Talvolta discutiamo del modo in cui parliamo o tentiamo di vedere il modo in cui vediamo, ma raramente ci occupiamo di come tocchiamo, perché tendiamo a dare per scontato il “tatto” – il padre dei sensi. Quasi senza accorgercene, tuttavia, siamo grado a grado diventati sempre meno inclini a toccare e più distanti, e all’intoccabilità fisica si è accompagnato il distacco emotivo.

Il comportamento intimo, intendendo ogni situazione di prossimità, è in effetti carico di contenuti emozionali e rappresenta il processo mediante il quale ci si lega l’un l’altro con potenti vincoli di attaccamento.

Essere intimi significa essere vicini, letteralmente. Le nostre intimità sono sì fatte di ingredienti verbali, visivi, olfattivi e gustativi, eppure amare è soprattutto “toccare”. Non a caso usiamo il termine “con-tatto” per indicare un po’ tutte le attività che implicano comunicazione con gli altri. Tenersi in contatto, afferrare l’attenzione, toccare il cuore, urtare i sentimenti, tenere in pugno e via dicendo, sono espressioni metaforiche che manifestano i vissuti emotivi associati agli scambi interpersonali.

La spiegazione è semplice: nell’infanzia, quando non sapevamo né parlare né scrivere, la corporeità era il tema dominante dei rapporti, era tutto e ha lasciato il segno; e prima, all’interno dell’utero, quando non avevamo sensazioni visive, la tattilità era ancora più importante.

Alle origini dell'intimità

Per comprendere la fisicità degli adulti bisogna perciò tornare all’origine. Le primissime impressioni che riceviamo in quanto esseri viventi sono quelle dell’intimo contatto fisico, poiché l’attivazione del sistema nervoso avviene principalmente sotto forma di sensazioni tattili, di pressione e movimento. L’intera superficie epidermica dell’embrione è immersa nel liquido amniotico; poi, man mano che il feto cresce e il suo corpo preme contro i tessuti materni, il contenimento uterino diviene sempre più stretto e più saldo.

Al contempo, il feto è esposto alle variazioni di pressione causate dal ritmico contrarsi e dilatarsi dei polmoni della madre e al movimento oscillatorio impresso dal suo moto. Infine, negli ultimi mesi antecedenti il parto, il piccolo è in grado di udire il battito del cuore materno, che resterà scolpito come il principale segnale sonoro della vita in utero.

La prolungate esposizione a questi stimoli, in assenza di altri che vi si oppongano, non può non lasciare un’impressione durevole nel nostro cervello, il cui significato è sicurezza, passività e benessere. L’atto della nascita da questo punto di vista rappresenta un trauma, poiché l’utero si trasforma in una schiacciante e convulsa sacca muscolare (il più grosso e forte muscolo di tutto il corpo umano). Da quel momento, le perdute intimità prenatali vengono compensate con sostituti postnatali forniti dalla madre o chi per lei, a cominciare dall’abbraccio che avvolge e contiene il massimo possibile senza ostacolare la respirazione.

A volte ciò non è sufficiente per agire da calmante; sicché, vi si aggiungono elementi analoghi a quelli sperimentati in utero, per esempio il dondolamento in senso orizzontale, oppure il camminare avanti e indietro continuando a cullare il bambino e muovendolo ogni tanto in senso verticale.

Oltre al passo materno, infatti, il feto è sottoposto ad altri due ritmi: il costante alzarsi ed abbassarsi del torace durante la respirazione e il battito cardiaco. Il ritmo respiratorio è piuttosto lento, aggirandosi intorno alle 10 o 15 respirazioni al minuto; quello cardiaco, invece, con 72 pulsazioni al minuto è il candidato ideale per il migliore effetto tranquillante.
È questo il ritmo capace di esercitare una funzione di consolazione, sia che appartenga ad un suono sia che derivi da un movimento. Ciò spiega perché la maggioranza delle madri (destrimane e mancine) tenga il figlio in modo tale che la sua testa prema contro il seno sinistro, nell’area del cuore.

Proprio l’interazione fisica che si stabilisce ogniqualvolta la madre stringe, abbraccia, culla il bambino, fornisce la base per il vincolo di attaccamento che progressivamente si forma tra loro. Nei primi mesi il bambino accetta il rapporto intimo con chiunque o quasi glielo offra, dopo un anno rifiuta invece l’intimità con estranei (in genere a partire dal quinto mese).

Se all’inizio l’intimità non può mai essere troppa, successivamente l’iperprotezione può ostacolare lo sviluppo. La peggior cosa che possa accadere è un’eccessiva freddezza e disciplina in principio e un atteggiamento appiccicoso in seguito. Il capovolgimento della sequenza naturale (amore prima, libertà poi) ha conseguenze rilevanti sulla condotta sociale e sui rapporti intimi nella vita adulta.

Anche in tutti gli altri primati superiori lo stretto contatto fisico postnatale è fondamentale, ma i piccoli sono in grado di tenersi aggrappati al corpo della madre da soli e a lungo. Per la specie umana il compito di fare tutto ciò che è necessario a mantenere l’intimità è affidato alla madre, benché permangano residui del comportamento ancestrale sotto forma di riflessi (denominati “di presa” e “di Moro”).

D’altronde, in molte società primitive il bimbo è quasi costantemente adeso al corpo materno, mentre in altri contesti culturali vige la pratica dell’avvolgimento in indumenti morbidi. Il periodo successivo alla nascita è caratterizzato da nuove specifiche forme di benessere, quali l’esser vezzeggiato, baciato, accarezzato, nonché i gesti della pulizia del corpo.

Quando serve un po’ più di supporto, la madre aggiunge all’abbraccio dei colpetti e spesso anche dei movimenti oscillatori, detti da intenzione, cioè atti a segnalare l’intenzione di compiere un’azione. La mano continua a premere e staccarsi, senza giungere alla piena stretta di protezione da una minaccia. Il messaggio è: “non preoccuparti, non c’è pericolo, altrimenti ti stringerei più forte”.

Analogamente nella nostra specie i suoni acuti e forti sono di allarme, pertanto il tono dolce e tenero del tubare o canticchiare comunica che tutto va bene. L’offerta del capezzolo da succhiare inaugura un altro intenso piacere consolatorio che riapparirà sotto mentite spoglie per tutto l’arco dell’esistenza, collegato alla necessità della rassicurazione.

Sin qui, la sola azione attiva compiuta dal bambino è quella di succhiare, ma egli dispone di due mezzi per sollecitare l’intimità, cioè il pianto e il sorriso, che rispettivamente danno inizio e mantengono il contatto. Il sorriso funziona come potente strumento di attrazione e ricompensa per l’adulto e tra i primati quello dell’infante umano è un fenomeno unico. Nel pianto alla vocalità si accompagnano le lacrime, un segnale visivo reso possibile dall’assenza di peluria sul volto.

Poiché la madre prova un forte impulso a pulire il corpo della prole, la lacrimazione può essere interpretata come un sostituto dell’urina, capace di stimolare una risposta di vicinanza nei momenti di turbamento emotivo. Al sorriso, d’altro canto, si associano suoni di soddisfazione e il tendere le braccia (incoraggiamento ad essere presi in braccio).
Al terzo e quarto mese appaiono i movimenti orientati di presa e la coordinazione occhio-mano, quindi l’adattamento dei movimenti alla posizione del corpo materno.

La sequenza naturale dell'intimità

Dopo la prima infanzia si osserva una chiara e costante diminuzione di intimità fisica. Il bisogno di sicurezza trova un forte concorrente nel bisogno di indipendenza. Il mondo è un luogo pauroso e il bambino deve ricorrere a qualche forma di intimità indiretta, controllata a distanza, per mantenere il senso di fiducia e di stabilità durante l’esplorazione dell’ambiente.
La comunicazione tattile lascia così il posto a quella visiva, l’abbracciarsi cede il posto al sorridersi e a tutte le sottili espressioni facciali. Il sorriso ora è un abbraccio simbolico che permette al bambino di godere di più libertà e nello stesso tempo, appena vuole, di ristabilire il contatto emotivo con l’adulto.

Nel terzo anno di vita, con l’acquisizione di un vocabolario base, al ponte visivo si aggiunge quello verbale, madre e figlio possono comunicare i sentimenti a parole. Intanto, la crescente esigenza di identità separata sembra prevalere sul desiderio d’essere stretto e vezzeggiato. Se in questa fase i genitori eccedono nei contatti fisici primari, il bambino non si sente protetto bensì vessato.
Nei momenti di dolore, shock, timore o panico, tuttavia, l’abbraccio sarà ancora cercato e accettato. Pure in occasioni meno drammatiche persisterà una certa intimità fisica in forme notevolmente mutate. La stretta totale si suddivide in tanti piccoli frammenti: il semiabbraccio, la carezza sul capo, la stretta di mano, il braccio sulle spalle.

Questa tarda fase infantile vede l’intrinseca contraddizione relativa al fatto che gli stress provocati dalle esperienze personali ravvivano la voglia (soffocata) di sostegno sotto forma di intimità fisica. Il conflitto viene risolto con la comparsa degli oggetti di transizione, associati alla madre e usati in sua vece fino a diventare più importanti di lei come agenti di conforto.
L’oggetto di transizione ricorda gli aspetti piacevoli della madre e funziona da sostituto, ma rappresenta pure una difesa contro il riassorbimento da parte della madre. L’uso dei sostituti materni può prolungarsi per anni e arrivare in rari casi all’età adulta, pur con variazioni rispetto a quelli infantili per impedire che la natura dell’atto sia troppo trasparente.

Un’altra forma di intimità mascherata è il gioco della lotta. Stringendosi all’adulto in una maniera che non sembri un abbraccio, il bambino trova un compromesso fra le esigenze di distacco e di vicinanza: la stretta amorosa diviene ruvido o goffo gesto di falsa aggressività, un corpo a corpo d’altro genere, che più tardi si restringerà al pugno sul braccio o alla pacca sulla schiena.

Con la pubertà il contatto genitore-figlio viene ulteriormente ridotto, perché l’emancipazione si colora di privatezza. Se il messaggio dell’infante era “tienimi stretto” e quello del bambino “mettimi giù”, l’adolescente dice “lasciami solo”.

L’uscita del giovane dalla cerchia familiare equivale ad una rinascita dal punto di vista dell’intimità e infatti la sequenza primaria ricomincia da capo. Nell’innamoramento i segnali per contatto intrecciano la loro magica rete e determinano il vincolo affettivo, “tienimi stretto” si amplifica in “non lasciarmi mai”.

La formazione di una coppia segna l’inizio di una fase che è una sorta di rinnovata fanciullezza, nella quale l’intensità del corteggiamento si indebolisce e, in casi estremi, uno o entrambi i membri della coppia cominciano a sentirsi in trappola, minacciati nella loro indipendenza e libertà d’azione. Appare il “lasciami solo” della seconda pubertà quando il “mettimi giù” della seconda fanciullezza non trova uno sbocco di compromesso. Il ciclo tuttavia può ripetersi nuovamente.
Con la senilità, infine, interviene il terzo ed ultimo stadio infantile: finiamo avvolti a mo’ di neonati nel sudario e rinchiusi nella bara.

I pericoli dell'intimità e i suoi surrogati

Esiste una notevole differenza tra l’essere umano e la scimmia riguardo alla vita di relazione. Se la scimmia è un maschio non conoscerà mai più, una volta completato lo sviluppo, l’intimità totale di un vincolo amoroso, perché vivrà in un mondo fatto di rivalità e accoppiamenti, competizione e cooperazione. Se è femmina, ritroverà la condizione amorosa nel rapporto con la prole, ma non sperimenterà un legame analogo con una scimmia adulta: assiduità, collaborazione, brevi incontri sessuali, senza un’intimità totale.

L’uomo, invece, ha la possibilità di stringere con altri individui un forte e duraturo rapporto, che è molto più di una semplice associazione e nel quale svolgono un ruolo centrale i tanti addizionali contatti fisici che si accompagnano all’atto sessuale vero e proprio.

L’intimità è un bisogno fondamentale, perché suscita comprensione e la maggior parte di noi vuole essere compresa, non in senso razionale o intellettuale, bensì sul piano emozionale, e sono proprio le impressioni fisiche a possedere una sorprendente capacità di trasmettere le emozioni.

È pur vero, però, che le due fasi di maggiore vicinanza fisica nella sequenza dell’intimità umana sono anche quelle di massima dipendenza, prima nei confronti dei genitori e poi della persona amata. E in effetti, tutto sta ad indicare che non è possibile essere affettuosi e disinibiti fisicamente con qualcuno senza diventarne dipendenti. Ciò determina un atteggiamento difensivo sino alla strenua resistenza rispetto a lasciarsi andare e fidarsi, perché un simile abbandono va contro tutte le regole su cui si basano gli altri scambi interpersonali, specialmente nelle sovraffollate comunità urbane.

Inoltre, malauguratamente, nella nostra cultura intimità fisica e sesso vengono fatti coincidere: non a caso dalla fine dell’Ottocento “essere intimi” è un eufemismo per dire che si fa l’amore.
La società moderna ha amplificato la tendenza a limitare l’intimità, tanto che neppure nei momenti di gioia o dolore siamo inclini a buttarci l’uno nelle braccia dell’altro, per cui l’impulso primordiale di toccarci rimane censurato e viene semmai soddisfatto nella routine quotidiana attraverso una serie di gesti formali (rigidi e stilizzati) che suddividono in frammenti le intimità infantili.

Poiché non possiamo essere fisicamente vicini senza diventarlo anche emotivamente, dobbiamo incasellare, etichettare e restringere il comportamento fra adulti negli spazi sociali. Le nostre relazioni sono troppo estese, vaghe, complesse e sovente troppo insincere perché ci si possa esporre al rischio di subire i processi generati dall’intimità fisica. In un ambiente competitivo come il nostro è d’obbligo non esporsi ai pericoli di potenti coinvolgimenti reciproci che non conoscono logica.

L’unica compensazione sarebbe gioire della vicinanza nel privato, ma i freni pubblici regolano anche la nostra esistenza più personale. Per molti allora l’unica soluzione è l’intimità di “seconda mano” guardando avidamente gli appassionati abbandoni dei professionisti sugli schermi televisivi o cinematografici, oppure ascoltando le eterne parole d’amore delle canzoni o leggendole nelle riviste e nei romanzi.

Paradossalmente, più siamo costretti a tenerci a distanza, tanto più abbiamo bisogno di contatto fisico perché la tensione nel sociale genera ansia e insicurezza il cui unico antidoto naturale è l’intimità. Quest’ultima verrà allora cercata e procacciata in forme mascherate (grazie ai cosiddetti “pacificatori”e agli “pseudo-capezzoli”, tipo fumo, bevande, dolciumi) e con condotte apparentemente rivolte ad altri scopi (ricorrendo ai “toccatori di professione”: dalla medicina al ballo, la rassegna è lunga).
Mal che vada si può ricorrere allo scambio di parole confortanti, oppure si può toccare un animale o un oggetto inanimato (servendocene da alternative al corpo umano) o ancora toccare noi stessi (manipolarsi i capelli, mangiarsi le unghie, appoggiare il mento sulla mano, incrociare le braccia, intrecciare le dita, stringersi le gambe).

In un contesto pieno di pressioni, di estraneità ed indifferenza pure nella sfera privata, si corre il rischio di diventare letteralmente affamati di umanità in termini fisici. Vuoi a causa di un distorto moralismo, vuoi per uno stile di vita innaturale e meccanizzato o per un’accentuazione dell’importanza del sesso, in troppi casi si verifica una vera e propria inibizione dell’intimità, che porta col tempo ad ammalarsi di solitudine e patire la fame di contatto anche in mezzo alle persone più vicine e più care.

Adulti capaci di diventare come bambini

La limitazione dell’intimità fisica nel corso dello sviluppo può danneggiare in maniera irreversibile la capacità di stabilire in seguito legami profondi. L’insicurezza e l’autosufficienza obbligatoria di chi si è visto frustrato o punito per il desiderio di com-prensione generano un’apparente disciplina che si accompagna inevitabilmente alla sfiducia cronica nelle relazioni. Il blocco in uno stadio precoce danneggia il dispiegamento dell’affettività, perché tutte le interazioni saranno simili a rapporti d’affari e il coinvolgimento non potrà andare oltre un certo limite. Non essendo un automa, però, il soggetto continuerà a sentirsi bisognoso di amore senza saper trovare una via d’uscita e pur pretendendo di funzionare con la freddezza di una macchina.

Anche l’ambivalenza genitoriale induce confusione nel bambino, anzi l’alternanza tra rigidità e accondiscendenza produce ira e ribellione. L’individuo metterà in atto trasgressioni e rivolte per mettere alla prova gli altri e dimostrare a se stesso che può essere amato qualunque cosa faccia, in pratica per verificare di essere accettato per quel che è e non per la buona condotta.

Dato che, nonostante la tolleranza altrui, egli non riesce a credere che tutto vada bene, perché dentro sono radicate le impressioni originarie, ne può derivare una escalation verso l’antisocialità, in sovrappiù alla menomazione della vita affettiva.
Per questo l’equilibrio emotivo di chi si occupa di un bambino è la principale garanzia della sua sicurezza interiore, quella base di solidità da cui può partire il viaggio di scoperta e avventura nel mondo, sessualità compresa, senza che ciò implichi disturbo dei vincoli affettivi o confusione tra sesso, amore e amicizia.

Dopo aver conquistato un certo grado di autonomia da grandi, cerchiamo un rapporto che possa offrirci intimità e realizzazione. Se funziona, ciò ci consente di godere di una nuova base di sicurezza grazie alla quale riprendere il processo di crescita e conoscenza. La pienezza affettiva con un compagno aiuta a vivere gli incontri sociali entro limiti appropriati, evitando di chiedere gratificazioni a situazioni che esigono inibizione emotiva e fisica.

Gli effetti benefici di una spontanea intimità fisica lasciano l’individuo emotivamente più libero e più preparato di fronte a circostanze ambientali negative o alle avversità della vita. Quando invece non ne siamo soddisfatti ci è più difficile fronteggiare stress e prove esistenziali.

Le intimità sostitutive e la socializzazione possono sostenerci fornendoci i supporti minimi indispensabili, non possono comunque risolvere le contraddizioni e le frustrazioni perché il bisogno di vicinanza fisica è forte nell’essere umano e può spingere a disperati tentativi di sopperire alle sue mancanze.

Occorre allora aprirsi intenzionalmente ad approcci amichevoli con gli altri e abbassare la guardia. Sembra semplice e non lo è perché i fattori ostacolanti o contrari sono numerosi. Anzitutto, l’atmosfera globale e i modelli tipici delle metropoli occidentali impongono un grado esagerato di autocontrollo fisico, rinforzato dal pregiudizio circa il carattere “infantile” delle tenerezze tra adulti, col risultato di far vivere tutti in un clima di costante frenesia robotica.

Un altro malinteso e grave errore è l’interpretazione di ogni contatto fisico in chiave sessuale. Quando c’è un’amicizia o un’intesa tra due persone, magari accompagnate da qualche piccola emozione sessuale, siamo subito pronti a mettere in primo piano e ingigantire queste ultime, provocando o la sessualizzazione di solito impropria del rapporto o il blocco totale delle intimità fisiche.

E questo non avviene solo tra amici, perché gli stessi amanti finiscono per privarsi del vero elisir di lunga vita. Non è il sesso, infatti, a dare tranquillità o a contrastare la depressione, bensì la sperimentazione dell’intimità, nella quale vengono deposte tutte le armi, comprese quelle dell’eros. Si tratta di gratificazioni diverse con conseguenze su aree differenti della personalità.

La fusione tra le individualità, in verità, è nutrita proprio dalle componenti non sessuali in senso stretto. Ed è la negazione dell’abbandono fisico-emozionale tra partner sessuali che porta sia a impoverimento della comunicazione sia all’amplificazione del presunto bisogno sessuale con ricerca all’esterno di altre soddisfazioni. In troppi usano il sesso per spegnere una fame d’amore e vicinanza che resta inalterata a dispetto del numero di atti e di partner sessuali per via della falsificazione delle proprie esigenze.

Lo slittamento via via più massiccio verso l’impersonalità e l’erotizzazione delle relazioni umane nelle società industrializzate ha fatto esplodere il dramma dell’isolamento e della alienazione, cui tentano di sopperire le tecniche e terapie basate sul corpo, ricreando in laboratorio condizioni oramai impossibili in natura. Tornando all’impotenza dell’infanzia per un’ora o poco più si spera di liberare energie sepolte e aprire i canali della gioia perduta.

Purtroppo, il bisogno di affidamento e autenticità è minato da un sistema complessivo di vita e lavoro. Vivendo come assediati da ipotetici nemici o potenziali partner sessuali, il ritiro emotivo e lo stato di perenne allerta finanche tra le mura domestiche sono inevitabili, con conseguente senso di lontananza e irraggiungibilità. La caccia a innocui sostituti dell’intimità non è senza pericoli e non sortisce il risultato desiderato, i surrogati si rivelano insufficienti e a volte impediscono di capire la natura e la radice del problema.

La nostra capacità di adattamento è in parte la nostra rovina perché ci induce pian piano ad indossare una corazza contro i paventati e reali attacchi o tradimenti altrui, a rassegnarci a frequentare estranei, a sostituire alle carezze agognate i colpi della rivalità sociale o della conquista sessuale. Il degrado esistenziale sconfessa i pollici metaforici che succhiamo e le filosofie sofisticate che abbracciamo per giustificarci.

Eppure, qualcosa si può fare da subito: riconoscere le debolezze e le privazioni, e gradualmente operare per costruire spazi protetti entro i cui confini lasciarsi andare, periodicamente e consapevolmente, alla libertà di “diventare come bambini”.

Mattia Morretta (1987)

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