Men at work

Men at work: maschi che fanno sesso con maschi

Nelle comunicazioni scientifiche internazionali sulle Infezioni Sessualmente Trasmesse è consuetudine ormai non utilizzare i termini “omosessuale” e “omosessualità”. Fino a qualche anno fa si parlava di gay or bisexual men, adesso si preferisce una formula che dà da riflettere: uomini che fanno sesso con uomini.
La definizione è più generica e consente di comprendere individui di vari contesti socioculturali e con differenti identificazioni sessuali, accomunati dal compimento di atti omosessuali.

Le motivazioni della scelta linguistica sono molteplici: evitare di associare gay e patologie per non indurre in discriminazione (“non esistono categorie” - sembra di sentire ripetere dai guardiani del politicamente corretto); raggiungere coloro che non si riconoscono come omo o bisessuali e non si sentono parte della comunità gay; parlare una lingua accessibile anche a popoli con costumi molto lontani dai modelli di sessualità dell'occidente; focalizzare l'attenzione sui comportamenti concreti e non sulle identità perché è a tale livello che si gioca la partita del rischio.

I criteri sono epidemiologici e gli obiettivi pragmatici, pilastri di una dichiarata neutralità culturale, politica ed etica. Il freddo linguaggio delle riviste mediche non riesce però a evitare l'impressione di uno slittamento verso un universalismo estensivo quanto approssimativo, nel quale per tener conto della globalizzazione si finisce per perdere di vista la situazione reale a noi più prossima.

In un numero della rivista World Psychiatrydell'ottobre 2005 si può leggere: “L’omofobia diffusa fornisce un ambiente ideale alla diffusione dell'Hiv spingendo gli MSM a evitare l'informazione, i servizi e la tutela di cui hanno bisogno per proteggere se stessi e gli altri dall'Hiv. In molte parti del mondo la sorveglianza, la prevenzione e il trattamento sono impediti dallo stigma e dalla clandestinità che circonda le condotte omosessuali. Tale stigma probabilmente contribuisce anche ad elevare i tassi di abuso di alcol e di depressione documentati in alcuni paesi, alimentando ulteriormente l'epidemia e le barriere alle cure. Parecchi uomini fanno sesso con altri uomini senza identificarsi come gay o bisessuali, ignorando di conseguenza i messaggi diretti alla comunità gay”.

Veniamo così a sapere che in un alcune indagini condotte in India, secondo paese più popoloso del mondo, il 6% degli uomini ha riferito di fare sesso con uomini e il 57% di costoro è sposato. Il problema, quindi, è che in tali condizioni il potenziale di passaggio incrociato dell'infezione da Hiv alla popolazione generale è davvero molto elevato.

Altri dati sconfortanti riguardano l'ignoranza dello stato di sieropositività: a Buenos Aires, in Argentina, solo 1 su 7 degli MSM risultati infetti sapeva di essere Hiv positivo; analogamente a Beijing, in Cina, circa il 3% degli MSM sono risultati infetti e quasi tutti non ne erano a conoscenza.

Sembrerebbe che la difficoltà principale per bloccare la catena del contagio sia l'impossibilità di individuare target precisi: dove innalzare bastioni di difesa in un territorio tanto vasto e inesplorato, quali canali di comunicazione utilizzare con destinatari tanto ambigui, cangianti, mutevoli e mimetizzati?!

Eppure, al contempo registriamo continue evidenze della ripresa dei tassi di infezione da Hiv e delle pratiche a rischio tra i gay nelle principali città europee, nordamericane e australiane, ove sono presenti ambienti gay definiti e strutturati.

E' interessante allora rilevare che persino negli USA le iniziative educative per i maschi omobisessuali sono molto meno frequenti di quelle rivolte a maschi e femmine eterosessuali (solo il 10% degli studi di risultato sulla prevenzione li riguardano).
Certo, il sottogruppo più colpito è quello degli MSM afroamericani e in particolare i più giovani, perché i fattori economici ed etnici contano di più quando si tratta di tutelare attivamente la propria salute.

Invocare la carenza di informazione quale causa del male è un'operazione sempre più retorica; piuttosto occorrerebbe meditare sull'importanza del senso di impotenza e rassegnazione, ovvero di mancanza di potere sulla espressione della propria sessualità da parte di quanti praticano l'omosessualità in vario modo e a differenti livelli di coinvolgimento in ogni parte del globo.

Un indicatore di quanto lavoro ci sia ancora da fare a casa nostra è la diffusione dell'autolesionismo tra gli stessi gay dichiarati, perché sono in troppi a comportarsi come se ritenessero di meritare la punizione o almeno di non aver diritto a stare bene.

Quanti omosessuali esclusivi o preferenziali, in effetti, sono soltanto “uomini che fanno sesso con uomini”? In che cosa si distinguono da coloro che ricorrono ai contatti uomo-sessuali per caso o per curiosità, ogni tanto o tanto per s-gradire, a notte fonda o nel folto del boschetto, sull'onda dell'ebbrezza alcolica o sullo scivolo della depressione, senza dire neanche una parola o perdendo subito dopo la memoria, e così via?

Le loro aspettative e aspirazioni sul piano sessuale e affettivo non dovrebbero essere più complesse ed elaborate? Detto in altri termini, non dovrebbero desiderare di amare e rispettare (fisicamente e spiritualmente) il proprio sesso?! Le risposte nella prossima vita.

Tornando dunque alla sigla MSM, la questione non è quali definizioni si adattino di più all'epidemiologia o registrino meglio il dato di fatto, bensì come intenda e viva l'omosessualità chi ne fa una scelta consapevole.

Mattia Morretta (aprile 2006)

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