Omosessualità nei graffiti murari

Il cesso degli angeli
Graffiti sessuali sui muri di una metropoli
Gamma Libri, Milano 1979

CAPITOLO IV - Omosessualità

(…) Per potersi avvicinare correttamente alla “questione omosessuale” è necessario sgombrare il campo da tutti i pregiudizi e preconcetti che inquinano le menti delle persone “normali”. Ma non basta: occorre anche far giustizia di tutto l’inganno che si nasconde dietro l’apparente interesse sociale (giornalistico, cinematografico, letterario, sessuologico) al problema dell’omosessualità.

Proprio in questo logorroico interesse si manifesta e si concretizza il concetto di Foucault sulla "discorsività sessuale" quale mezzo di controllo e repressione. Mai come nel caso dell’omosessualità è evidente il carattere palliativo e deviante dell’analisi da parte dei progressisti stipendiati dai gestori del potere. Il potere non agisce solo tramite il silenzio, la censura, il divieto: le sue reti sono ben più articolate in modo da arrivare al singolo individuo, e uno dei suoi mezzi è la spinta a trasporre il sesso in discorso. Il potere funziona meno sul modello segregativo della lebbra che su quello contagioso della peste, meno la repressione (diretta) che l’infiltrazione.

È d’altronde evidente che l’accettazione sociale non risolve il problema dell’emarginazione se non apparentemente; anzi, essa, invece di venir eliminata, viene ipostatizzata e confermata in quanto gli omosessuali vengono riconosciuti nella loro “diversità” (cioè, come differenziatisi dagli altri componenti del gruppo sociale) e l’omosessualità è fissata e gestita come elemento caratteristico di una minoranza, il che tra l’altro consente uno sfruttamento economico notevole con la creazione di mercati di consumo specifici (mercificazione e ghetto dorato).

Nell'accettazione degli omosessuali in regimi di socialdemocrazia falsamente liberali è possibile scorgere il tentativo di neutralizzare le potenzialità “rivoluzionarie” che caratterizzano l’omosessualità, la manovra di ottundimento delle contraddizioni sessuali e politiche sottese, e infine la minimizzazione della crisi di valori che l’omosessualità rappresenta.

Al tema bisogna avvicinarsi insomma duttili e malleabili, con elasticità mentale e una buona disponibilità all’autocritica. Chi ancora parla di patologia, disfunzioni ormonali o alterazioni cromosomiche, deve sottoporsi ad un repulisti generale, un lavaggio del cervello faticoso ma necessario. La questione deve finalmente ridursi ad una sostanziale affermazione che non va più sottaciuta o sottintesa, bensì esplicitamente enunciata.

L’omosessualità pervade tutte le scritte raccolte, non solo quelle presenti nel capitolo dedicato, quindi il problema può essere affrontato da due punti di vista: da un lato l’omosessualità degli o negli omosessuali, dall’altro lato quella di tutti gli altri, i cosiddetti “normali”.

Di primo acchito appare più comprensibile (benché ugualmente non giustificabile) il ricorso al messaggio scritto di tipo sessuale da parte di un omosessuale piuttosto che da parte di un etero, non perché (come si affretterebbero a dire i benpensanti) l’omosessualità sia un vizio repellente che si può manifestare solo tramite forme volgari e pervertite, bensì perché gli omosessuali al cesso” e al silenzio morboso vengono costretti.

Se l’idea di una utilizzazione conoscitiva delle scritte può sfiorarci è solo per un attimo, perché è ben altro quel che salta agli occhi. Colpisce di sicuro la violenza che accompagna e accomuna le frasi, sintomo di disumanizzazione e di aridimento emotivo. Se va fatta un’analisi, non si può certo sorvolare sugli aspetti terribilmente nevrotici e deformi di cui il desiderio omoerotico si veste, tramutandosi in sfogo fisico, estraniazione e oggettivazione.

Il circolo vizioso in cui si muove il bisogno sessuale è riconducibile a due soli elementi: consumo egoistico e autonegazione masochistica. Nulla di particolarmente diverso da quel che accade in un comune rapporto eterosessuale, ma in fondo è proprio questo che aggrava il dato di fatto dell’alienazione omosessuale. Accanto a tale riduzione della sessualità ad evacuazione fisiologica troviamo una genitalità ossessiva espressa nella ricerca nevrotica del fallo, consolatore e schiavizzante al contempo. Omosessualità fallocratica, dunque, e omosessuali che smaniamo per il fallo, si potrebbe parlare di “fallomania”.

È interessante notare che in genere il desiderio del fallo altrui parta dalla negazione del proprio fallo e del proprio diritto al piacere genitale. Sembra addirittura che molti degli omosessuali si sentano gratificati da un contatto fisico superficiale, unipolare e a soddisfazione univoca. Pare cioè che sia sufficiente maneggiare il fallo del partner (abbastanza mascolino, s’intende!), oppure farsi penetrare con rabbia, per considerarsi a posto e ritrovare la pace dei sensi. Inverosimile disprezzo di sé e negazione del proprio corpo.

Fallo canonizzato, adorato, agognato, e di converso omosessualità agonizzante, sclerotizzata, snaturata. Non si può non parlare di “maschilismo omosessuale”, anche occorre forse distinguere fra maschilismo agito e subito. Sono poche le scritte con impronta decisamente maschile, ma è risaputo che una buona parte di “gay” non si limita a imitare esteriormente il virilismo eterosessuale, ma si comporta nei rapporti interpersonali come perfetto maschio, dimostrando un egoismo e un gusto di reificazione dell’altro che non ha nulla da invidiare alla condotta del sano maschio patriarcale. Sia chiaro, si tratta pur sempre di tigri di carta, di caricature fuori luogo, tuttavia costituiscono un paradosso pericoloso e avvilente. Numerosissime d’altra parte le scritte dei maschilisti alla rovescia, di coloro cioè che non gestiscono un potere di tipo sessuale, però si affannano nel potenziarlo in chi lo possiede, almeno in apparenza.

Il desiderio fallico, non più presupposto del gioco erotico fra uomini, diviene ricerca di compensare tramite la “conquista” del fallo altrui una mancanza che nell’omosessuale è soltanto psicologica e frutto di condizionamento culturale. Non si parte dall’amore del proprio corpo e del proprio pene per dare e ricevere piacere, bensì il rifiuto di sé porta a deformare sia la percezione sensoriale sia il desiderio erotico dell’omosessuale. Che si sia identificato con la donna e lo manifesti apertamente o meno, ha poca importanza, è il meccanismo psichico di fondo ad averne.

La maggioranza degli omosessuali pone in atto una assimilazione di sé alla figura passiva e succube del maschio, soggetto declassato e interiorizzato a oggetto rispetto al maschio concepito quale detentore di potere. È la sottomissione al maschio e al suo fallo a compromettere la liberazione omosessuale, e non uno smalto o un rossetto. È il Fallo come “macchina per castrazione”, che introduce la mancanza nel desiderio, per dirla con Deleuze e Guattari, che va combattuto nella sua introiezione psichica, e non tanto un tono di voce o un modo di gesticolare….

Occorre riconoscere che la fissazione genitale negli omosessuali è la conseguenza della limitazione repressiva della sessualità in generale e della sua “disgiunzione esclusiva” in genitalità e non genitalità. La diserotizzazione del corpo e la concentrazione dell’interesse sul fallo, in concomitanza con l’atmosfera sociale satura di elementi fallocratici, riducono pure il desiderio omoerotico a consumo e barattamento del membro. Il fallo è perciò ricercato in quanto “corpo residuo” della repressione del reale e primigenio corpo erogeno. D’altronde non si tratta di sminuire la genitalità per operare l’apoteosi della non-genitalità, poiché entrambe si compenetrano e compensano nell’economia sessuale.

La comune genitalità ha però poco a che fare con la genitalità quale substrato della potenza e del piacere orgastici. La genitalità omosessuale ha una funzione e un valore diversi da quella eterosessuale, poiché a rigore il gioco fallico nell’omosessualità si pone contro la genitalità intesa dai sessuologi come penetrazione dell’organo femminile da parte di quello maschile ai fini della procreazione. Si tratta di una genitalità ricondotta al principio edonistico del piacere fine a se stesso e svincolato dalla riproduzione. Nell’omosessualità il fallo conserva in misura maggiore la potenzialità di strumento di piacere, anche se soggiace nei fatti alla oggettivazione pornografica e alla mercificazione.

Nelle scritte in esame due sembrano essere le pratiche più comuni fra gli omosessuali: la fellatio e la penetrazione anale. Esse vengono sconvolte nel significato piacevole per assumere significati legati alla ruolizzazione e al possesso, all’inferiorizzazione e alla simbologia dell’oppressione. Farsi penetrare è sinonimo di “passività femminile”, cadendo irreparabilmente dal trono del ruolo maschile, vuol dire farsi possedere e godere del potere dell’altro. Proprio la penetrazione anale spaventa di più il maschio poiché è attraverso di essa che nella mentalità corrente l’uomo si degrada al ruolo di “femmina”: è l’omosessualità cosiddetta passiva a terrorizzarlo perché appare come spettro della castrazione.
Infatti i marchettari e alcuni degli autori delle frasi accedono a contatti omosessuali, ma mantenendo le distanze dalla “vera” omosessualità, considerata passività e inferiorità. Anche l’etero che casualmente si concede a rapporti omoerotici lo fa restando detentore di fallo, penetratore, soggetto che esercita la trasformazione dell’altro a oggetto del suo piacere.

D’altra parte, per l’omosessuale che si fa penetrare molte volte l’atto è realmente accettazione totale del ruolo “passivo”, mezzo per compenetrarsi maggiormente nell’imitazione della donna oggetto. È lui a richiedere la prestazione virile del partner, a godere della brutalità di cui spesso si carica il coito anale, anche a causa dell’onnipresente senso di colpa che fa vivere il sesso come punizione. Il dolore di una penetrazione violenta è spesso vissuto quale giusto compenso alla propria condizione di “perverso” oltre che alla paura della sessualità e del piacere. Da un lato perciò la penetrazione è un atto vendicativo, volontà di potenza e affermazione di superiorità per chi la agisce, dall’altro lato per chi la subisce è una caricatura del coito eterosessuale e un mezzo di autopunizione. Molto spesso ciò che più attrae della penetrazione è appunto il falso piacere di essere posseduto o possedere.

Se l’immagine che ci danno le scritte è fatta di sopraffazione e masochismo, è pur vero che fellatio e coito anale sono e restano pratiche positive, almeno in teoria. Nella sessualità l’erotismo anale si inserisce con dirompenza e con diritto quale mezzo di piacere auto e allo-erotico, essendo il piacere anale necessario alla gratificazione globale del corpo. Esso è essenziale all’esplorazione corporea e alla conoscenza della propria fisicità, e come dice Cooper in Grammatica del vivere è “parte di una via che conduce alla piena esperienza orgasmica”.

L’erogenesi si estende tramite il piacere anale oltre i limiti del pene fisiologicamente e psichicamente, sostenendo la metamorfosi dei ruoli. Non è soltanto la stimolazione prostatica a garantire piacere prolungando l’erezione del pene e intensificando il meccanismo neuromuscolare dell’orgasmo, è anche la struttura mucosa del canale a possedere una sensibilità particolare in relazione all’attività degli sfinteri. Scché la penetrazione anale non ha nulla di vergognoso o di animalesco o interiorizzante, è invece una pratica come altre con potenzialità liberatoria.

L’atto proibito, rifiutato al sesso non solo dai reazionari ma anche dai pedagogisti progressisti, da Reich e dallo stesso “Libretto rosso degli studenti”, è un elemento fondamentale della sessualità a partire dall’analità infantile, come ci ricorda Scherer in L’Emilio pervertito. L’ano è tutto da scoprire, per Yeats “l’amore ha eletto la sua dimora nel regno degli escrementi” (Collected Poems ) e Becket fa dire a Malloy nell’omonimo romanzo: “Lo si misconosce, a mio parere, questo piccolo buco; lo chiamano buco del culo e fanno mostra di disprezzarlo. Ma che non si tratti piuttosto della vera porta dell’essere la cui celebre bocca non sarebbe che l’entrata di servizio?”.

L’omosessualità, l’analità e l’oralità non sono pratiche pre-genitali la cui conservazione nell’età adulta tradisca immaturità e incompletezza del soggetto, perché l’omoerotismo è in fondo anedipico. Proprio l’omosessualità permette di capire quanto tutta la sessualità sia al di fuori e al di là dell’Edipo e del codice eterosessuale. Edipo è il modo patriarcale di colpevolizzare l’inconscio, l’esca con cui la rimozione prende il desiderio in trappola e lo rinchiude nel lager della triangolazione famigliare. “La sessualità e l’amore non vivono nella camera da letto di Edipo”, come si afferma nell’Antiedipo…

È pur vero che leggendo le scritte risulta che gli stessi omosessuali hanno capito ben poco cosa sia il loro desiderio e ne abbiano in pratica stravolto la funzione. Quel che più spaventa è la quantità di violenza abbarbicata al desiderio e viceversa la quantità di desiderio di cui è intrisa la violenza. Il “massacro” nell’atto erotico è desiderato, non esiste inganno, la repressione è voluta. Alla stregua delle masse oppresse e delle donne schiavizzate, anche l’omosessuale vuole (non certo per fattori endogeni) ciò che l’opprime, desidera il sesso nella forma alienata. Non si può fare a meno di leggere tra le righe dell’alienazione omosessuale per scoprirne e cause.

L’omosessualità è calpestata dovunque e in ogni momento, non c’è spazio per gli omosessuali, non basta qualche articolo o servizio speciale sui “gay” una trasmissione radiofonica per attestare un’evoluzione della mentalità e della morale. Non è certo un ghetto (che non è neppure lontano vestigio della libertà) a ripagare gli omosessuali della loro millenaria negazione; è ancora di oppressione che si deve parlare, e forse delle più feroci perché mistificata. La loro possibilità di esistenza è ancora vincolata all’accettazione delle regole del gioco, che si basa sulla paura e il silenzio, accettando di praticare la sessualità secondo schemi imposti, in situazioni e spazi concessi ad hoc”, con tutto il bagaglio di pericolosità e frustrazioni che essi comportano.

La vita dell’omosessuale è ancora non-vita, vegetare di embrioni aggrappati alle cancellate che li separano dalla Vita (parafrasando il messaggio di un personaggio di Silone). Non è di sicuro una pietistica commiserazione a pagare questo Non-Essere, è la “rivolta” quotidiana che impone la presenza omosessuale contro le regole e il perbenismo di tutti, “rivoluzionari” compresi.

È l’oppressione che produce la ghettizzazione e quindi l’alienazione comportamentale e psichica. La società capitalistica aggiunge a quelli precedenti altri tipi di controllo, quali lo sfruttamento consumistico del fenomeno e la tolleranza programmata, per spostare i limiti che la condizione omosessuale pone al sistema di potere.

Dal punto di vista sociologico esistono scarse differenze fra l’emarginazione degli omosessuali e quella di qualsiasi gruppo etnico minoritario: la società discrimina per poter affermare una Norma e un sistema di valori morali, economici, sessuali, poiché la diversità esiste solo in funzione della normalità. Oltretutto, l’omosessualità serve da capro espiatorio su cui riversare l’aggressività dei conformisti e degli stessi oppressi.

Dal punto di vista politico, invece, l’omosessualità si differenzia dalle altre condizioni minoritarie, perché essa è in potenza generalizzabile ed estensibile, quindi potenzialmente maggioritaria. Per questo va perseguitata in coloro che la praticano e manifestano, e va gestito e controllato per neutralizzarne gli effetti eversivi.

Il capitalismo si dimostra più lungimirante comprendendo il nesso politico tra tolleranza e controllo. In tale contesto si inseriscono le sale da ballo, le saune, i bar e i genere i ritrovi esclusivi per “gay”, i quali sotto mentite spoglie riproducono le situazioni di oppressione esistenti all’esterno nelle strade, nei cessi, nei parchi e così via.

L’alienazione degli omosessuali allora è la logica conseguenza di una catena fatta di repressione sessuale funzionale al sistema, di oppressione antiomosessuale necessaria alla società per garantire la Famiglia e la Morale, di discriminazione emarginante che circoscrive lo spazio esistenziale ed erotico dell’omosessuale per poterne contenere e dirigere le potenzialità “rivoluzionarie”...

La repressione non si ferma all’inibizione esterna, ma continua e si rafforza tramite l’introiezione del divieto. Si realizza così una struttura psichica autorepressiva che deforma il desiderio sessuale e il comportamento, ipotecando la possibilità di una vita soddisfacente e di rapporti interpersonali non alienati e non mistificati. Per l’omosessuale i processo è doppiamente castrante poiché non è solo la sessualità a venir ricoperta di vergogna e paura, ma è anche il suo desiderio specifico a soggiacere ad un’ulteriore inibizione, allargando a dismisura la presa del senso di colpa.

L’introiezione di questo senso di colpa, che si manifesta sia come non accettazione cosciente sia come negazione o rifiuto inconscio della propria condizione, è alla base del maggior numero di problemi esistenziali e sociali degli omosessuali, ed è la casa primaria della loro difficoltà di assumere un impegno politico di liberazione. Esso grava come una cappa di piombo su tutte le esperienze dell’omosessuale e lo conduce ad accettare remissivamente maschere di conformismo sociale, lo porta a fissarsi allo stato di cose presenti dal punto di vista relazionale e ideologico; da qui il conservatorismo politico e l’adeguamento passivo alle imposizioni della società in materia sessuale.

In definitiva quindi non è solo il dato di fatto dell’emarginazione a determinare in toto l’organizzazione dei rapporti fra omosessuali, nel senso che è anche l’atteggiamento dell’emarginato a contribuire alla sua emarginazione. La struttura psichica dell’omosessuale medie costituisce il necessario complemento alla discriminazione sociale, la situazione conflittuale lo spinge a ritenere il suo desiderio consono alle condizioni imposte e a voler vivere il sesso in una cornice di colpevolizzazione e occultamento. In tale dimensione di non coscienza si inserisce l’artificio castrante della doppia-vita messo in atto da molti omosessuali terrorizzati all’idea di una dichiarazione aperta della loro omosessualità.

È vero che il terrorismo è davvero presente attorno all’omosessuale (in famiglia, a scuola, sul luogo di lavoro), ma senza un concomitante terrore interiore e senza una buona dose di senso di colpa il risultato della persecuzione sociale sarebbe dimezzato. È sulla paura “endogena” e non solo “esogena” che si fonda il successo della repressione. La società suscita nell’omosessuale il rifiuto dell’omosessualità e si serve in seguito dell’introiezione del rifiuto per mantenere lo status quo.

Così non c’è nulla di più appropriato dell’avere contatti sessuali fugaci e del desiderare di nascosto, per uno che vuole conservare una facciata giornaliera di normalità e al contempo soddisfare il suo desiderio “deviante”. La bilancia pende verso la pseudo-normalità mistificante, perché l’omosessualità in queste circostanze viene ridotta ad evacuazione da espletare nel più breve tempo possibile.

Attraverso la coartazione del desiderio omoerotico il potere si assicura la propria sopravvivenza, poiché una volta determinata la struttura caratteriale dell’omosessuale, questi condurrà quasi spontaneamente a termine il processo. Ecco allora che i rapporti fra omosessuali, oltre a ricalcare la polarità eterosessuale, inaridiscono nella competitività, nell’estraneità e nell’assenza di spontaneità.

Perdono quasi senso le parole di Pasolini: “I miei amori – griderò – sono un’arma terribile; nulla è più terribile della diversità!”. La diversità è un fattore fondamentale nella lotta contro la “normalità” e l’abbrutimento della personalità, ma è veramente tale quando si colora di contenuti esistenziali contrari a quelli imposti. Il solo fatto di avere rapporti con persone dello stesso sesso non basta a diversificare a sufficienza gli omosessuali dal mondo distorto che li circonda, perché quella sessualità è impregnata di elementi alienanti comuni a tutti.

Gli omosessuali frappongono se stessi, con il loro modo di pensare e di agire, all’apertura dell’unica porta che conduce alla liberazione: la coscienza delle loro “armi terribili” e la lotta con esse. Non sono solo gli etero a far da barriera, ma anche gli omosessuali incoscienti e adattati.

L’omosessualità è impegnata a farsi carico del peso della liberazione sessuale e può farlo in quanto desiderio strutturale in ogni individuo. I contributi della psicoanalisi parlano chiaro: il desiderio omoerotico è universale, cioè presente in tutti, uomini e donne. L’unica differenza tra gli omosessuali e gli “altri” è che i primi esprimono in modo manifesto il loro desiderio, i secondi lo hanno represso, senza che ciò significhi averlo eliminato…

L’omosessualità maschile colpisce il Potere al cuore, attaccando il ruolo maschile e il detentore del potere. Se l’omosessualità femminile colpisce il maschio nel suo oggetto, quella maschile colpisce il soggetto stesso. Insieme hanno la capacità potenziale di annientare l’Eterocrazia, il Maschio Patriarcale e la psicologia del Potere. Perciò l’omosessualità rivela globalmente un’importanza sconosciuta per troppo tempo, un’importanza politica sulla quale cosiddetti “rivoluzionari” dovrebbero riflettere.

Mattia Morretta (1979)

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