Quale solidarietà?, Caritas Ambrosiana, 1990

Quale solidarietà?

Convegno Caritas Ambrosiana: AIDS tra etica e assistenza. Idee ed esperienze a confronto, Milano, 1 dicembre 1990

Oggi davanti al Palazzo Comunale è stata stesa una coperta che vuol ricordare le decine di migliaia di morti per Aids nel mondo, opponendo all’astrattezza delle cifre e alla pornografia mediatica il calore umano e la dedizione affettiva di quanti hanno convissuto con coloro che sono deceduti.
Perché i morti di Aids appartengono a qualcuno, non sono morti di nessuno. Sono persone che hanno lasciato un segno e hanno testimoniato la loro presenza, lasciando in eredità una ricchezza nonostante il venir meno, perché i morti sono anche guide spirituali per i viventi.

Di solito nel campo dell’Aids a mancare è il soggetto interessato, che non viene ritenuto interlocutore con diritto di parola. La domanda chiave allora è proprio: quale solidarietà? Non tanto riguardo alle Istituzioni, in gran parte carenti, e neppure soltanto per gli aspetti organizzativi e strutturali dell’assistenza, quanto per lo sfondo culturale e l’impalcatura spirituale, perché in questo caso non basta la parola e neanche il pensiero. La sfida consiste nella scelta di cosa offrire e quale messaggio trasmettere alle persone ammalate di Aids.

Nell’ASA non si lavora per una casa materiale, ma per una casa forse ancora più importante, un’accoglienza morale , benché sia l’unica Associazione non cattolica in questa sede. Non esiste infatti il monopolio della spiritualità e dell’umanità, ed è proprio la mancanza di valori umani che costituisce una delle più grandi carenze della società contemporanea, nella quale si impongono risposte tecniche a domande squisitamente esistenziali.

La professionalizzazione dei volontari rischia di spersonalizzare la loro azione alterando la motivazione che li spinge a muoversi verso gli altri. Ho rispetto per tutte le esperienze di matrice cattolica, perché nel caso dell’Aids si sono assunte il compito di affrontare il problema invece di rifiutarlo. Chiunque sceglie di avvicinarsi a qualcuno per offrirgli solidarietà parte da “interessi personali” e può essere tentato da mire appropriative, il che va sempre messo in discussione.

Si paga in termini privati per fare il volontario e occorre riflettere sulla spinta e sullo scopo del proprio gesto, che implica l’incontro con un essere cui non può venire imposto un percorso univoco in una cornice ideologica strutturata, per esempio l’approccio cattolico al senso della vita e della morte.

Esistono bisogni materiali molto importanti, il recupero delle concrete possibilità di sopravvivenza di alcuni malati, che spiegano la necessità di Comunità e Case alloggio; ma esiste anche un enorme bisogno di identità che di solito è del tutto disatteso.

Si dà per scontato che si debba parlare di malati in stato di necessità o di degrado, di porre rimedio ad esistenze disgraziate segnate dalle privazioni sul piano della famiglia, dei mezzi economici e delle reti sociali. Questo porta spesso a perdere di vista il problema di fondo, cioè cosa significhi essere “una persona con Aids” nel senso ontologico dell’espressione.
Qualunque sia la condizione in cui si vive si ha bisogno di sapere che la propria esistenza può essere “giustificata” dal punto di vista metafisico e non soltanto fisico.

Vi sono persone affette da Aids che si sono assunte l’onere di riflettere su come si fa a convivere con la malattia e lo status, non esteriormente o fisicamente, bensì moralmente, perché si tratta di convivere con la coscienza della malattia. Per l’essere umano è una prova gravosa la piena coscienza di una condizione che gli altri considerano impossibile, invivibile e connotata spregiativamente, definita dal punto finale e non da quello che lo precede.

La qualità esistenziale della vita dipende dall’identità e non puramente in riferimento alla filosofia di fondo o alla religione, piuttosto nel rapporto del soggetto con se stesso e con il vivere in una situazione inammissibile per gli altri.

Poter essere una persona con Aids è la difficoltà più impegnativa anche per quanti arrivano ad avere coscienza di sé. La maggior parte, infatti, non arriva alla consapevolezza perché difettano gli strumenti e gli ambienti adatti, quei pochi che ci riescono necessitano di sostegno e di una comunità intorno, non mura protettive ma persone che facciano palizzata e accompagnino nell’accettazione della coscienza della possibilità di ammalarsi, soffrire e morire.

Il tentativo del malato di dare un senso e un valore alla propria esperienza comunica significato pure a tutti quelli che non sono stati in grado di dire “sono una persona con Aids”.
Coloro che possono o vogliono dirlo sono pochissimi non per un problema di immagine pubblica, bensì per l’estrema complessità del percorso che conduce ad una simile affermazione.

I volontari e i congiunti stanno a mio parere rendendosi conto della ricchezza di contenuti presente nelle persone che affrontano l’Aids come condizione umana e non come patologia o problema materiale.
Un patrimonio che si tende ad occultare perdendo il più importante contributo sul piano storico e culturale.

Le persone con Aids, per usare le parole della scrittrice Christa Wolf, sono “i perdenti che non si danno per vinti”, non per masochismo, cecità o ignoranza, ma per scelta.

A loro devono andare i riconoscimenti perché sono riuscite a scegliere ciò che sono, accettando di perdere senza darsi per vinte, testimoniando quali insegnamenti possa essere tratti dalla loro esperienza personale.

Mattia Morretta (1990)

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