La malattia cronica e il disagio, Gardone Riviera, 1991

La malattia cronica e il disagio come fattori di crescita umana
Convegno “I gruppi di auto-aiuto: una risorsa sociale per l’assistenza sanitaria”, Gardone Riviera, USSL 44, 21 settembre 1991

L’Aids è una tragedia. Contrariamente a quel che si può credere, proprio per questo, e non “nonostante”, ci ha arricchito e ci conforta riguardo al destino dell’anima umana.

Nella gran parte dei casi l’adattamento alla sieropositività costituisce soltanto un adeguamento passivo ad un trauma vissuto in solitudine. Ciò non produce miglioramento della qualità della vita in quanto la persona non può apprendere qualcosa dall’esperienza, trascendere o trasformare la sofferenza: vi passa attraverso come ad occhi chiusi.

Tutti tornano a vivere, a meno di gravi conflitti preesistenti, disordini psichici o condizioni aggravanti. La tendenza prevalente è di minimizzare la portata dell’evento, restaurare lo stato di cose antecedente, far sì che si sia trattato solo di un brutto sogno. Finché è possibile molti sforzi vengono compiuti per evitare il riconoscimento di quanto è già accaduto in realtà e per scongiurare un effettivo cambiamento, anche mediante una parodia della cura della salute. Tuttavia, più ancora delle infermità piccole o grandi, frequenti e ineludibili, è l’aumento drammatico dell’auto-consapevolezza a rendere difficile e in fondo impossibile la negazione.

La coscienza di essere se stessi è un’esperienza capace di generare angoscia e paralisi, soprattutto perché prelude all’interrogativo comune ad ogni processo di individuazione relativamente al valore e all’uso di sé. Finché si vive, si vive, semplicemente. Fermarsi per sapere chi si è e perché si vive provoca profondo dolore: “Conoscersi è morire” (Luigi Pirandello).

Il viaggio della coscienza spetta a ciascuno come dovere e diritto, e non ammette deleghe; eppure non può esser fatto completamente da soli. Ad un certo punto l’incontro con l’altro, con chi sperimenta le medesime inquietudini, diviene necessario per operare una svolta costruttiva.

L’occasione straordinaria di trovarsi lucidamente di fronte all’idea della propria morte e di valorizzare fino in fondo la sacralità della vita, oggi viene per lo più negata alle persona con Hiv/Aids. La cultura e la medicina si oppongono alla affermazione della dimensione esistenziale e allo sviluppo di una prospettiva spirituale nella salute e nella malattia.

L’espropriazione dell’identità e di ciò che fa di un uomo “un uomo” è la regola imposta con rigore e brutalità. Impietosa medicalizzazione e pietistico assistenzialismo rappresentano i due poli tra i quali è costretto a muoversi l’individuo malato o svantaggiato.

La condizione di sieropositività può rivelarsi un’opportunità di crescita e trasformazione (anche comunitaria) perché comprende e concretizza le tematiche costitutive del dramma stesso dell’essere uomini: siamo indispensabili e al contempo nient’altro che polvere per ilo mondo.

La coscienza di vivere è la dimensione originale dell’uomo. Da una accettazione incondizionata e un po’ ottusa della realtà l’individuo perviene ad uno stato di “squilibrio” in cui è costretto a fare i conti con la complessità delle verità sottese all’apparente normalità dell’esistere quotidiano. In principio si pone una specie di vitalismo immotivato, una smania di vivere simile all’impressione suscitata da un formicaio.

Ben presto, però, la percezione del contrasto tra ciò che è e ciò che potrebbe o dovrebbe essere interviene a incrinare la compattezza del reale e l’attendibilità della visione personale. L’anormalità e l’estraneità si inseriscono nel corso degli eventi abituali, attraverso le incrinature via via più evidenti dell’esistenza si offre l’occasione di una coscienza di sé, una percezione lucida e spietata di se stessi, finalmente: “Io vedo chiaro / di una chiarezza allucinante” (V. Majakosvkij).

L’uomo che viveva in uno stato di inconsapevole abbandono e conosceva solo il personaggio, emerge alla superficie di quel che credeva esser un mare aperto e che è invece soltanto un misero stagno. Sollevato il coperchio dell’incoscienza e strappato il velo della recitazione, appaiono in tutta la loro drammaticità la falsità cui si è inchiodati dalle esigenze sociali, la precarietà dell’identità che non si è incoraggiati a coltivare e la leggerezza del modello di realizzazione comune privo di riferimenti etici.

Come posto di fronte ad uno specchio l’uomo “vede” l’assurdità del proprio stato e la sorprendente impersonalità della propria esistenza. Allora ha la possibilità di gettare la maschera, smettere i panni della marionetta, diventare artefice e protagonista del proprio destino, il che significa esigere la propria parte di gioie e dolori del tempo assegnato.

La spinta verso la libertà e la felicità può irrompere talora con gesti che hanno la funzione di permettere, forse solo in apparenza, il cambiamento. L’idea della mortalità e della finitezza enfatizza infatti l’esigenza di riconoscere l’unicità, l’irripetibilità e il significato della vita di ciascun uomo. Spiccare il volo non è propriamente possibile, poiché resta l’obbligo di un compromesso, del venire a patti con i limiti; il rischio in effetti è quello di un totale annullamento nel tentativo di vivere fuori dai confini della identità biologica e psicologica.

Evadere è impossibile, non possiamo che ciò che siamo. L’impresa di realizzazione sembra pertanto mortificata e schiacciata sotto il peso della necessità, ma la consapevolezza diviene patrimonio e strumento del soggetto.
Per quanto tragica la “scoperta” dell’impossibilità di ri-vivere e della inevitabilità della maturazione (ciclo che comprende la fine), la ricerca dell’autenticità ha la meglio sul fatalismo e sulla rassegnazione. Non c’è bisogno di riuscire per perseverare: “Cambierebbero vita i santi, se sapessero che il Paradiso non c’è?” (Italo Calvino, La nuvola di smog).

Dedicarsi alla cura e all’educazione di se stessi diventa il compito primario della persona che si interroga sul senso della vita. Ciò vuol dire applicarsi all’Essere, prendendo coscienza del proprio valore e del proprio posto nel mondo.
La società promuove preferenzialmente il “consumo”, l’affermazione attraverso le cose, l’arroganza del benessere esibito e superficiale. Dolore, malattia e morte vengono catapultati “fuori” dal contesto sociale e dalla quotidianità (benché ne facciano parte integrante, basta guardarsi attorno e dentro), proiettandoli su vittime predestinate.

Eppure, tale orrore diventa per molte persone con Hiv/Aids la spinta per aspirare alla conquista di una identità e la causa scatenante di un cammino di crescita umana, che va molto al di là di quel che può immaginare chi ne è distante o prende le distanze.
Più che coraggio di vivere, è coraggio di pensare alla vita: “La coscienza della vita è superiore alla vita” (F. Dostoevskij).

Mattia Morretta (1991)

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