Hiv Sorveglianza proibita

HIV: Sorveglianza proibita

In Italia da anni si tenta inutilmente di introdurre un sistema di sorveglianza dell’infezione da Hiv, allo scopo di avere un quadro minimamente attendibile della sua diffusione, dato che la diagnosi di Aids non dà informazioni al riguardo almeno dalla metà degli anni novanta.

I progressi terapeutici, infatti, hanno ridotto la mortalità e l’evolutività della patologia, il che ha comportato in parallelo l’inapplicabilità della proporzione tra casi di malattia e casi di contagio che consentiva una stima approssimativa nel nostro Paese tra le centomila e le centocinquantamila unità.

Per risalire al numero di Hiv positivi si è costretti allora a contare la spesa farmaceutica per i trattamenti antiretrovirali (le cifre sono da capogiro, un capitale pro-capite).

Certo, l’utilità di una rilevazione più realistica può apparire poco evidente, soprattutto dal punto di vista della verifica delle modalità di trasmissione del virus. In effetti, una bozza di scheda di sorveglianza circolata tempo fa nella Regione Lombardia, pur elaborata con le migliori intenzioni, si smarriva in improbabili conteggi del tipo di pratica sessuale e del numero di partner riferiti dai soggetti diagnosticati di recente.

Non c’è oramai più nulla da scoprire su tale terreno, e soprattutto non ha senso investigarlo oggi “a posteriori” (cioè, una volta avvenuto il contagio). L’Hiv è tra noi da decenni e non si è nascosto o mascherato, se non forse nei primi anni, benché sia parso a lungo ai gay italiani quasi un fenomeno “estraneo” al nostro contesto di provincia dell’impero americano, sorvolando sul fatto che il cattivo esempio statunitense in termini di consumismo sessuale sia sempre stato l’unico ad essere seguito (il loro dibattito sugli stili di vita e sulla comunità non ci ha mai sfiorato).

Se nei Centri MTS fosse possibile personalizzare il rapporto con coloro che vi si rivolgono “per farsi controllare” e non si rispondesse alla passività fatalistica dei pazienti omosessuali con l’accettazione acritica e disarmata, forse si aprirebbe qualche spiraglio di effettiva prevenzione in un mondo in cui trionfano l’inerzia e il disimpegno nei confronti della vita (figuriamoci riguardo alla salute sessuale, che è un lusso per cittadini consapevoli e affermati).

Per lo stesso motivo, la conoscenza di dati attendibili sull’infezione da HIV non ha molto senso neppure nell’ottica di nuove campagne informative di massa o di programmi territoriali delle autorità sanitarie (quante risorse sprecate per suonare le trombe da lontano, invece che la campana da vicino!). Anche perché, in Italia non si è mai vista un’iniziativa di prevenzione nell’ambito dei comportamenti sessuali veramente “mirata”, sia nel senso di rivolta a determinati gruppi con cognizione di causa sia nel senso di fondata su indagini scientifiche o quantomeno statistiche.

Nella più completa mistificazione generale e particolare, degli enti istituzionali e degli attivisti gay, l’Hiv e le altre MTS continuano ad “accanirsi” con la categoria, a dispetto delle frasi fatte sui comportamenti (come se questi non finissero per connotare una minoranza composta in buona parte da stakanovisti del sesso).
L’infezione da Hiv ha già smesso di costituire un’epidemia in senso stretto ed è avviata ad acquisire i caratteri di un’endemia in settori specifici di popolazione, tra cui i gay che gravitano intorno alle grandi aree urbane.

Una sorveglianza epidemiologica, tuttavia, è un’esigenza del tutto logica e ragionevole per qualsivoglia società avanzata, e vige già da decenni per altre malattie a trasmissione sessuale, senza che nessuno abbia nulla da ridire.

Le ONG per l'Aids, però, si oppongono all’introduzione di un sistema di rilevazione sentendosi depositarie della difesa dei “diritti” dei sieropositivi (scambiandoli per interessi oggettivi e soggettivi) e agitando lo spauracchio della discriminazione e della schedatura, in un Paese in cui nella sanità pubblica superficialità e disattenzione rendono impersonali persino i rapporti più corredati di documenti d’identità e accertamenti.

Così, la normalizzazione invocata a parole e interpretata a senso unico (come vanificazione del trauma della diagnosi o come svuotamento di significato della condizione di HIV positivo), viene impedita di fatto con operazioni di “garantismo” e “protezionismo” ideologici. Insomma, di tutto il resto o quasi nel campo della salute si può ragionare o sragionare senza passar subito al linguaggio e alle minacce della politica, tranne che per l’HIV. Povera Italia, sieropositivi compresi.
Indietro tutta!

Mattia Morretta (giugno 2005)

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