La democrazia irresponsabile

La democrazia irresponsabile
in Aids, società, solidarietà (1992)

Secondo i sociologi contemporanei viviamo nell'era della democrazia irresponsabile, perché al rischio oramai minimo di totalitarismo da parte di un’unica autorità assoluta si è sostituito quello di una tirannia anonima, il dominio della causalità e del pregiudizio, in un contesto frammentato e strutturato per gruppi o categorie.

Il ruolo dei mass media in tale sistema è fondamentalmente ambiguo, tanto che essi vanno ritenuti uno dei principali fattori di formazione e mantenimento del pregiudizio.
Non si tratta solo degli effetti collaterali dei messaggi, ma anche di quelli contro-intenzionali nel complesso di una comunicazione che amplifica e aggrava lo scarto esistente tra vissuto e immaginario, tra realtà e sua rappresentazione.

Di fatto si impedisce ai cittadini di capire cosa accade facilitando l’adozione di opinioni approssimative e convenzionali. Riguardo all’Aids è stato ed è plateale l’incapacità dei media di mostrare i molteplici volti della problematica. Adesso è la retorica della solidarietà a invadere il campo e lo schermo, perché fa tendenza.

Non dobbiamo mai dimenticare che ogni contenuto viene recuperato e riciclato pur quando in apparenza refrattario alle strumentalizzazioni. Sicché, ciò che ieri equivaleva a stare accanto ai deboli, oggi può significare il contrario. Tra poco sarà arduo districarsi nella giungla di coloro che vogliono mostrarsi solidali, perché è di moda e quasi politico.

Se alcuni opinionisti sostengono l’idea della solidarietà, molti affermeranno che bisogna esser solidali e magari scenderanno in piazza, benché poi interrogate individualmente non saprebbero spiegare le motivazioni personali e il significato del gesto. Valga l’esempio del razzismo, che alberga ovunque, compresi coloro che si proclamano “contro”.

Siamo dunque inseriti, involontariamente e nostro malgrado, in un sistema articolato di irresponsabilità collettive e di rappresentazioni fuorvianti dei fenomeni, che favoriscono proprio ciò che sembrano voler impedire. Tutte le deprecazioni a parole e le immagini consolatorie, unite alla spettacolarità morbosa cui ci hanno abituato giornali e televisioni, finiscono per produrre più confusione e mistificazione di quanto ci si convinca in buona o malafede di eliminare.

La spettacolarizzazione, non solo non aiuta a comprendere, ma crea anche ulteriore pregiudizio, infatti non emerge mai la realtà umana delle varie condizioni problematiche, Aids incluso, il caso sensazionale serve gli scopi della civiltà dei consumi.

Come riuscire a ridurre la forbice crescente tra immaginario e vissuto è uno dei problemi principali di chi si occupa di Aids sul piano sociale. La superficialità e il sensazionalismo con cui si parla del problema generano svuotamento e disinteresse.

Il cittadino, d’altronde, è senz’altro in media più attento ed attivo, con tutta la libertà che gli si concede di acquistare i prodotti informativi o scegliere i programmi televisivi! Un’attenzione pubblica fluttuante e incostante, che procede con l’andamento sussultorio della modalità fasica dell’informazione mediatica.

Cascate di notizie e di dati fanno seguito a lunghi periodi di silenzio o omissione, lasciando una scia di dicerie e maldicenze. Far riflettere è l’ultimo degli scopi del circuito informativo, giacché costerebbe troppo pure a chi fa informazione. Più facile “emotivizzare” creando occasioni di intenso coinvolgimento emotivo, vendendo e svendendo emozioni al posto dei ragionamenti.

In proposito è ingenuo credere che la società dello spettacolo possa aver paura delle immagini sull’Aids, perché l’immagine eccita e satura al contempo, rendendo superflua l’elaborazione. Basta guardare e si è convinti d’aver capito, che necessità c’è di approfondire? La realtà ci è stata descritta in dettaglio, ci hanno divertito o fatto piangere, cosa si può volere di più?

La commozione in particolare ci viene offerta e imposta sotto le mentite spoglie della descrizione veritiera. La sofferenza proiettata il più lontano possibile dalla quotidianità viene reintrodotta mediante attimi fugaci di immedesimazione con singoli che stanno male sono affetti da gravi disagi, qualcuno che soffre dinanzi all’opinione pubblica consentendoci per un istante di aver la sensazione di capire in prima persona.

Il dolore diventa pornografia, gli occhi lucidi davanti alla sofferenza altrui esibita e fotografata. Malattia, morte, vivisezione dei deboli e degli infermi, saranno così usate per eccitare e sollecitare emozioni intense, purché transitorie ed estemporanee.

Per un confronto serio col dolore non c’è tempo né spazio, per cui ci pensano i media a fornirne la dose necessaria come oggetto di consumo, prodotto ad arte e immesso sul mercato.
La società si occupa di produrre il catalogo del piacere e di fornire il residuo ineliminabile di dispiacere sotto forma di commozione commerciale, perché quel che conta è consumare.

Assistiamo ad un vero e proprio trionfalismo del modello di realizzazione consumistica, che prevede possesso di beni materiali, godimento e soddisfazione da esibire. Per assurdo, la società occidentale più progredisce e più è ossessionata dalla materia e dalle cose, conservazione fisica, salute, riproduzione assistita. L’analfabetismo tecnologizzato è l’indicatore migliore della regressione morale e spirituale.

Si vive nell’illusione generale di onnipotenza disconoscendo limiti naturali e transitorietà della vita, per cui è quasi offensivo proporre un discorso sulla mortalità e sulla finitezza. La gente non vuole sentirne parlare, pretende soddisfazione di appetiti e realizzazione di sogni ad ogni aperti.

In parallelo si fa strada un oscuro presentimento circa il limite della nostra sete di grandezza, che balena nel fascino per i grandi eventi catastrofici, quando la Natura fa sentire la sua forza e ricaccia indietro l’insaziabilità della nostra brama di potere.

L’ambizione tecnologica si sostituisce alla valutazione realistica e ragionevole del lecito, creando una situazione irrazionale mascherata dalla plausibilità, mentre si smarriscono i punti di riferimento per il percorso esistenziale. Facile trasformarsi in consumatori e puntare al centro della società, accogliente e accessibile eppure riservato, come recita lo slogan pubblicitario: “per molti, ma non per tutti”.

La civiltà del benessere promette godimento e status e intanto dissemina “povertà”, disperazione ed angoscia, non fosse altro che per lo standard imposto proibitivo per un gran numero di individui.

Siamo bersagliati da propagande violenti ed insistenti di un modello di vita materialistico, di cui siamo tutti corresponsabili quando chiudiamo gli occhi e fingiamo tutti i giorni col nostro prossimo.

La medicina di moda non incoraggia la coscienza della finitezza, che se mai è appannaggio di qualche filosofo o spiritualista che non sa trovare posto nella corte dei miracoli del progresso.
In questo contesto generale va inquadrato il processo di adattamento sociale all’Aids.

Mattia Morretta (1992)

Comments are closed.