Le vie del piacere

Le vie del piacere

"Perché come te anch’io non volevo godere mai secondo un ricettario, non volevo mai non aver diritto al dolore e alla pena."
Bohumil Hrabal, Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare, 1965

L'argomento del piacere è centrale nella sessualità, in particolare nell’era Aids, perché ha a che fare con il senso di soddisfazione e di pienezza esistenziale, nonché con il rafforzamento dell'autostima.
Esso inoltre rinvia alle relazioni interpersonali, al grado di vicinanza-lontananza dagli altri, ai temi dell'abbandono e dell'esilio.

Mancanza, rifiuto, inadeguatezza sono vissuti comuni in tutte le condizioni di diversità. Per liberarsi del senso di prigionia, per prima cosa occorre scegliere di partire per una specie di volo in mongolfiera, allo scopo di osservare dall'alto e aumentare il proprio orizzonte visivo.
Ciò aiuta a comprendere come ogni problema particolare si inscriva in un contesto più generale e può preludere alla elaborazione di strategie di adattamento costruttivo.

Negli ultimi quarant'anni, numerose circostanze, tra cui i progressi della scienza e della ricerca farmacologica, hanno consentito un rapporto con la «natura» diverso da quello precedente, che ha comportato fra le altre cose l’imposizione di una concezione della sessualità come «diritto»; non tanto come esperienza pratica, quanto come modo di pensare a se stessi in relazione al sesso.
La sessualità è così diventata uno degli elementi distintivi dell'identità e uno dei fattori costitutivi del senso di realizzazione personale; tanto che l'affermazione individuale prevede oggi un'applicazione e un impegno specifici nella sfera del piacere e del godimento, nonostante permangano attivi altri modelli culturali fondamentalmente restrittivi (per es., la morale cattolica).

Si è diffusa una coscienza molto particolare del corpo, conteso tra la scienza e la medicina da un lato e il mercato e l'estetica dall'altro. I mezzi di comunicazione insistono sugli slogan della salute e della bellezza, spingendo le persone a ragionare in termini di efficienza e di perfezione dal punto di vista fisico.
Si tratta di fatto di un'operazione più vasta di espropriazione della capacità di provare in prima persona il piacere e il dolore. La sua efficacia è aumentata dal ricorso a strumenti che impediscono persino di rendersene conto.

In tale logica i gesti sessuali sono diventati col tempo più «leggeri». Una volta si poteva dire che l'anima saliva alle labbra baciando qualcuno, o che potesse derivarne una gravidanza.
Non si trattava propriamente di ignoranza o di ingenuità, era questione di «pesantezza» (fino alla sacralità) del gesto sessuale: entrare sessualmente in contatto con un essere umano comportava l'entrare in profonda intimità, quindi con un grande coinvolgimento affettivo ed emotivo. La sessualità «diceva» tante cose della persona che l'agiva e l'esperienza possedeva talora le caratteristiche di un rito.

Naturalmente noi «moderni» abbiamo bisogno delle conoscenze scientifiche e dei miglioramenti sul piano dell'informazione attualmente disponibili; non dobbiamo confondere però lo sviluppo tecnologico con il progresso umano.
L'alleggerimento e la superficializzazione degli atti sessuali spostano l'attenzione sugli aspetti ludici di una sessualità che può separarsi via via dalla procreazione e da altre esigenze etico-sociali (le responsabilità verso la società, la famiglia, il partner stesso sono molto diminuite).

Nella rappresentazione della sessualità ha preso quota l'elemento «divertimento», il provare piacere senza temere conseguenze e senza assumere responsabilità. Su tale sfondo si è verificata l'epidemia dell'Aids e si sono scatenate le prese di posizione ideologiche.
Alcuni hanno pensato di dover difendere lo status quo, presumendo che il punto cui eravamo giunti fosse espressione del più alto grado di soddisfazione e libertà erotica possibile. I «diritti» acquisiti andavano e andrebbero perciò difesi contro il tentativo di usare l'Aids per finalità reazionarie o repressive.
È già retorica consolidata il discorso sulla morale censoria che vorrebbe privare le persone del piacere sessuale e sulla difesa ad oltranza della «liberazione sessuale» conquistata.

Vale la pena di dubitare di tali luoghi comuni e di lavorare alla ridefinizione della sessualità a partire dalla sua natura e dal suo significato. È una scelta necessaria, anche se molte altre cose premono, molte urgenze e difficoltà si affollano portando a credere che la ricerca culturale sia un lusso che non ci si possa permettere.
Specialmente chi è Hiv positivo può ritenere di non avere tempo o temere di avere il tempo contato per fare conquiste importanti, finendo quindi col considerare più conveniente soprassedere su determinate questioni.

Al contrario, è proprio il caso di prendere tempo e prendersi il tempo esistenziale, è importante non vivere sotto la minaccia di un tempo che manca sempre, che potrebbe finire da un momento all'altro o che è già segnato, per cui il futuro appare solo come la scrittura di un profezia catastrofica.
In tal caso la persona non vive più, si limita a prendere quel poco che resta come il rancio attraverso lo sportello della cella.

Nella società contemporanea si avverte a livello generale una profonda disperazione, connessa probabilmente al vissuto di «fine del mondo», spesso sfruttato dalle fiorenti sette religiose.
Soltanto l'idea della morte e di un termine temporale dato sembra poter spingere gli uomini ad ordinare la vita, e sistemarla secondo criteri o valori ideali, altrimenti c'è spazio solo per reazioni inconsulte.

Di fronte alla morte sia le persone che la società tendono a rispondere con due strategie «opposte»: l'ascetismo e il libertinaggio. Quando la vita è minacciata dalla morte o dall'idea della mortalità, come per esempio nelle grandi epidemie storiche, sono questi due atteggiamenti a polarizzare il campo delle reazioni dei singoli e delle masse.

Nel caso dell' ascetismo, dinanzi al venir meno della materia, l'uomo tenta di rendersi immateriale staccandosi dal corpo, dal proprio essere fisico, dall'avere, dal rapporto con il mondo e dalle relazioni interpersonali, i fili cioè che congiungono alla terra e alla corporeità, cercando di privilegiare lo spirito, l'interiorità, ciò che sta dentro e il rapporto con l'infinito.

Nel caso del libertinaggio si verifica un aumento dell'investimento sulla materia e sul corpo, sull'azione, sulle relazioni con gli altri, su ciò che sta fuori. La conseguenza è una ricerca intensificata del legame con altre persone (una o tante non è così importante, poiché una sta per tutte e tutte stanno per una), tentando di realizzare tanti momenti di contatto e di fusione mediante l'intimità fisica e sessuale, grazie alla quale perdere la coscienza dell'identità e quindi della finitezza.
Se ci si aggrappa a qualcuno, si pensa di garantirsi una maggiore probabilità di restare in vita, perché l'altro rappresenta un aggancio, una specie di zavorra che trattiene giù e può mantenere sulla terra (fosse pure solo con la memoria).

Anche se alcuni incarnano meglio di altri queste scelte, in genere entrambe si trovano stratificate in ogni uomo. Il tentativo comunque è quello di vivere e prendere del piacere dalla vita.
L'ascetismo infatti non può essere considerato una scelta del dolore, potendo ravvisarvi un tentativo sofisticato di sperimentare piacere e per certi aspetti incrementarlo benché secondo percorsi non comuni. Di converso si potrebbe dire che chi sceglie la materia aumenta la quota di dispiacere cui va incontro, poiché si espone necessariamente a frustrazioni e dolori.

In effetti, molte volte perseguire qualcosa che ci ha dato o dovrebbe darci del piacere indipendentemente da quanto costa, cioè «ad ogni costo», finisce per essere un'esperienza profondamente distruttiva, in cui ciò che si ricava è enormemente meno di quello che si pensa di ricavarne e tuttavia basta a mantenere la persona concentrata su di uno schema di condotta privo di alternative.

Molti sono condizionati da una logica trasgressiva nel loro comportamento relativo al piacere. La trasgressione prevede di fare qualcosa per sé , o meglio di «prendere qualcosa per sé», come se si trattasse di rubare alla tavola imbandita di una autorità. Si prende qualcosa per sé contro qualcuno, i due momenti sono inscindibili, non si può scegliere: si gode o si agisce solo a condizione di farlo contro qualcuno, e questo "qualcuno" può essere la persona stessa che trasgredisce.
Il rischio quindi è di arrivare a provare il piacere passando sopra a se stessi.

In molti dei comportamenti «devianti» tale meccanismo è una chiave importantissima: si ha bisogno di trasgredire anche a costo di agire contro il proprio interesse generale, pur di avere la sensazione di procurarsi godimento a dispetto di entità censorie o repressive.
L'equivoco si tramuta nel tempo in una prigionia, perché il soggetto rimane fissato nella dipendenza da una autorità «esterna» e si rifiuta di concepire la possibilità di darsi autonomamente delle regole entro cui trovare strade personali per il piacere.

Non sono percorsi di piacere quelli che si fanno contro qualcuno o sull'unica base del modello trasgressivo. L'emancipazione è necessaria e benefica ma quando è transitoria e nell’ambito di rapporti significativi.
Il piacere contro la legge di fatto è sempre anche piacere secondo la legge, perché l'individuo asseconda la norma adottando una condotta che è prevista fino nei minimi dettagli.

La gran parte delle persone è incoraggiata anche socialmente a non uscire dalla logica del piacere come trasgressione, il che favorisce l'adeguamento a «leggi» non identificate come tali.
Ad esempio, oggi la seduzione è obbligatoria, quindi sedurre a tutti i costi è stare nella legge. Siamo tutti forzati dello sguardo seduttivo, c'è uno spietato controllo dell'immagine e dell'aspetto; e forse è proprio per questo che c'è così poco amore, hanno detto alcuni, dato che l'amore è "cieco" ed è sempre un'eccezione dello sguardo.

Ora, quando si vive nell'ottica della sopravvivenza è vero che il problema del piacere diventa in un qualche modo secondario e anche legato diversamente alla sessualità: come dire che l'importanza del mantenersi in vita è prioritaria rispetto alla voluttà della vita.
In tutte le condizioni in cui la vita è effettivamente minacciata, anche se solo nella fantasia, si verifica una regressione alla biologia, cioè agli imperativi biologici della sopravvivenza fisica e della riproduzione, mentre la sessualità risulta spinta sul fondo.

È come se si verificasse una regressione anche dal punto di vista storico-sociale, per cui le «conquiste» che hanno permesso lo sganciamento della sessualità da finalità biologiche vengono azzerate e si ritorna «indietro»: sicché le persone sono portate ad agire in termini di sopravvivenza e riproduzione, i due pilastri del comportamento istintuale.
La sessualità in tal caso non compare come fine a se stessa, bensì come attività connessa alla sopravvivenza della specie, con il risultato che la vita diventa preziosa quantitativamente e si riduce l'aspettativa qualitativa (il piacere può essere considerato quasi un optional).

La presenza dell’Aids costringe a passare dal registro del benessere a quello esistenziale, da tutti istintivamente percepito ma difficilmente riconosciuto, se non in seguito alla violenza del dolore. È più comodo infatti sfogliare il libro del presunto benessere, che come un depliant promozionale ci fa sperare nella risolvibilità di tutti i problemi, nella possibilità di valicare tutti i limiti e di guarire ogni male.
La malattia e la diversità fanno apparire chi ne è portatore «colpevole» agli occhi della gente. Lo si vede chiaramente nelle campagne di sensibilizzazione sulle malattie terminali o inguaribili, in cui i malati chiedono alle persone sane aiuti economici per sostenere le spese di chi si occupa di loro.

Malati in modo definitivo e «sani» paiono due popolazioni del tutto estranee l'una all'altra. Nelle pubblicità che esaltano la prevenzione l'informazione diventa una specie di rimedio miracoloso contro tutto: infarto, Aids, persino morte.
I più credono che ciò sia realmente possibile, guardano solo le immagini gradevoli di questo libro, destinato ad incrementare i desideri e l'aspettativa di soddisfazione parallelamente alla riduzione dei dispiaceri sino alla eradicazione.

Di fronte all’incubo Hiv allora ci si trova a dover leggere il libro esistenziale senza sapere come si fa. Le promesse di benessere e gratificazione fatte genericamente a tutti dalla società paiono venir meno o venir drasticamente ridimensionate: da qui l'ossessione per essere come gli altri che possono aspirare ad una vita piena di soddisfazioni! Si impone un vissuto di furto e di privazione.
Il furto sul piano esistenziale è reale, ma è ben diverso dal presunto esproprio relativo ai bisogni creati dal modello edonistico.

Molte persone temono di dar man forte al «nemico» occupandosi attivamente della problematiche esistenziali. Resistono perciò all'idea di occuparsi della sofferenza in prima persona, come se si trattasse di opporsi a coloro che vorrebbero estrometterli dalla società.
I malati e i diversi, in generale, pur non potendo, aspirano frequentemente ai modelli di realizzazione dei cosiddetti normali. Allora vogliono e pretendono di avere le stesse cose desiderate o possedute dagli «altri», senza verificare l'adeguatezza dei desideri né il grado di soddisfazione reale di tali status symbol.

Facile lasciarsi andare di fronte ai messaggi di un modello tanto avvolgente e compiacente, capace di rispecchiare fantasie infantili di onnipotenza e di soddisfazione: qualcuno lavora per noi allo scopo di offrirci più benessere, renderci le cose più facili, coccolarci, esigendo sempre meno in cambio.
In realtà, l'impostura è evidente e molta gente sperimenta sulla propria pelle la durezza della civiltà dell'opulenza; non per caso le grandi società occidentali creano vaste aree di povertà non solo materiale.

Pasolini negli anni Settanta aveva colto e denunciato con vigore le conseguenze negative di una ideologia sociale sempre più incentrata sull'edonismo e sempre più priva di pietà nonché antireligiosa.
Che senso ha, dunque, reagire ai tentativi di emarginazione cercando di essere «come gli altri»?

La questione centrale è capire cosa è più adatto a me nella mia specifica condizione, quale può essere la mia normalità, cosa vuole dire per me aspirare a determinati modelli di realizzazione, che pur risultando validi per molti altri potrebbero non andare bene per me.

Simulando o recitando la salute in chiave edonistica, si crede di ribellarsi allo stereotipo del disperato e di reagire all’emarginazione. Se si pretende di stare nella vita altrui e ci si identifica con un soggetto ideale, si perde il contatto con la propria base, con le emozioni e i sentimenti autentici.

Molti restano nel passato perché hanno paura del futuro: «ieri» sembra loro il luogo della libertà e della normalità. Anche se forse era un inferno, per chi ha paura del presente e teme di non avere un futuro, il passato diventa il tempo in cui sussistevano intatte tutte le opportunità.

Uno dei fenomeni più plateali dell'atmosfera sociale che circonda l'Aids è il fatto di ritenere qualunque condizione umana migliore di quella del soggetto Hiv positivo: chiunque sta meglio di chi è sieropositivo! Gli stessi interessati la pensano così: nessuno sta peggio di loro. Ciò è ben lontano, naturalmente, dall'essere vero.
Liberarsi di questo stereotipo è molto utile, ma si può farlo solo accettando la coscienza del proprio stato, diventando consapevoli dei limiti e delle difficoltà su un piano di realtà.

Chi ha già sperimentato il malessere fisico, cioè il linguaggio brutale del corpo che patisce (in genere il corpo si esprime con violenza soprattutto per dire cose negative e conserva più memoria del dolore che del piacere), fa più fatica a stare al gioco della dissimulazione tanto in voga in società.
Nel mondo «comune», infatti, tutti tendono a fingere di non sapere cosa siano serie difficoltà e profondi dispiaceri. Anche quando non si riesce a mantenere il ritmo del benessere, è obbligatorio esibire in società la realizzazione e l'affermazione, unici messaggi consentiti se non si vuole incorrere nell’ostracismo. Chi soffre in modo eccessivo diventa «sconveniente», va escluso dalla quotidianità perché altrimenti costringerebbe gli altri a riflettere sulla realtà.

È fondamentale allora per ciascuno di noi sospendere ogni debito. La sessualità non è un patrimonio da dover spendere in dati supermercati, è possibile «non consumare» per un certo periodo e verificare modalità alternative e diversificate di mettere a frutto i «talenti». Dobbiamo uscire dalla logica del debito col passato, con la società consumistica, con la corrente e la moda, con gli esperti e i tecnici.
Dobbiamo prendere tempo per rifuggire tanto dalla frenesia quanto dalla paralisi.

Di fronte ad una minaccia è istintivo fuggire oppure immobilizzarsi nella speranza dell'estinzione del pericolo. Tanti si paralizzano, non vanno più avanti, sperando che non accada nulla; oppure si lasciano trascinare dalla corrente, arrendendosi con fatalismo agli eventi e delegando la responsabilità agli altri. Ma è al flusso vitale che occorre abbandonarsi: quante energie vengono sprecate per mantenere la scomoda posizione occupata! Di norma per non cambiare disperdiamo una tale quantità di energie, che la metà basterebbe per intraprendere un lungo viaggio esistenziale. Ci si inchioda al terreno, quando non si vogliono lasciare certe idee su se stessi o sul passato. Allora non c'è futuro.

Diventare capaci di conciliazione con se stessi e con gli altri è molto importante. Ci sono momenti in cui per cambiare prospettive basta veramente «poco»: di fatto accettare di abbandonare la rigida posizione difensiva occupata come postazione di guerra. Ciò consentirebbe di recuperare un certa libertà di espressione pur nel contesto dei propri limiti.

Nell'ambito sessuale, per esempio, perché dovrebbe possedere maggior potere liberatorio l'orgia rispetto al semplice scambio di sguardi a distanza?! Perché devono esistere sensi unici, modalità fissate una volta per tutte per manifestare le proprie potenzialità?! Non si può provare piacere amando l'invisibile (ciò che non c'è o non c'è più)?!

Non ci sono percorsi obbligati e obbligatori, non è necessario agire, praticare o desiderare il piacere in modo univoco. D'altra parte, va detto che l'espressione corporea, per quanto ricca e varia, presenta una ineludibile limitatezza: non si può dire «tutto» con il corpo e la perdita di identità nella fusione sensuale è un'esperienza breve e rara, si torna sempre alla coscienza della propria piccola e separata individualità dopo aver assaporato la sensazione di essere parte di un tutto.
La comunicazione mentale e l'intesa spirituale tra gli esseri umani non possono essere realizzate completamente attraverso i gesti fisici (ammesso che ciò sia possibile e non solo un' aspirazione utopistica).

La mia vicinanza fisica ad un'altra persona incontra sempre un limite, il che è anche un bene.
Il limite aumenta nelle persone in cui il corpo è compromesso a causa dell'età o dell'invalidità; la stessa identità si ritira dalla periferia corporea e si reinveste su altre dimensioni dell'essere. Se aumentano le difficoltà di usare il corpo come strumento per vivere con e tra gli altri, cresce la spinta a cercare altri modi di esprimersi, a meno che non ci si ostini a percorre solo strade ormai chiuse.

Le vie del piacere sono infinite. Non facciamo l'apologia della sofferenza o del martirio («soffrire è bello»). La possibilità di provare piacere nell'esistenza non coincide con i gesti della vita sessuale interpersonale cosi com'è comunemente intesa. Si potrebbe dire che comporti fare l’amore con le gente e con la vita, ma non mediante atti concreti.
È una disposizione d'animo che porta a vivere sensualmente: si fa l'amore anche senza mai andare a letto con gli altri, spesso con più soddisfazione!

Non siamo costretti a conquistare o ad appropriarci del corpo altrui, non è obbligatorio quantificare la vicinanza fisica o la gratificazione materiale. Ostinarsi a volere avere qualche cosa dall'altro comporta molte più frustrazioni di quante ne possano essere eliminate da tale gioco di seduzione ed appropriazione.

Sovente le persone fingono di parlare il linguaggio dell'amore e del desiderio sessuale e invece parlano quello dell'aggressività, senza neppure rendersene conto. Molto dell'erotismo di moda oggi è aggressività erotizzata e travestita: si va contro gli altri credendo o sostenendo di andare loro incontro. Gli altri vengono usati, manipolati, puniti mediante la sessualità.

È importante comprendere il fenomeno della diffidenza erotizzata. Le persone che ci attraggono vengono avvertite come degli pseudonemici, come delle minacce, cui si risponde con l'erotizzazione che serve a tenerli sotto controllo.
Varrebbe la pena di recitare ad alta voce la litania della sessualità per verificare da quali elementi sia composta, perché la consapevolezza di determinati aspetti potrebbe condurre ad una modificazione delle aspettative oltre che della condotta.

Non dobbiamo dare per scontato di agire sulla base del buon senso e premurarci invece di verificare sempre prima le nostre «buone intenzioni» (foriere di tanti disastri).
Le energie vitali vanno spese bene e così pure il tempo. L'obiettivo è elaborare una strategia del rapporto interpersonale consona alla nostra personalità, quasi come un vestito che calzi a pennello, anche se naturalmente saranno molti i rammendi e non è assicurata la tenuta.

Per recuperare il bisogno del piacere, che molti non sanno cosa sia, è essenziale sospendere la recita ripetitiva del copione abituale. Attendere così il risorgere del bisogno sessuale, mortificato dall'abitudine, dall'inerzia e dall'ovvietà.
Per dare il giusto spazio alla sessualità occorre riscoprire ciò che è «sessuale». Le esperienze sessuali soddisfacenti riempiono, danno un senso di pienezza e di saturazione, bastano e possono essere utilmente ricordate.

Socrate insegna: «solo la temperanza, che ci fa sopportare i bisogni, ci consente di provare un piacere degno di essere ricordato». Si creano così memorie di piaceri reali, che si potranno ricordare gradevolmente anche dopo molto tempo. I piaceri capaci di dare sazietà nascono dalla ricerca di una espressione autonoma e personale del godimento in condizioni non ordinarie.

Siamo tutti portati a concepire il piacere come ordinario e il dispiacere come straordinario. Eppure i piaceri possono situarsi ovunque a patto di rendere straordinario ciò che oggi è ordinario e di regolare i desideri nella loro pretesa di realizzazione (la qualità si traduce in intensità).
Così pure, avere avuto si rivela molte volte altrettanto importante di avere. Il passato è una delle dimensioni dell'esistenza in cui possiamo collocare le esperienze che non necessariamente devono o possono permanere nel presente o riverificarsi nel futuro.

La nostra «storicità» è composta da tutte e tre le dimensioni temporali: passato, presente e futuro. Ci sono cose che non avrò mai più, ma ciò non significa che non le abbia mai avute; il mio patrimonio non è solo quello che faccio o farò domani, ma anche quello che ho fatto e in quanto tale non può essere più perduto!
Tale concezione è ben diversa dalla disperazione di molti lutti non superati, che porta ad aggrapparsi ai momenti passati assolutizzandoli.

Un'altra modalità di espressione che merita attenzione e lavoro è l'uso della «fantasia» e dell'immaginazione. Siamo abituati a considerare la fantasia, anche nel sesso, come un giocattolo o un surrogato, mentre può rivelarsi una strada agevole e dilettevole per incrementare il piacere di essere se stessi e aumentare il senso di armonia, un modo di educarsi ad affrontare sfide particolari in una dimensione non pericolosa.
C'è chi ha fatto della rinuncia una vera e propria arte, capace di procurare intenso e benefico piacere. Nel momento in cui è frutto di una scelta, la rinuncia non si misura più su ciò che manca, bensì su quel che c'è e si ha.

La problematica delle precauzioni nella vita sessuale, benché importante, è comunque secondaria. Una persona diventata capace di fare delle scelte, agisce di conseguenza anche dal punto di vista preventivo.
Se la questione del profilattico appare prioritaria è perché sta al posto dell'elaborazione e della riflessione dell'individuo su se stesso. La strada del profilattico è la più semplice ed automatica, sostenuta da un atteggiamento pragmatico: prendere atto del problema, ridurre alcune pratiche sessuali, comunicare il proprio stato agli altri.

Lo spazio della riflessione parla d'altro, cioè di ridefinizione di sé e della vita.
Per non confinarsi in una realtà misera, ci si deve permettere il «lusso» di mirare più in alto: all'identità. Ci sono molte scelte da compiere, anche molto concrete e urgenti, ma la prima responsabilità riguarda la propria identità di essere umano e di persona.

 Mattia Morretta (1995)

Testo originale in Sessualità e Aids: dal limite alla creatività, A77 Milano

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