Recensioni Presentazioni Questo matrimonio

Questo matrimonio non s’ha da fare
Recensione di Piotr Zygulski

Avrebbe potuto essere l’ennesimo libro sdolcinato pro o contro le nozze gay e invece Questo matrimonio non s’ha da fare. Crisi di famiglia e genitorialità di Mattia Morretta – pubblicato con il gruppo editoriale Viator, Milano 2019 – sceglie una strada, impervia, ben diversa.
Non è un pamphlet militante né uno studio accademico; l’Autore – psichiatra, psicoterapeuta e sessuologo – getta nuovamente uno sguardo nudo e crudo sulla realtà nel suo stile peculiare, cesellato di moltissime suggestioni mistiche, letterarie e artistiche che spaziano dall’arte antica alla musica pop.

Spietati giochi di parole, istantanee sul quotidiano sino all’esasperazione paradossale, riflessioni profonde condite con abbondante sarcasmo caratterizzano l’incedere di Morretta. Lo aveva già fatto, sempre con Viator, soprattutto con Che colpa abbiamo noi. Limiti della sottocultura omosessuale (2013) e con Tracce vive. Restauri di vite diverse (2016). Questa volta egli va a svelare l’abbondante sedimento di ipocrisia depositatosi sulle dinamiche di coppia, e in particolare quella del matrimonio – innanzitutto eterosessuale, prima che omosessuale – quale obiettivo sociale, conquista giuridica e aspettativa individuale.

Morretta, tra crisi del matrimonio e attualità politica

Il libro è arduo tanto da incasellare quanto da sintetizzare. Occorre rilevare che, a modo suo, l’Autore fa allusioni anche ai temi di attualità politica, spesso scatenati a partire dai casi di cronaca, dell’“utero in affitto” e del riconoscimento dei figli nelle “famiglie arcobaleno”, e quindi delle adozioni, dei family day, delle azioni per fronteggiare la crisi demografica, dell’affido condiviso, degli assegni di mantenimento, degli infanticidi, dei matrimoni combinati, della precarizzazione dei legami, della selezione genetica, dei divari economici, dell’indottrinamento gender nelle scuole con la forzata riscrittura delle fiabe tradizionali, della differenza sessuale, con tutto il portato simbolico.

Reazionari e progressisti: uno scenario desolante

Ma eccede di molto tutto ciò. Innanzitutto perché vuole ricavarsi uno spazio tra i non allineati rispetto a chi manovra l’opinione pubblica imponendo atteggiamenti rivendicativi per partito preso. Ad esempio, a proposito della continua politicizzazione di casi giudiziari privati riguardanti minori che vivono con coppie dello stesso sesso, «da un lato, la benzina che si getta sul fuoco rafforza i reazionari che non vogliono darla vinta e si sentono impegnati in una presunta battaglia morale (i martiri della “vera fede”); dall’altro lato, rende palloni gonfiati gli “avvocati” (in senso stretto e in senso lato) della ipotetica causa gay codici alla mano».

Tutte manifestazioni di come sia venuta meno un’appartenenza culturale ad ampio respiro sul passato, sul futuro e sui presenti vicini e lontani. Morretta allora preferisce mostrare direttamente il «desolante panorama di sgretolamento del tessuto comunitario, la drammatica crisi delle identità sessuali, dei rapporti tra i sessi, della figura materna e paterna, finanche dei legami personali».

Matrimonio di fragili immaturità narcisistiche

Così, tra le famiglie di ieri e di oggi, egli illustra come il matrimonio sia un’istituzione di compromesso che risponde innanzitutto a pressioni sociali, prima che istintuali; la sua crisi degli ultimi decenni sarebbe dovuta, tra le varie cose, alla privatizzazione dei rapporti e all’impossibilità di fondarli in modo stabile nella sola intesa sessuale, che si pretende reciproca, paritaria e interscambiabile tra i sessi. Qui appunta: «Sono le carezze non date e le parole di verità non dette a aprire voragini incolmabili tra persone che hanno smarrito la strada di casa a furia di andare dove le porta il cuore o il basso ventre». Lo psichiatra mette il dito nella piaga del narcisismo che occulta l’immaturità, anche quando essa si esprime in una superficialità di coppia o in una genitorialità esibizionistica e infantile; ciò conduce l’individualismo alle estreme conseguenze: consolidare il proprio status di potere su un’altra persona.

Matrimonio con figli come status symbol

I danni sulle recenti generazioni sono evidenti; l’Autore sovente denuncia l’assenza di madri e padri, vale a dire chi sappia incarnare la funzione genitoriale sul piano simbolico, per trasmettere lasciti alle generazioni successive: ci si limita a un abito, a una vuota parvenza, a una recita a soggetto. Se avere dei figli è diventato uno status symbol da invidiare, in questa decostruzione più generale si inseriscono le rivendicazioni paritarie delle coppie omosessuali, per le quali Morretta riserva una pesante stoccata: «Non bastano i disastri famigliari dei “normali”, servono quelli addizionali dei “diversi” per par condicio».

Anche per le unioni dello stesso sesso vale la considerazione di Pier Paolo Pasolini – pensatore che Morretta sente assai vicino – secondo cui il matrimonio servirebbe «per raggiungere, ed esprimere socialmente, il benessere» nascondendo «rapporti profondamente insinceri», «liberi, con penosa indecenza, di usufruire di una libertà sessuale che in realtà non fa altro che mettere in mostra la povertà della loro carne e la loro volgarità». Anziché porre sul piano giudiziario o dei «registri amministrativi» la coppietta idealizzata contro il mondo ostile invidioso, sarebbe ben più importante «valutare caso per caso» e «parlare di compatibilità caratteriale, comunicazione difficile o conflittualità tra partner e col vicinato, adeguatezza nel ruolo parentale ed educativo, fatiche domestiche e peso opprimente degli oneri minuti, malattie, handicap, invalidità, morte, tutto ciò che concerne l’ordinaria lotta per vivere».

Dal matrimonio di facciata alla comunità di amici

Forse allora ci si incontrerebbe in una «comunità allargata nella quale rinascere e crescere quali soggetti sociali, un tessuto civico nel quale integrarsi e far la propria parte». In essa, come sempre è stato nella storia – e Morretta porta vari esempi sin dall’antica Grecia – si trova il luogo per uscire sia dall’individualismo di unioni asfittiche, sia da un’eccessiva sessualizzazione delle relazioni, che prescrive alle rispettive comunità gay e etero di relazionarsi autoreferenzialmente.

A prescindere da qualsivoglia rapporto e orientamento sessuale, le culture dimostrano la possibilità di legami fortemente affettuosi, anche tra persone di sesso maschile, camerateschi, virili come «quei baci slavi fra uomini, che significano grande amicizia e rispetto», per dirla con Neruda. Morretta vede una via d’uscita nelle intese intime che, anziché chiudersi a riccio, costruiscono una trama sociale e consacrano una creazione artistica all’eternità: le ritrova nell’«amicalità onesta e filosofica», che è «il bene più raro e censurato nella nostra era, in quanto mercificata e svilita a complicità o connivenza, anche per il predominio del sesso e della coppia». Tra l’altro, proprio «l’amicizia è la veste relazionale che più consente la valorizzazione della componente omosessuale dell’essere umano», afferma.

Un libro non allineato

Come avrete capito da queste mie righe a volo d’uccello, Questo matrimonio non s’ha da fare è un libro che, se venisse letto, risulterebbe fastidioso pressoché a tutti. Morretta, come al solito, non ha risparmiato frecciate a destra e a manca. Gli si potrebbe rinfacciare un eccesso di impietosità o di generalizzazione, anche se personalmente leggo il quadro da lui delineato come un insieme archetipico, come un monito – a tratti moralistico, va detto – per metterci in guardia dalle strade in cui è facile scivolare, come una provocazione alla riflessione critica sulla nostra identità sessuale, ma ancor più sul nostro ruolo nella società, rifiutando modelli omologanti facilmente replicabili dalla mediocrità imperante.

Ciò che a prima vista si può scambiare per un tradimento della “causa LGBTQI+” – pacchetto completo di etichetta e imballaggio cui, a onor del vero, Morretta si è sempre rifiutato di aderire – in realtà è un modo più profondo per promuovere una «varietà di formule relazionali e parentali coerenti con le differenti tipologie di orientamento, personalità e valori», migliori per sé e per gli altri, qualitativamente più elevate, in base al proprio temperamento affettivo.

La sfortuna di questo volume è che probabilmente non verrà letto dai più, per via dell’elaborato spessore che a molti sarebbe indigesto. Ma potrebbe rivelarsi anche la sua fortuna: sottratto dal fuoco incrociato di sfogliatori superficiali che si accontenterebbero di una sola citazione per strumentalizzarlo, per l’Autore risulta più agevole intessere dialoghi fraterni con coloro che, oltre ad averlo letto, lo avranno pure voluto accogliere.

Pubblicato il 3 settembre 2019 su https://www.termometropolitico.it/1455499_matrimonio-recensione-morretta.html

Presentando il libro di un amico profeta
di Mario Anelli

De profundis clamavi. Dal profondo a te grido…

Mi piace presentare Questo matrimonio non s’ha da fare, il nuovo saggio di Mattia Morretta, partendo dall’inizio del salmo 130 diventato poi un’invocazione cattolica molto in auge fino a qualche decennio fa durante le celebrazioni per i defunti, ma usato anche da Oscar Wilde come titolo del suo testamento spirituale.

Dal profondo a te grido, due vocaboli che rendono adeguatamente qual è l’anima dell’opera. Profondo, e la profondità è una delle caratteristiche del pensiero di Mattia da sempre. Grido, un termine che amplifica la potenza della parola e conferisce una valenza profetica, perché, come dice Ceronetti nella sua traduzione (“dalle bassure t’invocherò Signore”), occorre mirare all’alto, e volare alto è un’altra delle caratteristiche fondanti del lavoro di Mattia.

Un testo che è espressione fiera di autonomia intellettuale, lucidità razionale, schiettezza, sagacia. Spiazzante perché disattende le aspettative, impegnativo perché contrasta la superficialità e la semplificazione imposte dai media e dalla politica.
All’asfissia dell’attualità oppone un respiro storico, uno sguardo che abbraccia l’antichità e il presente, inquadrando l’oggi nelle vicissitudini secolari. Più in generale è un appello all’umanità, nell’Occidente morente. Un atto di resistenza attiva alla disgregazione di un mondo trapassato eppure attivo nell’immaginario, sostenuto da un desiderio persino patetico di recupero ed emulazione dei migliori esempi di ieri. Per finire con l’elogio dell’amicizia e della collaborazione affettiva disinteressata.

Un’altra parola chiave è Identità. Sì, identità, proprio ora che sembra una battaglia persa, questo libro ne rivendica l’importanza, e in particolare di identità omosessuale. A cominciare dal verso di Federico Garcia Lorca che funge da epigrafe e sintesi del messaggio più intimo (Le stelle non hanno marito). A seguire le voci alte, che risuonano musicalmente tra le pagine, di moltissimi autori e artisti omosessuali (uomini e donne), per ricordare agli eterosessuali che vivono di rendita di quel patrimonio culturale e agli omosessuali che potrebbero e dovrebbero “formarsi” su figure guida.

Sicché, dopo aver analizzato con precisione e senza tentennamenti i luoghi comuni e le mistificazioni su coppia, sentimenti, famiglia, vengono contestati i vantati traguardi di parificazione di lesbiche e gay mediante le unioni civili e la genitorialità, status symbol in larga misura generati dalla reazione alla censura e dall’esclusione di un tempo.
Una perdita secca per una Paese come il nostro nel quale il matrimonio e la bisessualità sono stati e sono una “copertura” perfetta per l’omosessualità. Non avendo memoria e contenuti propri, sotto la pressione della società dei consumi, nel generale crollo delle identità (individuali e collettive), i gay contemporanei sono giunti alla caricatura e pantomima dell’eterosessualità, adottando in modo acritico i precari modelli relazionali di una disorientata maggioranza.

Verità scomode, forse troppa luce per la nostra ordinaria assuefazione alle tenebre. Ciò può spiegare come mai su questo e i precedenti lavori di Mattia prevalga il silenzio, soprattutto da parte degli omosessuali, e qui più che di silenzio dovremmo parlare di ostilità.

Una amica, Ida Magli, la più brillante antropologa italiana, mi chiedeva: “come mai io che mi spendo tanto per le donne, per la loro dignità e lo faccio per amore, non sono capita dalle donne e anzi mi sono ostili?”. Io mi domando la stessa cosa riguardo al rapporto tra Mattia e gli omosessuali, forse è il destino dei “grandi”: nessuno è profeta in patria.

Agosto 2019

Lo sguardo selvatico
di Claudio Risé
La Verità, Anno IV Numero 171 - 23 giugno 2019

La parodia della famiglia minaccia la società
La nostra società non sa più concepire relazioni umane legate a un progetto di vita di lunga durata. Preferisce piuttosto creare un soggetto debole che sia in grado di funzionare da consumatore perfetto

Che ne è oggi della vita affettiva? Come stanno i legami sentimentali nella società attuale? “Parentele improvvisate e provvisorie che fanno il verso a quelle vere, disgregazioni spacciate per aggregazioni, reticolati sfilacciati fatti passare per reti protettive”: questa è oggi la realtà che condiziona i rapporti familiari. È l’analisi lucida e politicamente scorrettissima fornita dal libro appena uscito Questo matrimonio non s’ha da fare. Crisi di famiglia e genitorialità (Viator) di Mattia Morretta, psichiatra e sessuologo, da tempo impegnato nelle attività di ricerca e assistenza ai disagi della sessualità.

Una realtà difficile, che poggia su menzogne ormai di lunga data, ma nei manuali spacciate per buone. Occorre invece riconoscere, per esempio, che la famiglia nucleare, al massimo di due genitori e un figlio, è molto più debole di quella tradizionale, che comprende l’intera parentela. Secondo Morretta è “un parto ideologico con cui si fa buon viso a cattiva sorte”, che affida la gestione dei figli a “capacità che la maggior parte delle persone non possiede”.

Perché per formare (e prima ancora formarsi) è necessaria una struttura familiare che coinvolga l’intera parentela e una società coesa. Mentre quella attuale, che ancora più della famiglia nucleare valorizza il single, “voce più moderna e socialmente corretta”, secondo l’ultima versione del Dizionario Zanichelli della lingua italiana, è una società mercantile (che vuole fare soldi) mirata al consumo e al soggetto debole, consumatore perfetto. Formare un individuo forte e autonomo è l’ultimo dei suoi obiettivi.

Così, nella società dei “single”, amata dai sindaci progressisti, “quelle che un tempo si chiamavano famiglie rovinate o sgangherate sono state promosse ad atipiche, incluse le frittate o macedonie con padri transessuali, operati in età matura mandando in tilt con la chirurgia e le loro confessioni shock la bussola dei già sbandati discendenti”.

In realtà, la famiglia funzionante, al contrario, non vuole “cogliere l’attimo” di una forte pulsione o nutrire una vanità insoddisfatta, ma realizzare “un progetto a lungo o lunghissimo termine, sostenuto da motivazioni e interessi che coinvolgono il futuro”, morte compresa. “Nel matrimonio i coniugi si vincolano a una completa comunanza, una prova ‘tremenda’ tra uomo e donna, non tra due donne o due uomini”. Il matrimonio omosessuale confonde solo le idee, perché nella realtà sono maschile e femminile insieme a portare a compimento la totalità umana (…)

Si tratta del mito fondante della società umana, non è una questione sindacale di diritti da stabilirsi volta per volta, destabilizzando milioni di adulti e di bambini, con leggi che qualche governo successivo butterà in aria. “Uomini e donne sono la base della nostra razza e vanno guardati sull’atlante della natura umana”, secondo Virginia Woolf, lesbica e femminista.

L’unione tra uomo e donna è un archetipo che non c’entra con la sessuomania contemporanea e che si rafforza con l’archetipo spirituale della Vergine. Una forza femminile che raggiunge piena completezza nel rapporto di Maria, madre di Gesù, con lo Spirito Santo, ma è già molto potente nelle Dee Vergini precristiane, in tutto il mondo. Compresa la dea greca Artemide (la romana Diana), che preside alle nascite e alle partorienti, e scaraventa in cielo i cacciatori che la spiano mentre fa il bagno nuda, confermando la sessualità sacra della generazione e il sesso profano delle diverse perversioni.

La maternità e le paternità, ricorda Morretta, sono ingestibili se non ispirate da quelle spirituali, ben più importanti e durature (…) Così come il simbolo del Fallo con la sua direzionalità e forza e quello femminile della Vulva con la sua capacità di accoglienza e cura non sono “riduzionismi naturalistici” ottocenteschi, come credono i propagandisti Lgbt. Non solo perché sono ben più antichi (anzi eterni), ma perché rappresentano le forze potenziali dei due sessi, ognuno dei quali però ha assoluto bisogno dell’altro per realizzarle. C’è bisogno di Spirito per farcela a superare le differenze tra i due “tanto che Maria chiede a Gesù di soccorrere gli sposi tramutando l’acqua in vino”: altro fatto sempre trascurato, sovente anche nella Chiesa.

Cocaina, cannabis e mitomanie mediatiche, come anche le storie delle star gay con i loro pargoli, aumentano solo la confusione mentale. L’unione dell’uomo e della donna, indispensabile alla vita, richiede infatti anche una condivisione spirituale fra i due, tutto il contrario del concretistico “fare tutto insieme” del vademecum corrente della coppia perfetta che scambia la vita con il fare la spesa, dove in effetti essere in due serve.

Questo aspetto centrale dell’educazione sentimentale viene oggi completamente dimenticato, ma la storia dei due sessi è assai diversa. Nell’Odissea, Ulisse, tornato a Itaca dopo l’interminabile viaggio, “dopo la notte del dolce amore, del lungo dialogo e del sonno ristoratore nel letto con la saggia consorte, indossa l’armatura, convoca gli uomini e li conduce fuori città per recarsi dal nobile padre, perché il suo compito non è certo quello del semplice marito”.

Virgilio invece nell’Eneide “definisce Enea infemminito dal legame con Didone, in quanto divenuto suo schiavo per averle dato potere su di sé, abdicando ai propri scopi” (…)

Oggi l’idiozia egualitaria applicata al maschile e femminile, per fortuna diversissimi, conduce al “dilagare di uomini-donna e donne-uomini con comprovata riduzione delle differenze sessuali (aiutata dalle sofisticazioni alimentari) e equivalenza di ruoli e azioni”. Infatti i due si chiamano “compagni”. Roba da ragazzini, o da partito, niente a che vedere con il costruire insieme una vita, un mondo affettivo, una discendenza biologica e simbolica. Occorre ritrovare la diversità, e con essa l’amore e la fecondità.