Recensioni Tracce Vive

Recensione di Piotr Zygulski
Psychiatry On line, Novembre 2017

http://www.psychiatryonline.it/node/7063

Lo psichiatra Mattia Morretta nel suo Tracce vive (Viator, Milano 2016) offre – mi sia permesso citare, un po’ pleonasticamente, il sottotitolo – sette restauri di esistenze fuori dall’immaginario, proseguendo nell’intento di «riqualificare culturalmente, con l’elaborazione di un pensiero raffinato e prezioso e non con rivendicazioni politiche» la cosiddetta “questione omosessuale”, come si proponeva nel precedente , dato alle stampe due anni prima dal medesimo gruppo editoriale.

Questa volta lo stile è leggermente diverso: accantonato per un poco il tono dell’accorato appello paterno, l’autore parte in pellegrinaggio per omaggiare sette vite esemplari – «ponendo l’accento sul termine ex-emere, cioè cavar o prender fuori» (p.9) – che hanno intrecciato in vari modi il desiderio verso persone del loro stesso sesso con esperienze artistiche, letterarie e poetiche. Ne emergono cicatrici, ansie e rivendicazioni, ma pure prodigi intellettuali.

Si parte dalle remote atmosfere efebiche di Elisàr von Kupffer (1872-1942), fondatore di un Santuario dell’Arte a Minusio, in Canton Ticino, che fungeva da Tempio-Museo del movimento esoterico ed estetico denominato “clarismo”. Il secondo personaggio che incontriamo è il poeta messinese Lucio Piccolo (1901-1969), che tra onirismo e descrizione pittorica si mostra consapevole dell’esistenza di un mondo invisibile e spirituale al di là delle apparenze fenomeniche.

Ci si imbatte in Samuel Butler (1835-1902) mediante una lapide commemorativa presso il Sacro Monte di Varallo; lo scrittore inglese – che si proclamava «unorthodox and militant» – a partire dalla sua «inversione sessuale» libera la mente e lo spirito «aprendo spiragli di senso» (p.52) con battute paradossali, non-sense e improvvisi rovesciamenti, ma al contempo rifugge da frontali lotte titaniche.

Parlando poi del re Ludwig II di Baviera (1845-1886) veniamo proiettati nel favoloso Castello di Neuschwanstein, opera evocativa di trasfigurazione spirituale. Morretta osserva: «Ludwig tentava di realizzare una sorta di specchio magico nel quale poter vedere soltanto le parti migliori di sé […] mirando a fare della materializzazione delle sue aspirazioni interiori un monito imprescindibile a vivere all’altezza dei più puri ideali» (p.59).
A suo avviso, Ludwig era ben conscio della propria condizione; nei suoi diari segreti emerge il tentativo di rivendicare una perfetta sovranità anche sulle pulsioni e sui gesti sessuali, con un’apertura estetica che voleva imprimersi eternamente nell’immaginario collettivo e così elevare (ed elevarsi) all’immortalità.

La penna di Marguerite Yourcenar (1903-1987) ha contribuito a valorizzare l’omosessualità maschile con una riscoperta della visione classica che affonda le radici nella grecità, quasi a dover riparare la sofferenza dei contrasti che vivevano quei suoi carissimi amici che cercavano altri amici; essere amata da uno di loro costituiva per la scrittrice uno dei desideri più forti.
Al contempo ella non temeva di passeggiare abbracciata alla sua Grace – con la quale ha convissuto per ben quarant’anni – ma la Yourcenar ha comunque sempre evitato di intervenire pubblicamente sulle scelte sessuali, principalmente «per non dover subire la morbosità o la strumentalizzazione altrui» (p.82-83).

Le ultime due esistenze sono quelle di Germano Silva e Pier Paolo Pasolini; due italiani, entrambi scrittori, ma ovviamente dal calibro ben diverso. Silva (1910-2003), sconosciuto quasi a tutti, con il suo romanzo E noi, chi siamo? voleva ergersi a strenuo difensore del “terzo sesso” per rivendicare a gran voce un qualche diritto all’esistenza; lo ha provato a fare intagliando una collezione di pensieri sparsi, privi di un serrato senso logico. Qui, riconosce Morretta, è in ogni modo possibile «trovarvi le tracce di un percorso esistenziale sofferto e significativo, la forza d’animo e la solitudine di un uomo che ha disperatamente mirato a difendere la propria dignità di persona in quanto omosessuale» (p.91).

Per omaggiare Pasolini, invece, Morretta si reca sulla sua tomba a Casarsa della Delizia; l’autore posa un vaso di crisantemi gialli e un breve messaggio poetico «in forma di rosa» (p.113). Non si tratta solo di «commozione narcisistica», ma anche di una concreta necessità di ricostruire «parentele ideali» (ibidem) con il Poeta, la cui salma mortale riposa in seno alla terra materna, mentre lui – e la sua voce critica, nonostante lo «sciacallaggio post mortem» (p.116) – continua a vivere nelle opere.

Pasolini – asserisce lo psichiatra – ha «personificato e in-carnato l’omosessualità (con risvolti cristologici quasi presi alla lettera da lui medesimo), ne è stato rappresentante e ambasciatore, sia nel preciso momento storico, sia in generale, a prescindere da quel che ne ha detto e taciuto, da come l’ha vissuta, dal livello di coscienza e accettazione» (p.124). Da sola, la sua figura sarebbe sufficiente per «sintetizzare la storia contemporanea dell’omosessualità in Italia»; Pasolini si colloca esattamente sullo spartiacque tra i tempi in cui essa era bandita e quelli attuali che, dopo un mutamento antropologico e sociale, l’hanno portata ad una completa banalizzazione LGBT.

Al contempo, ripercorrendo la parabola esistenziale del Poeta, è possibile notare come egli sia passato dalla «goliardia boccaccesca» all’«inferno sessuale», che si traduce in «pura distruttività»; resta però nei fatti un testimone di come sia possibile essere se stessi contribuendo «al gruppo di appartenenza, facendo la propria parte con onestà» (p.150).

Così si conclude il peregrinare di Mattia Morretta; nel suo libro precedente aveva affermato che «c’è più valorizzazione dell’omofilia […] nella lettura di opere cadute in oblio, che nel sesso sprecato, le rivendicazioni urlate, le coppiette a braccetto nei viali del tramonto» (, p.336). Ecco, il restauro delle sette esistenze sopra menzionate si inscrive precisamente in tale direzione.

Una direzione di immortalità, perché, parafrasando alcune righe di Samuel Butler che ci vengono proposte, finché si è in grado di influire sugli altri si è vivi; è la «cosiddetta morte» a rendere possibile il «pieno influsso sul prossimo», senza distorsioni. In sintesi, solo cessando di vivere si può diventare veramente vivi; di quanto possano essere vitali le tracce di questi sette incontri – nonostante gli ingrati oblii e le cesellate omissioni – Morretta ne offre esemplare dimostrazione.

Recensione di Maria Dente Attanasio
Rivista AMEDIT – Amici del Mediterraneo, trimestrale di Costume e Società, Letteratura, Arte, Scienza, Antropologia, Cinema, Musica, n. 29 - 27 dicembre 2016

I figli di quest’epoca sembrano avere abbandonato quel desiderio d’eternità che per millenni ha ispirato i sogni e le attese dell’uomo. In quest’era di identità prêt-a-porter, tanto virtuale quanto poco virtuosa, ciascuno aspira tutt’al più a un ben più modesto quarto d’ora di notorietà. Sedicenti politici, intellettuali, artisti, scrittori affollano lo scenario contemporaneo inscrivendosi in quell’effimero quarto d’ora, rincorso volta per volta a suon di slogan, battutacce o di beceri populismi lì dove non c’è una degna opera che li rappresenti o un pensiero che possa dirsi tale.

Se l’orizzonte popolato da questi personaggi inconsistenti appare ai più desolante, maggiore è lo sconforto di chi volesse rintracciarvi dei punti di riferimento o elementi capaci d’ispirare itinerari per una personale edificazione spirituale.
Non a caso, in Dovremmo imparare a vivere Renato Zero canta: “Gli esempi sono miseri, di piccola entità. […] Di geni non ne nascono, la scena è magra assai. Da chi possiamo attingere? C’è il buio intorno a noi.”

Ebbene, se la scena attuale è così povera e insignificante, tanto vale andare a ricercare altrove quel nutrimento che non alla pancia si rivolge bensì allo spirito, ed è proprio ciò che si propone di fare Mattia Morretta nel suo libro Tracce vive. Restauri di vite diverse (Viator, 2016). Un testo che l’autore stesso definisce “devozionale” e che offre lo spunto per compiere viaggi reali e ideali attraverso le opere e le esperienze di vita di alcune figure esemplari vissute a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

Si parte con Elisàr von Kupffer ed Eduard von Mayer, eccentrici “sacerdoti pagani” di un culto consacrato all’arte e alla bellezza e fondatori, sul finire degli anni Venti del secolo scorso, dell’Elisarion o Santuario dell’Arte a Minusio, in Canton Ticino, oggi colpevolmente abbandonato all’incuria.
Si prosegue poi con la villa del poeta Lucio Piccolo a Capo d’Orlando, in Sicilia, definita la “casa dei sommi spiriti”, ultimo vestigio di una delle più prestigiose casate nobiliari dell’isola, che fece da sfondo all’intensa amicizia intellettuale del poeta Lucio con il cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Ci spostiamo quindi al Sacro Monte di Varallo (Vercelli), dove una lapide ricorda l’eclettico scrittore inglese Samuel Butler che dedicò un bel saggio a questo luogo. Facciamo poi un’incursione nelle stanze del castello di Ludwig II re di Baviera, per un percorso di analisi e rivisitazione dell’eccentrica figura di Ludwig e del suo progetto di edificazione e trasfigurazione verso una dimensione simbolica della regalità.

Segue l’omaggio a Marguerite Yourcenar, la Madame des Lettres considerata tutrice della classicità omosessuale maschile, con un itinerario in quella sua opera capace di «annullare distanze temporali e spaziali».
La penultima tappa di questo viaggio ci porta alla riscoperta di un misconosciuto milanese Germano Silva, difensore appassionato del terzo mondo sessuale contro l’ignoranza e la malafede della pubblica opinione, e del suo romanzo E noi chi siamo? che per quanto mediocre rappresenta a suo modo un esempio di militanza omosessuale sui generis.

Il viaggio si conclude infine con “L’usignolo della diversità”, Pier Paolo Pasolini, e con una meditazione sulla sua tomba a Casarsa della Delizia «prima stazione di una Via Crucis di memoria dolorosa recitata per il più singolare Davide italiano del XX secolo, solo contro tutti i Golia».
Quest’ultimo capitolo offre uno spaccato di sociologia contemporanea attraverso le vicende vissute da Pasolini, come figura storica e culturale, come personaggio pubblico e mediatico, passando attraverso il comunismo, la guerra giudiziaria parallela alla produzione letteraria e cinematografica. Sullo sfondo l’irrisolta e scabrosa questione omosessuale, quell’omosessualità che «prima di lui era bandita e dopo è stata banalizzata».

Otto profili quindi, diversissimi per personalità e ambito, il cui unico trait d’union è rappresentato dalla loro identità sessuale, condizione, questa, che nella chiave di lettura offerta sembra costituire l’ideale terreno fertile a un fermento artistico e culturale che ne fa dei veri e propri eroi.

En passant l’autore sorvola le vite diverse di Renato Zero (che in tempi non sospetti ha sdoganato l’omosessualità attraverso le sue canzoni e i suoi travestimenti), Paolo Poli, Leopoldo Mastelloni, Aldo Busi, Alberto Arbasino, Luchino Visconti ecc. Morretta traccia così una sorta di Itinerarium mentis nei territori dell’arte, della letteratura e della ricerca dell’ideale estetico e ci invita a «rammentare quanto contino gli esempi e i modelli che si scelgono nell’esistenza, quanta differenza faccia il votarsi fin da giovani a dei sublimi invece che ai demoni della forza bruta, della volgarità e del degrado pur sotto abili travestimenti.».

Se «la giovinezza rigenera il mondo “grazie all’oblio che stende sul passato”» non possiamo e non dobbiamo dimenticare quanto di più prezioso da questo passato abbiamo ereditato, perché attraverso questo universo di riferimenti storici e culturali ci viene offerta una via di fuga dall’appiattimento e dall’omologazione, capace di riscattarci dal «minuscolo giorno per giorno della contemporaneità».

Possiamo costruirci parentele ideali e travalicare i limiti angusti di un’esistenza qualunque votata alla mediocrità, ponendoci in comunione spirituale con questi “santi” o “eroi” profani che ci spingono a una verticalità dell’essere, a «intraprendere la salita per guardare il panorama dall’alto».
Non manca qualche imbeccata ai gay di oggi, i quali potendo disporre di così tanti e grandiosi esempi, inseguono altri miti e innalzano a proprie icone personaggi di ben più bassa caratura, ma l’invito si rivolge a tutti, al di là dei generi e degli orientamenti, perché il cammino di civiltà dell’umanità è proprio sull’opera e su figure straordinarie come queste che si fonda.

Maria Dente Attanasio

https://amedit.me/2016/12/27/restauri-di-vite-diverse-tracce-vive-un-libro-di-mattia-morretta/

Tracce vive. Sfogliando vite diverse
Recensione del gruppo Kairos, maggio 2016

Il restauratore ripristina l’originale vivacità di un’opera umana logorata dal passaggio del tempo. Ha la missione di rinvigorire le fugaci memorie tracciate da persone che ci hanno preceduto, ormai riassorbite dal calore della terra … ridotte (per chi ci crede) in sola anima, oppure (per chi non ci crede) in qualche molecola disgregata.

È un compito importante, questo, perché ciò che non è restaurato abbandona progressivamente il presente verso un passato sempre più remoto, fino alla dimenticanza. Nel mondo della cultura l’oblio è un peccato di omissione che intralcia, frena, blocca lo spirito umano … lo fa regredire, perciò è necessaria l’attività del restauratore.

A questo lavoro (o almeno con questa intenzione) si è dedicato Mattia Morretta nel suo libro “Tracce vive. Restauri di vite diverse”. Una raccolta di sette biografie d’intellettuali e artisti omosessuali (sei uomini e una donna) a cavallo tra il XIX e il XX secolo (Elisàr von Kupffer, Lucio Piccolo, Samuel Butler, il re Ludwig, Marguerite Yourcenar, Germano Silva, Pier Paolo Pasolini).

La diversità, cui si riferisce il sottotitolo, non è tanto la distinzione (tra i sette) quanto un vissuto a loro comune. Infatti, proprio per la loro omosessualità sperimentano la solitudine e l’emarginazione da i più (scoglio che ogni minoranza deve affrontare). Questo isolamento, che li rende diversi, è accidentalmente il luogo di un fermento culturale, che ha partorito molte opere.
La diversità, perciò, si trasforma da mero stigma a indicatore di un’unicità originale di queste vite, fuori dal comune. Nonostante l’impressione di morbosità di qualcuno di questi dotti (ad esempio Lucio Piccolo), si ha la percezione di trovarsi a confronto con omosessuali, eroi della cultura.

Al lettore rimarrà da risolvere alcune questioni. Se effettivamente una cultura disadattata, un po’ narcisistica possa generare eroi e quindi influire sulla società, sulla politica, oppure rimanga erudizione fine a sé, inutile, e se presentare questi modelli sia un modo per bacchettare i gay di oggi, meno diversi e più conformi a stereotipi.

https://kairosfirenze.wordpress.com/2016/06/05/tracce-vive-sfogliando-vite-diverse/