Uno sguardo sulla pedofilia

Uno sguardo sulla pedofilia
Testo originale nel Fascicolo n. 86, 1987, Enciclopedia Amare, Fabbri Editori

L’argomento è quasi impossibile da trattare senza invocare subito il codice penale o la psicopatologia. Il senso comune, infatti, identifica la pedofilia con lo stupro, l’atto sessuale imposto con la forza, sicché il pedofilo altro non sarebbe che un maniaco sprovvisto di freni morali.

Per discuterne occorre anzitutto differenziare la pedofilia dai fenomeni coi quali viene confusa anche da persone in genere obiettive. La sopraffazione sessuale, per esempio, non è una caratteristica costante o necessaria, anzi è provato che la violenza vera e propria si verifica in una minoranza di casi.

Le fantasiose descrizioni di atrocità dicono più cose sulla immaginazione di chi racconta che sulla pedofilia in se stessa. Del resto, i sadici e gli abusatori sessuali non possono essere giustificati in alcun caso, indipendentemente dal sesso e dall’età di chi ne è vittima.

Pornografia e prostituzione infantili, a loro volta, costituiscono aspetti di un problema sociale più vasto e sono più comprensibili se rapportati alle manifestazioni analoghe nel campo della sessualità adulta. L’incesto, infine, non concerne pedofili in senso stretto e non implica pedofilia, avendo risvolti psicologici più complessi.

Molti malintesi impediscono una riflessione pacata su un tema che è stato ed è tuttora al centro di un vivace dibattito, anche per i suoi collegamenti con la pedagogia e l’educazione, sovente rappresentato in opere di alta letteratura (da Thomas Mann a Umberto Saba). Val la pena perciò di attenersi ai fatti e al criterio descrittivo, poiché si deve sapere di cosa si parla e si giudica.

Il pedofilo può essere definito un individuo (quasi sempre un uomo) che si sente attratto da soggetti che si trovano nel “periodo puberale”, comprendendo anche la fase precedente e quella immediatamente successiva alla pubertà. Egli trova quindi la sua effettiva soddisfazione sessuale in relazioni con bambini o giovanissimi ed è tipico che il raggiungimento del completo sviluppo somatico di questi ultimi li renda meno “appetibili” ai suoi occhi.

La pedofilia può essere di tipo eterosessuale, omosessuale o bisessuale, per quanto siano più frequenti i rapporti fra adulti e bambini di sesso maschile. Esistono variazioni riguardo alle fasce d’età “preferite”, il che configura situazioni molto diverse fra loro sia per le modalità di contatto sia per il giudizio sociale.

Le bambine implicate hanno per lo più fra i 6 e gli 11 anni, mentre i maschi sono in genere più grandicelli, tra i 12 e i 15. Qualcuno ritiene che ciò si colleghi alla più precoce pubertà femminile e al fatto che i caratteri sessuali secondari sono meno pronunciati nei maschi.

Più verosimilmente si ha a che fare col nesso tra pedofilia e sesso giocato tra bambini, infatti il gioco sessuale nei ragazzini è più presente tra i 10 e 14 anni, nelle bambine tra i 5 e i 9 anni. L’atto pedofilo prenderebbe perciò la forma dell’interazione sperimentale, spontanea e reciproca, fra fanciulli.

Sono veramente eccezionali, d’altronde, i rapporti carnali veri e propri nelle relazioni pedofile eterosessuali, come pure i rapporti anali in quelle di tipo omosessuale, anche se le ricerche sono più discordanti su questo punto. Nella gran parte dei casi si ha a che fare con carezze, masturbazione o stimolazioni orali, modellandosi nei pedofili “puri” sulle potenzialità del piccolo e non del grande.

I pedofili vengono raggruppati in tre grandi gruppi: i teen-agers, i trentenni e i cinquantenni. È indubbio che essi siano in buona parte giovani (al di sotto dei 40 anni), a differenza dello stereotipo dell’anziano o del pederasta senile. Non esistono dati specifici in ordine allo stato sociale, al livello intellettivo o al grado di sofferenza psichica.

In alcuni studi si sottolinea che il tasso di istruzione è di solito superiore alla media e che in molti svolgono attività lavorative a contatto con ragazzi e bambini. I più non sono sposati né lo sono stati, pur contandone di coniugati e con figli. Una certa tipologia ha scarsi rapporti sociali con adulti e coetanei.

I contatti hanno luogo di solito in casa dopo un lasso di tempo dedicato alla conoscenza. Gli incontri sono piuttosto casuali per i bambini, mentre avvengono in un ambito più ristretto per le bambine (entourage domestico).

Le inchieste dimostrano che non è affatto vero che tali bambini provengano da famiglie disturbate o fallimentari, né da un determinato ceto sociale; non sono solo i figli trascurati o poco amati a subire o a cercare le attenzioni del pedofilo. Se proprio si vuol parlare di varianti, non di rado si tratto di soggetti meglio dotati fisicamente e mentalmente.

Altrettanto falsa è l’idea che i ragazzini siano invariabilmente sedotti o circuiti, vittime passive di adulti senza scrupoli. In tanti casi il minore ha “incoraggiato” l’approccio o almeno non vi si è per niente opposto. Il danese Tolstrup usa in proposito la definizione “adescatore di adulti”, cosa che non deve sorprendere dal momento che i bambini sanno bene di cosa si tratta e che la sessualità non è loro estranea.

Ha scritto Freud: “Il bambino è in possesso, ben prima di raggiungere la pubertà, di molti atteggiamenti psichici che appartengono alla vita amorosa (tenerezza, dedizione, gelosia), e abbastanza spesso in lui questi stati emotivi si aprono il passaggio verso le sensazioni corporee, cosicché il bambino non può avere dubbi circa la connessione dei due ordini di fatti”.

Il sessuologo Preben Hertoft dice che “non dovrebbe poi stupirci tanto il fatto che i bambini, nel loro bisogno di uno stretto contatto con un adulto, non sempre trovino così grande il salto tra un contatto fisico e psichico comunemente accettato e quella forma di contatto che noi, spesso in modo artefatto, releghiamo nella categoria dei contatti sessuali”.

I bambini, dunque, partecipano attivamente ad un’esperienza che non si limita al sesso e tanto meno alla “genitalità”, stabilendo molte volte relazioni affettivamente complesse le cui conseguenze non sono per forza di cose e in assoluto negative. Il teologo americano Rossman parla in casi particolari di influsso positivo sul carattere o finanche di prevenzione della criminalità. Non è facile, infatti, appurare se il disturbo del bambino preceda o consegua la specifica vicenda pedofila.

Un legame non sessuale tra il ragazzo e l’adulto può sovente durare nel tempo ben oltre l’adolescenza e talora per tutta la vita, per la maggior parte tali bambini da grandi si sposano e hanno figli, perché l’orientamento sessuale definitivo non ne viene influenzato.

Se studiosi del Nord-Europa ritengono non dimostrabili i danni derivanti da rapporti pedofili non violenti passati per così dire sotto silenzio, quindi non giunti a conoscenza dei congiunti, non è possibile ignorare i traumi severi nel momento in cui si crea un caso giudiziario e famigliare, per non dire mediatico. Ciò non significa che l’esperienza non lasci traccia o sia indifferente.

Il fatto è che genitori ed educatori sono portati ad amplificare l’immagine del corruttore di bambini soprattutto per difendersi dagli ambigui risvolti del loro personale rapporto con figli e allievi. Lo psicoanalista Sandor Ferenczi addirittura accusava gli adulti di “pedofilia aggravata dall’ipocrisia di non volerne prendere coscienza”.

La riprovazione della pedofilia è stata a lungo un corollario del più generale rifiuto dell’omosessualità (pederastia) e della sessualità minorile, nonché diretta conseguenza della tutela giuridica della proprietà e dell’uso esclusivo della progenie da parte del padre e della madre.

I genitori sono troppo implicati narcisisticamente per essere neutrali, non è causale che lo stesso Freud, che pure aveva sei figli, non abbia mai preso spunto dalla loro sessualità e non abbia neppure dato una interpretazione della pedofilia.

Tutto ciò non equivale ad una assoluzione dei pedofili né significa che la questione non vada discussa in tutte le sedi pertinenti. Il ragionamento, però, deve essere serio in sede scientifica e scevro da pregiudizi in ambito sociale, perché i rapporti pedofili esistono e si verificano di continuo, indipendentemente dal giudizio o dalla condanna di cui sono oggetto, al pari di tanti altri fenomeni umani contraddittori o di confine.

Mattia Morretta (1987)

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