Al limite: sessualità e Aids

Al limite: sessualità e Aids

« Abbiamo tutti creduto che parlando del sesso, del corpo, le cose sarebbero migliorate, che si sarebbe andati verso una maggiore libertà. Si vede oggi che non è stato così. Alla fine, del corpo non c’è null’altro da dire, tranne che esiste »
(Marguerite Yourcenar, Apostrophes, 1979)

La modalità con cui si parla dell’argomento sessuale nasconde sovente delle trappole, nel senso che gli esperti, mentre descrivono, finiscono per suggerire come ci si debba comportare, fornendo ben più del semplice canovaccio interpretativo insieme alle definizioni e alle soluzioni. D'altronde, quando si cerca di descrivere delle situazioni problematiche, c’è il rischio di fare l’elenco delle impossibilità, delle frustrazioni e delle sofferenze, le quali appaiono quasi imposte e non solo constatate. Conviene allora anzitutto fornire le coordinate di fondo del discorso, perché noi discutiamo di sessualità dando per scontate molte cose riguardo al contesto sociale e culturale.

Vi è stata una enorme rivoluzione nel modo di parlare di sessualità a livello scientifico negli ultimi quarant’anni e a livello di mass-media negli ultimi venti. La cosiddetta esplosione sessuologica ha portato dei cambiamenti notevoli, che molti hanno scambiato o continuano a scambiare per un processo di liberazione, un progresso a senso unico, mentre sono innumerevoli le contraddizioni e i chiaro-scuri, da valutare con attenzione. Già all’alba degli anni Ottanta, per esempio, in Francia si è preso atto del declino del potere degli psicanalisti e del sorgere dell'astro della sessuologia, da cui sarebbero state emanate le nuove norme di comportamento, «il bene» nella sessualità.

Il sesso «buono» una volta era quello procreativo, nel tempo è diventato quello legato alla comunicazione interpersonale (nuovo contenuto rispetto ai secoli precedenti); adesso potremmo dire che il sesso «buono» è quello non contagioso, perché ora sesso e salute sono strettamente collegati. Non è una vera novità, perché di continuo si è ripresentato nella storia il tema di questo collegamento tra salute del corpo e sessualità, soprattutto in relazione alle conseguenze per la progenie (l’ereditarietà, la generazione).

Ancora oggi si continua ad immaginare il controllo della vita sessuale sottoforma di repressione e di inibizione, come se il Potere volesse impedire all’individuo di esprimersi sessualmente: Potere che nega, che censura, che dice di no, che non vuole che si parli. Ogni volta che si verificano situazioni sociali un po' scabrose (opere letterarie o artistiche, film di un certo tipo, etc.) assistiamo ad un dibattito tutto ideologico fra chi mira a rendere maggiorenne il cittadino medio e chi invece vorrebbe considerarlo comunque incapace di scegliere, dando per scontato che ci sia un interesse da parte di coloro che occupano certe posizioni istituzionali a reprimere e a censurare.

D’altro canto, è sempre vivo il dibattito sulla «liberazione» della propria vita sessuale (dar spazio alle fantasie erotiche, tradurre in pratica i propri desideri), secondo un percorso di cui alcuni intellettuali sono stati portavoce molto accaniti in momenti storici particolari.

L’analisi filosofica e storica degli ultimi decenni, ha mostrato molto bene che la sessualità si configura come una costruzione culturale collegata anche all'evoluzione di alcune classi sociali. Si crede comunemente che la borghesia sia per forza di cose censoria, eppure la sessualità in qualche modo nasce con l'ascesa della borghesia al potere e il suo opporre al sangue blu degli aristocratici il proprio corpo, un corpo fortemente sessuato e sessualizzato. Essa prima afferma di avere un corpo e poi su quel corpo ritaglia le aree che sono compatibili con la norma, con la religione, con il costume, con lo sviluppo, con il consumo, con l'industria e via dicendo. La borghesia quindi fa del proprio corpo e della sessualità un oggetto di forte investimento.

Molte discipline umanistiche e scientifiche, che si sono poi occupate di sessualità, appaiono quindi quali emanazioni di tale intento originario di creare un oggettoparticolare e privilegiato di interesse da analizzare e da spiegare fino in fondo. Ciò ha dei collegamenti anche con la posizione della religione cattolica, che ha fatto effettivamente dell’uomo almeno in parte un mostro sessuale. Molti scritti di religiosi sono volti a focalizzare l’attenzione dell'uomo sulla propria sessualità, nascosta nelle pieghe dell'anima, da scoprire ovunque, da sospettare dietro ogni minimo gesto, trasformandola perciò in una presenza ossessiva. Nessuno viene considerato esente da fantasie e da desideri, da ricercare anche laddove non sono chiaramente manifestati e non sono consapevoli.

Per certi aspetti, il movimento sessuologico, a partire dalla fine del XIX secolo in poi, sembra andare nella medesima direzione, benché con altri scopi, perché ha fatto della sessualità qualcosa che ha invaso il corpo sociale in una maniera di cui noi abbiamo una consapevolezza soltanto relativa: cioè ha creato le condizioni per cui esistano il sessuale e il non-sessuale, come categorie di fondo con cui si giudicano la realtà e perfino gli esseri umani. Gli altri li valutiamo prima ancora che come persone, come dei potenziali partner. Questo ci dice fino a che punto sia arrivato l'inculcamento pedagogico in materia.

Il controllo della sessualità agisce non solo descrivendo cosa non bisogna fare, come si è ipotizzato per troppo tempo, ma in realtà anche indicando cosa bisogna fare, pensare, desiderare. Quali siano i miei desideri lo rivela il manuale in certe pagine o l'esperto in Tv, grazie ad un sottilissimo lavoro di controllo attraverso l'informazione. Proprio il contrario di quello che molti credono. L'informazione crea indottrinamento: ci viene detto che cosa bisognerà cercare dentro di sé, dove trovare le risposte, e la sessualità assurge a parametro fondamentale, invadendo letteralmente lo spazio sociale e diventando una sorta di verità ultima.

Michel Foucault, filosofo omosessuale morto di Aids nel giugno del 1984, ha detto parole illuminanti al riguardo: «Noi non abbiamo liberato la sessualità, l'abbiamo portata al limite». Limite della legge, perché sembra l'unico contenuto assolutamente universale del proibito: cos’è proibito? il piacere legato alla vita erotica. Analogamente per la conoscenza: cos’è l’inconscio? un groviglio di fantasie sessuali, incestuose o meno, insomma tutta una mitologia che ha a che fare con la sessualità. Limite pure del linguaggio, nel senso che essa designa la linea di schiuma di ciò che il proibito può a malapena raggiungere sulla spiaggia del silenzio.

Se c’è da dire la verità, le persone diranno che ha a che fare con la vita sessuale o comunque con la vita amorosa. La verità è lì, quella è la verità, solo tale materia si può dire come verità. Il silenzio si infrange in quel modo.

Il nostro contesto quotidiano è imbevuto e saturato oramai da simili dettagli, al punto da rendere molto difficile la ricerca di un modo autonomo e personale di pensare, di sentire e di esprimere la sessualità. La sessuologia è molto cambiata rispetto al passato. Una volta si definiva nosografica, perché classificava le condizioni che impedivano la procreazione, quindi era molto interessata ai perversi e ai diversi. Adesso invece è terapeutica, cioè si occupa di curare e di guarire, quindi si concentra sui falliti del piacere, sulle carenze del desiderio, perché il funzionamento diventa l'elemento fondamentale.

L’opposizione fra normalità e anormalità non si gioca più sul piano del comportamento, procreativo o meno, ma si sposta sul piano del funzionamento, sul fatto che alcune persone funzionino meglio o più sovente di altre. Le persone allora vanno messe tutte in condizione di funzionare, guai a non funzionare!

La disfunzione non può circolare nella comunicazione, deve per forza passare nell’ambulatorio del medico, dello psicologo o del sessuologo: la disfunzione come limite nell’ambito della sessualità è la vergogna, mentre la diversità ormai per certi aspetti non interessa e diventano “perversi” solo gli orgasmi che avvengono in rapporti diseguali e asimmetrici. La pedofilìa infatti non viene accettata ed è molto condannata anche dalla sessuologia progressista, proprio a causa della disuguaglianza: la mancanza di parità tra due individui impedisce che il consenso venga dato con lo stesso potere (quasi che ciò fosse la norma degli atti sessuali!). Queste sono alcuni dei luoghi comuni della sessuologia moderna.

Le persone sono indotte a pensare alla sessualità come a qualcosa che deve funzionare ed essere all’altezza di un ideale. La mitologia salutistica attuale è veramente sconcertante, perché il modello imposto brutalmente a tutti è quello di «sani e belli», con l’ingiunzione di compensare le imperfezioni fisiche e le inefficienze: l’impresentabile oggi è una sessualità repressa, inibita, piena di limitazioni e di acciacchi. Un po’ come quella, per esempio, degli handicappati. In effetti, per certi aspetti, la questione sessuale nell’ambito dell’Aids ricorda molto in termini sociali il tema del sesso fra i portatori di handicap. Si pensa che debba esistere per i disabili una forma di sessualità, di cui però in genere non si parla perché contrasta con tutti gli stereotipi più diffusi: cioè, corpi perfetti che si uniscono in amplessi fantascientifici, persone che fanno colazioni erotiche di mattina con cracker afrodisiaci...

Lungo la strada il modello estetico-salutistico lascia una scia di vittime, a partire da coloro che si ritengono bisognosi di correzioni chirurgiche a via via tutti gli altri, con in prima fila le donne, le quali, anche se bellissime, conservano una sensibilità particolare al difetto corporeo, per inguaribile narcisismo. Da tempo tuttavia il narcisismo ha conquistato l’approvazione sociale e riguarda anche i maschi in maniera evidente. I criteri di valutazione della bellezza nel corso dei secoli cambiano di continuo; fino a pochi anni fa era attributo solo del sesso debole, adesso chiaramente pure di quello forte. Nel recente passato dire ad un uomo che era bello era quasi imbarazzante per l’interessato, nel senso che l’avvenenza e l’attenzione al fisico davano comunque adito a sospetti, perché venivano subito collegati all’effeminatezza o ad altri aspetti più profondi della personalità. Ora, invece, poiché si resta in superficie e conta solo l’apparenza è possibile dare spazio alla femminilità-vanità nel maschio.

Tutto è permesso perché nulla ha importanza, ha ben detto lo storico francese Philippe Ariès; per cui molta della tolleranza che la società manifesta nei confronti dei comportamenti sessuali dipende dal fatto che essi vengono svuotati di significato. Che importanza ha che le persone compiano certi atti? Il sesso ha perso molto della sua sacralità e della sua carica, venendo di fatto ridotto in buona parte ad una banalità, una merce che è entrata nel circuito del consumo e anzi lo supporta, perché serve per consumare qualsiasi prodotto: acquista valore perché diventa una merce di scambio e nello stesso tempo sostiene il mercato.

Gran parte delle esperienze umane viene deprivata di senso, di verità, di conquiste possibili, di elaborazioni, di intuizioni, di riflessioni; per cui diventa più facile fare concessioni di ogni genere, dato che per lo più si tratta di pseudoesperienze.

In particolare il modello giovanile centrato sulla ricerca di sensazioni porta a provare questo e quello, laddove la prova sta al posto poi dell'esperienza reale, la quale presupporrebbe anche approfondimento, un passaggio dal momento in cui si sperimenta al momento in cui si riflette, traendo delle conclusioni e conquistando delle conoscenze. Un sapere profondo può essere pericoloso perché le persone che pensano e che hanno fiducia in se stesse diventano più autonome nella personalità e nei gesti, e quindi sono meno inclini a seguire le prescrizioni di massa.

Di fatto la vera figura emergente e imposta è quella del consumatore a tutti i livelli; si tratti di videogame o di pornotelefono, quel che conta è che ciascuno si identifichi quale potenziale consumatore. In questo senso tutti, prima di essere persone, e definirsi come tali, sono pensate come potenziali partner sessuali, soggetti dotati di un patrimonio che devono comunque prima o poi poter spendere. Non necessariamente nel senso di una pratica, perché lo scopo non è una pratica sessuale; tanto che negli ultimi tempi vi sono stati segnali di una contrazione del sesso agito, antecedente e parallela all'epidemia di Aids.

Si può dire in effetti che il sistema prescinda dall’aspetto della messa in atto: l’importante è che le persone si concepiscano in un determinato modo, cioè che si identifichino con un modello e abbiano di sé una certa rappresentazione.

Tutti assorbiamo simili messaggi espliciti e subliminali, facendo nostri modi di pensare a noi stessi e di vivere la sessualità che ci si ritorcono contro nel momento in cui si esce dal binario programmato della salute e del benessere. Ci viene proposto di immaginare una vita senza termine e priva di limiti, di credere che non vi siano ostacoli alla realizzazione, che nella sessualità tutto debba scorrere facilmente, come bere la coca-cola o un drink. La pubblicità insegna: con alcuni accorgimenti si può diventare grandi seduttori, e la seduzione diventa una professione generalizzata; tutti vogliono piacere, sedurre in qualunque circostanza, al lavoro, con gli amici, al bar, dovunque c'è una continua attenzione alla propria seduttività e al proprio livello di gradimento, in cui il ruolo degli altri è di fungere da specchi in cui riflettersi.

Tutto ciò viene drammaticamente enfatizzato allorché si è costretti ad accorgersi del substrato reale, di quel che c’è sotto la vernice superficiale, prendendo coscienza del dettato assimilato e delle approssimazioni personali nel tentativo di adattarvisi.

Alcuni mettono insieme al contempo anche contenuti di natura religiosa, di un cattolicesimo spicciolo e un po’ retrivo riguardo al corpo (la carne svalutata e il peccato), e quindi mescolano vissuti contraddittori, vivendo sensi di colpa perché fanno delle cose e altri sensi di colpa perché non le fanno (perché non funzionano o non sono all'altezza della liberazione sessuale).

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, la parola d'ordine era liberazione sessuale, preludio di miracolosi sviluppi della personalità o di estensione degli orizzonti individuali. In effetti, l’altra faccia della medaglia del sesso come verità dell'identità è che la persona, quando deve chiedersi «chi sono?», interpella la propria sfera magica sessuale.

Modificando la pratica, non reprimendo più ma agendo, distogliendo l’attenzione dall’affettività o dal legame col partner, vivendo il sesso senza bisogno di giustificazione, ci si attende ancor oggi uno sblocco ed una apertura di prospettive mentali, cosa che invece non avviene affatto. Nonostante le consolazioni a buon mercato, c’è una grande differenza fra le aspettative connesse all'agire la sessualità e ciò che poi se ne ricava, non in termini fisici, piuttosto in termini umani, esistenziali. Il tipo di benessere o di rassicurazione che l'esperienza sessuale offre, raramente aiuta il soggetto a trovare armonia e pace. Molte volte, al contrario, l’esercizio del sesso conduce ad una «escalation», nel senso che finisce per non bastare mai il livello di conquista o gratificazione che ne deriva. Si arriva a misurare il proprio valore personale o la propria accettazione in base al fatto che gli altri ci scelgano o meno come partner sessuali: valgo se suscito più desiderio, se ottengo proposte, se ho più incontri sessuali; benché ciò non configuri di fatto una soddisfazione, visto che non è mai sufficiente. Le perdite sopravanzano le entrate, il che parrebbe comprensibile dal punto di vista biologico. Dal punto di vista psichico e spirituale, se si trattasse di una espressione della soggettività, dovrebbero esserci sazietà e sicurezza; altrimenti i conti della «valutazione» tramite il sesso non tornano e piacere agli altri diviene un fine perseguito ad ogni costo.

Peraltro, un grande malinteso è che l’attività sessuale implichi la vita del corpo; in verità, ciò che viene utilizzato è una specie di automa con aperture e appendici, un involucro con sensibilità più o meno diffuse a livello cutaneo, non certo un corpo «pieno» o «intero». L’esperienza allora non è di tutta la persona: è come se riguardasse soltanto un pezzo, o la parte superficiale o alcuni settori. I più pensano che dagli atti sessuali non derivino conseguenze perché non si coinvolgono internamente, non vi partecipano integralmente. Ritengono perciò di poter uscire dai letti e dagli appuntamenti senza sequele, perché hanno adoperato soltanto un pezzetto di sé, di cui non rimane o non dovrebbe rimanere traccia.

Dietro l’apparente sensualità, l’erotismo, la seduzione, spesso c'è una mancanza di presenza del corpo, che non è vissuto ma è usato come uno strumento nei rapporti interpersonali, per ottenere cose che con il desiderio e con la vita sessuale hanno poco a che fare.

Può dispiacere dirlo o sembrare molto strano che le persone chiedano affettività, accettazione, stima, valorizzazione attraverso un mezzo per forza di cose inadeguato e inadatto in quanto improprio. Tuttavia negli ultimi decenni siamo stati indotti a credere che il sesso debba essere proprio la carta da giocare per sentirci esseri umani, liberi, realizzati, affermati…

Questo si vede chiaramente quando si scende dal treno in corsa della realizzazione sessuale, per esempio in caso di Hiv positività o di fallimento relazionale. Più ancora di tutti gli altri, la maggior parte degli Hiv positivi è succube del mito della «normalità», anche se il termine è ambiguo. Può significare godere di una sessualità idealizzata, oppure nelle stesse forme del passato («voglio poter fare come ho sempre fatto»). Normale allora sarebbe la semplice ripetizione di alcuni comportamenti; ovvero equivarrebbe a poter agire come i «non sieropositivi», ritenuti ancora in grado, e con tutti i diritti, di poter esercitare la sessualità senza limitazioni.

La stessa esistenza dell’infezione da Hiv, in effetti, sembra costringere ad una lotta interiore e ad interrogativi privi di un risvolto pratico. La sofferenza è soprattutto sul piano emozionale, associata a cattivi pensieri che non si possono scacciare e fantasie catastrofiche o di privazione.

Ora l’unica «normalità» plausibile è lo stato in cui un soggetto si può ritrovare dopo avere capito bene quale sia il contesto in cui si muove, e quali siano le sue esperienze reali; cioè, ogni normalità è specifica, perché a livello privato non si può parlare di normalità sociale o statistica. Non è «normale» in questo caso assomigliare a tutti gli altri. La normalità potrebbe essere solo la propria, quella che nasce dalla sperimentazione e dalla conoscenza in prima persona (quali desideri e gesti siano normali per il singolo in quelle condizioni).

Il fatto è che la prima cosa che ciascuno sperimenta non è la spontaneità, bensì l'automatismo. Tutti confondiamo la spontaneità con l'automatismo: ciò che tende ad esprimersi, quello che viene di getto nell’area sessuale non è necessariamente spontaneo, è più probabilmente automatico. Ciò vuol dire che è qualcosa che non ha bisogno di essere pensato o mentalizzato al pari di una reazione o di un riflesso condizionato: in rapporto ad un dato stimolo compare un certo comportamento. Ma chiamarla spontaneità, a mio avviso, è un equivoco, perché la spontaneità non è qualcosa che si ha, bensì qualcosa che si conquista, cioè che viene dopo un percorso di conoscenza di sé, durante il quale il soggetto si appropria delle sue capacità, delle sue risorse, di quel che davvero gli appartiene. A quel punto ci si libera di molti automatismi, si funziona sempre meno in maniera automatica come un congegno previsto e simile agli altri, cioè in maniera ripetitiva e omogenea ai comportamenti altrui. Nel tempo si capisce cosa si prova e cosa si desidera autenticamente.

Molti accedono alla sessualità o all'intimità fisica non a partire dalle loro esigenze e da ciò di cui ha desiderio il loro corpo, ma da un modello standard presente nella testa o nel cuore, dato che vi sono condizionamenti su tutti e due i fronti. Quando si pensa : «adesso ci vorrebbe un atto sessuale, ho bisogno o ho voglia di sesso», in genere non ci si sta ascoltando.

In questo senso, una crisi esistenziale o la diagnosi di sieropositività possono dare origine ad una presa di coscienza, pur trattandosi di una forzatura. D'altronde, se non si è costretti a riflettere su qualcosa che è associato alla sofferenza, si è tentati di evitarlo per non dover far fronte ad un cambiamento, poiché tutti noi procediamo in modo inerziale, soprattutto nella sfera sessuale: si riproduce il gesto noto e si cerca di cambiare il meno possibile, per il prevalere di una tendenza conservatrice, grazie alla quale vince lo schema di condotta precedente.

Si tratta, invece, di accettare di fare un cammino in cui è compreso il disorientamento, lo sbandamento, perché se si continua ad usare la bussola del passato, quella della normalità presunta degli altri, si perde la strada, la propria. Così facendo ci si colloca nella scia di tutti quelli che si illudono di esprimersi in modo personale e invece fanno la vita che è prescritta, oltre che descritta, da un copione. Quindi smarrire la rotta transitoriamente riguardo alla sessualità può essere l’occasione propizia per trovare la stella polare.

Non ho mai apprezzato i discorsi retorici sul diritto alla vita sessuale dei soggetti con Hiv/Aids, i cui “difensori” non vorrebbero sentir parlare di proposte di astinenza e si battono perché sia tutelata la loro possibilità di sentirsi sani e di vivere la sessualità come gli altri.

Di certo tali proclami non tengono conto della realtà della «malattia», oltre a preparare il terreno a ulteriori frustrazioni e mistificazioni. Nelle persone con Aids si modifica sia il desiderio che la percezione della mancanza del sesso, mentre viene idealizzata la questione dell’intimità e della vicinanza fisica. Quando si è malati si regredisce emozionalmente e psicologicamente, perciò chiunque sia in condizione di svantaggio o sia affetto da una patologia ha bisogni più tipici dei bambini che non degli adulti. In primo piano si colloca l’esigenza di essere compresi letteralmente: una comprensione che è emotiva e fisica, e a volte non passa neppure attraverso i gesti o il contatto diretto. A costituire l’oggetto del desiderio è la presenza fisica, qualcuno capace di contenere, avvolgere, accarezzare, nel tentativo di compensare l’isolamento, le mortificazioni spirituali e le ferite patite nel corpo. Non basta un raffreddore per modificare il nostro vissuto corporeo? Il minimo squilibrio fa sì che l’atteggiamento muti e ci si rivolga più verso l'interno di sé che non verso l'esterno, dedicando meno attenzione ad alcuni aspetti della vita di relazione e della sessualità.

I più, nonostante i segnali interni e gli ostacoli esterni, tendono a seguire la corrente della pseudo-salute per sentirsi “normali”, aumentando a dismisura l’alienazione.

Bisognerebbe invece imparare a fare esperienza del proprio corpo e dei propri desideri. Per esempio, si può anche scoprire che non ci sono desideri sessuali e che non è necessario cercare di attivarli solo per timore della depressione. La sessualità è sottoposta a continue ciclicità anche dal punto di vista biologico, è quindi comprensibile che vi siano fasi in cui effettivamente l'investimento della realtà e degli altri comprendendo il desiderio sessuale) si riduca notevolmente senza costituire un segno di “malattia”. Ciò vale pure per il deficit sessuale che si manifesta nelle patologie organiche e psichiche: non si può valutarlo con gli stessi criteri con cui si giudicherebbe una situazione statisticamente normale, oppure in rapporto al desiderio dei più di “funzionare” per forza. Anzitutto vanno valutati tutti i fattori che influiscono sul corpo, sulla sessualità e sul desiderio.

Bisogna partire da sé e imparare ad autorizzarsi ad accettare quel che si sente davvero, non rinunciare subito a percepire qualcosa dentro perché non è conforme al modello previsto, o non è coerente con ciò che pensavamo ieri o anni fa riguardo a noi stessi.

Occorre dare più credito alla propria capacità di capire e di scoprire una propria vera sessualità o vera affettività. La sessualità per l'uomo non è mai soltanto azione, semmai è rappresentazione, cioè cultura, fantasia, pensiero, emotività, affettività, tutto ciò che si elabora intorno ad essa. L’ideazione e la dimensione fantastica sono altrettanto importanti per l'uomo dell'azione nella sfera sessuale.

Oltre a ciò, è importante creare un clima, un contesto in cui si possa cominciare a ragionare in maniera diversa riguardo al significato dell’espressione sessuale. Un ambiente in cui si possano rivelare defettualità, senza pensare necessariamente in termini di patologia e quindi di rimedio o di cura. Bisogna poter parlare delle limitazioni e delle difficoltà, senza presupporre subito che ci sia qualcosa da modificare o da curare. Prima si deve poter prendere atto senza volontà di correggere, registrare l’esistente per poi sondare il contenuto di quel limite per quella specifica persona. Anche la rinuncia alla vita sessuale o all'agito sessuale diventa una possibilità di espressione tra le altre, se cambia il modello concettuale.

L'astinenza può essere non una negazione, bensì un modo di riconoscere la sessualità e di viverla in una forma diversa da quelle consuete. La castità per alcuni è congelamento dell'energia sessuale, per altri sua esaltazione; anche se la sublimazione più elevata può interessare solo soggetti con speciali attitudini.

Non esiste un unico schema, non c'è un solo copione, si può parlare anche il linguaggio dell’astensione o della sottrazione liberandosi dal timore di venir “giudicati” per questo e di dover mobilitare risorse di correzione.

Se nell'Aids ci sono solo privazioni, se la logica è solo quella della mancanza, allora certo è una valle di lacrime, in cui gli interessati non possono che compiangersi e gli altri commiserarli e deprimersi. Nessuno vuole essere intoccabile perché l’identità è incentrata sulla componente sessuale intesa concretamente.

Da questo punto di vista c’è una divergenza di interessi fra i «malati» e i «sani», ossia fra chi è portatore di malattia/limite e chi invece è in buono stato di salute.

I sani non vogliono rinunciare neanche a un pezzetto del benessere che probabilmente non godranno mai ma é previsto nel loro programma; non vogliono provare neanche un briciolo di meno del piacere che ritengono sia stato loro promesso! Ciò vale anche per l’Hiv positivo, che di solito si rifiuta di fare a meno di quello che considera un "residuo" di godimento e di gratificazione che gli spetta, dovendosi già accontentare di una riduzione drastica di quei desideri che prima pensava di poter realizzare.

È il motivo per cui sorgono anche tante esigenze prima inesistenti o latenti: un figlio, una relazione amorosa continuativa, l’accettazione altrui. L’individuo avverte la sensazione che gli abbiano sottratto l'aspettativa di benessere che gli competeva come essere umano “contemporaneo” e può tentare di recuperare in scala ridotta tutte quelle "promesse" di vita. Ad esempio, il futuro: una dimensione che nella gran parte delle vite non esiste, in quanto consapevolezza della continuità e della parabola esistenziale (quel che si fa oggi per preparare quel che accadrà domani).

A quel punto diventa vitale reimparare a pensare. Si impone il confronto con le conseguenze della coscienza di sé e della propria identità di persona; non a caso Pirandello ha scritto «conoscersi è morire», perché l’approfondimento della conoscenza di se stessi espone a una grande quota di sofferenza, specialmente all’inizio, chiamando in causa la mortalità e i limiti umani.

È una sofferenza che non ci abbandona più, ma che viene vissuta in maniera diversa, perché si tratta in sostanza di cambiare il modo di soffrire. Non ci sono esclusi da questo punto di vista: anche coloro che si mostrano sorridenti, affermati, felici, gaudenti, abbronzati, alla guida di macchine potenti in realtà provano il dolore, perché esso è costitutivo, c'é tutti i giorni, in ogni momento, a livello fisico/psicologico/emotivo. Nella consapevolezza c'è un rapporto diverso con la sofferenza; e paradossalmente, se le si fa spazio

intenzionalmente, si aumenta anche la possibilità di vivere una gioia più autentica, cioè più personale, meno generica, proprio mia: questo piacere, questa allegria e questo dolore sono proprio miei. Il percorso di autodeterminazione conduce a scegliere di accettare i limiti entro cui realizzarsi. Se lascio che la mia vita sia un terreno in cui gli altri coltivino le loro fantasie e le loro aspettative, non avrò frutti per me, in quanto ho rinunciato a seminare cose personali che potevano crescere. Si tratta di rinunciare ad una perfezione ideale per accogliere una imperfezioneche almeno ha il vantaggio di essere reale (secondo le parole di S. Zweig).

La maggioranza non ne vuol sapere e preferisce la perfezione ideale all'imperfezione reale, cioè all'essere come si è; eppure si tratta dell'unica concreta opportunità per noi di giocare la nostra vita, piuttosto che pensarla nei termini di una perfezione che non ci riguarda e non ci riguarderà mai qualunque sforzo si faccia.

È un viaggio difficile, in cui si è spesso soli. Per buona parte non si può fare che da soli, in quanto nessuno potrà mai mettersi al posto di un altro per trovare le radici delle verità personali; tuttavia in alcuni tratti si può essere accompagnati, se si concepisce il cammino nelle limitazioni come una ricerca positiva, cioè arricchente. È necessario uno sguardo che accetti tutto quello che c'è nell'esistenza e non basarsi su quel che dovrebbe esserci in teoria o noi vorremmo ci fosse. La maniera di vivere le difficoltà dipende in effetti dalla possibilità di formulare le domande in maniera corretta, cioè più utile per la persona.

Vi sono sempre questioni contingenti e angoscianti, che a volte richiedono soluzioni rapide o consigli pratici; eppure ciò è meno importante nonostante possa sembrare più pragmatico. Come si pensa ai problemi può facilitare od ostacolare il confronto con essi, anche se non dobbiamo dimenticare che rimane molto di non-risolvibile.

Partire da questa verità è un fatto che mette in discussione i presupposti comuni. Possiamo accettare di assumere un impegno e tentare di capire nonostante tutto? Questa è la scommessa, senza garanzie, come lo è comunque la vita di ogni uomo, ossia senza certezze dal punto di vista esistenziale e dei risultati.

Occorre basarsi su quel che si sente, prenderne atto e non dare per scontato che i desideri e gli stati d’animo provati si esauriscano in se stessi. Posso sentirmi frustrato perché non mi vogliono, perché penso di non poter dire a qualcuno un mio stato di diversità o temo di ricevere un rifiuto, ma non devo fermarmi a questo, perché è solo uno strato superficiale. Bisogna quindi prender le mosse dal vissuto e andare oltre in quanto spesso la persona si sente in una gabbia perché vive con troppa concretezza ed immediatezza i disagi e le emozioni: avverte difficoltà e fastidi e cerca di compensarli, o di trovare una risposta rapida, sicché non fa che aggiungere delusioni e amarezze.

Se invece si torna un po' indietro e ci si interroga sul significato di quei vissuti, forse si arriva più a fondo nel «bisogno». Non sempre quel che si sente in superficie corrisponde a ciò che davvero si prova nel profondo. Una barriera può essere costituita dal fatto che la persona rimane nel passato o è legata ad una certa idea di sé, continuando a vivere nella situazione attuale come se fosse ancora in quella antecedente. C'è quindi uno sfasamento tra ciò che potrebbe essere opportuno nel presente (trovare degli adattamenti) e le modalità di sentire rimaste arretrate.

Occorre porsi domande sulle emozioni che si provano e su ciò che nascondono non prendendole alla lettera. In genere quando si avverte un dispiacere o si incontra un limite, ci si ragiona sopra solo per vedere come vi si possa ovviare. Invece bisognerebbe chiedersi cosa c'è dietro all'emozione sgradevole (per esempio la paura di essere rifiutati). Si dà per scontato il significato dell'esperienza e del disagio, restando bloccati come nelle sabbie mobili, mentre dovremmo cercare di dare un contenuto più profondo e più specifico ai vissuti di limitazione.

Ognuno investe nell’ambito della sessualità a modo suo. Per qualcuno può rappresentare un territorio sicuro, in cui si può confrontare con disinvoltura e un po' spavaldamente con gli altri; nell’era dell’Aids tale asso pigliatutto è difficile da giocare a proprio vantaggio.

Dobbiamo sollevare il legittimo sospetto, coltivare il dubbio, ogniqualvolta si valuta la dimensione sessuale. Inseguendo le vecchie sensazioni di «sicurezza» su una strada oramai chiusa, non intravedendo nel futuro una via ugualmente percorribile, si rischia di sospendere l'esistenza e vivere di nostalgia, oppure di consumarsi di rabbia per la privazione. Il cammino potrebbe invece proseguire su percorsi alternativi, sperimentando altri modi di "essere" e guardando in faccia le lacune nell’autostima.

Possono esserci altre carte da giocare e altre possibilità di sentirsi «a posto» con se stessi, validi, stimabili. Il fatto che ciò avvenga per effetto di una costrizione scatena dell’aggressività («mi costringono a non avere più le mie consuete gratificazioni...») e genera anche una resistenza al cambiamento. Sarebbe diverso se si trattasse di una scelta spontanea.

Il discorso sull'accettazione dei limiti non è ben accolto perché rinvia implicitamente all'idea di rassegnazione: l’adeguarsi passivamente a quanto accade. Un certo grado di rassegnazione è utile, perché cercare di reagire mentre si dovrebbe subire diventa controproducente. È necessario accettare, sotto l'urto di un forte insulto fisico o emotivo, di subire l'esperienza, non si può fare altro che «rassegnarsi»; come quando ci si rompe una gamba: si può e ci si deve adattare ad uno stato di invalidità in un primo momento, una invalidità dell'essere in generale, che non riguarda solo l’organismo. Va accettata una posizione orizzontale anche dal punto di vista morale, intendendo il patire passando attraverso la passività e la mortificazione.

Da ciò può nascere la consapevolezza che l'accettazione non è pura e semplice rassegnazione ma una successione di stadi mediante i quali trasformare la situazione di limite e di difficoltà in qualcosa di umanamente utile.

Per esempio, a proposito del desiderio di una relazione amorosa, quando si sta bene si pensa di poter avere tutte le storie sentimentali possibili: il che non è vero, per nessuno. Relazioni serie e davvero profonde dal punto di vista affettivo capitano raramente nella vita, perché sono incastri di personalità molto difficili e delicati. Di solito, si pensa: «ho davanti tanto tempo, sono piacente, giovane, potrei sempre conoscere qualcuno con cui stare in coppia». Non ci si chiede che fondamento abbia l’idea di avere mille occasioni né quale sia la reale probabilità di concretizzazione. Un grande amore può verificarsi solo poche volte nella vita, è quindi una «piccola» possibilità. Quando ci si rende conto che la popolazione dei potenziali amanti o compagni si riduce drasticamente perché si diventa «im-presentabili», a causa di un qualsiasi handicap, si avverte la perdita di tali opportunità «ideali».

A maggior ragione, per stabilire un rapporto in presenza di sieropositività è necessario mettere in conto non solo sentimenti autentici ma anche effettive capacità di impegnarsi a sopportarne i costi. Ora, si può dire che tutte le relazioni serie costino, non siano mai «leggere». Quanti legami superficiali e senza responsabilità vengono spesso scambiati e spacciati per storie importanti, pur mancando del tutto di lavoro di adattamento all'altro, di accettazione di sé, di mediazione e di avvicinamento all'altra persona?! Nell’ambito dell’Aids, però, tutto è esplicito e detto subito chiaramente nero su bianco: per esserci un incontro serio l'altro deve essere disposto a fare fatica. Se c'è appena un po’ di buon senso, è giocoforza chiedersi: perché farlo? E di seguito: può un soggetto sano tollerare un livello elevato e continuativo di coscienza del confine tra vita e morte?

In ogni caso, il cammino dell’identità individuale si compie in solitudine, vi sono pensieri che possiamo fare soltanto da soli; e va detto che la sieropositività di per sé non apre porte segrete, tutto dipende dalle scelte personali. Si tratta di vedere se si è in grado di raccogliere la sfida al cambiamento.

Difficilmente si dedica una riflessione sui limiti o sull’accettazione della morte, se non si è indotti da un vissuto di sofferenza. Una persona che si sente o si crede sana con fatica si immedesima con chi è alle prese con vincoli materiali.

In Diario d'ospedale di Hervé Guibert, le note sul suo ricovero danno l'idea di una vita ridotta ai minimi termini, nella quale diventano significative la quotidianità, la luna di sera, le chiacchiere con l'infermiera, gli apprezzamenti sul colore della pelle in un certo giorno e alcune sensazioni che riguardano la musica; cose che potrebbero far dire che ci si accontenta di niente, se si ragiona con la logica di chi vuole tutto e rifiuta l'essenziale e l'elementare come troppo poco.

Ad uno stato medio di salute, nel quale la morte è ignorata o percepita come «lontana», corrisponde anche una particolare complessità esistenziale. Nell’esistenza di chi è «sano» vi sono molte responsabilità che vengono meno nella invalidità o si trasformano, perché l’interazione con il mondo comune sarebbe massacrante per il malato. Da questo punto di vista quindi vi è un sollievo nel non dover più sostenere il ritmo della salute. Oggi è talmente impietoso quello che ci viene chiesto in ambito sociale...

Nella malattia si guadagna una prospettiva essenziale, vi sono dei passaggi graduali e si verificano dei mutamenti anche contro la propria volontà. C'è una saggezza dell'essere, propria del corpo, che va ben oltre la volontà. È una fortuna il fatto che quanto è impossibile alla testa pensante, possa farlo il corpo, comprendendo la sua matrice profonda sovraindividuale. È importante aver fiducia della presenza in noi di capacità di adattamento che vanno al di là della nostra immaginazione e dei nostri pensieri, risorse che sono inconsce e trascendono l'Io. Non sarà il nostro Io a realizzare l'adattamento, bensì qualcosa di più complessivo, un insieme di fisicità e di spiritualità. Ciò che va fatto intenzionalmente é la scelta di farsi compagnia in un viaggio impegnativo.

A volte si rischia di scivolare nel positivismo, nel senso che la persona fa sempre progetti e ciò può diventare una tirannia che impedisce di vedere la necessità in certi momenti della disperazione, della rabbia e dell’impotenza. Sono vissuti che non vanno rimossi e che è giusto ammettere, perché forse soltanto se troviamo il modo di accettare tali sentimenti poi troviamo le risorse per superarli. Spesso dopo aver espresso dell'aggressività nei confronti di qualcuno, recuperiamo delle tendenze riparatrici, la voglia di capire gli altri o accettarci un po’ di più. È proprio un'arte restare in equilibrio, riuscendo a tenere conto delle emozioni senza esserne schiacciati, provar paura senza farsi annientare o rabbia senza lasciarsene divorare, aver al contempo nostalgia della vita passata e un atteggiamento propositivo rispetto al futuro, rimboccandosi le maniche di continuo.

L’esistenza è sempre un impegno serio, quando si aspira a restare vivi in modo dignitoso, con la volontà di essere coscienti e responsabili di ciò che accade. Il rapporto con gli altri diventa allora particolarmente complesso, perché occorre selezionare coloro che sono disposti al confronto e non rinunciano a tentare un adattamento personale alla realtà. Nonostante tutto il fatalismo dichiarato, vi sono più probabilità di farcela, anche da perdenti.

Nella questione dei limiti rientra anche il tema del generare figli, che merita alcune precisazioni.

La riproduzione nel mondo occidentale è una questione a se stante rispetto alla situazione dei paesi del terzo mondo. Del resto, è molto recente anche per noi il concetto del bambino soggetto di diritti, il che enfatizza la nostra responsabilità personale.

Su un piano più elementare fare figli fa parte di quei debiti che abbiamo con la natura, essendo la sessualità una strategia per incrementare le possibilità di continuità della specie e di evoluzione genetica. Come ha detto lo scrittore gay Tony Duvert, l'utero serve per far figli, quindi tutto ciò che noi vi costruiamo sopra culturalmente ci riguarda come uomini e non come animali.

Avere dei figli è forse sempre un esercizio di narcisismo, che va oltre l'assecondare la prescrizione biologica dei nostri geni e ha a che fare con un desiderio di immortalità, cioè di "superare" la propria vita. Ciò vale anche in caso di Hiv positività o di omosessualità.

Nel momento in cui il limite è chiaro, sale dal profondo qualcosa che non era mai stato desiderato precedentemente, né pensato, e che viene a galla come richiamato dalla coscienza del limite.

Diventiamo consapevoli di una possibilità cui prima non pensavamo, quando ci rendiamo conto che vi è a quel livello una limitazione o un divieto. L'area del divieto si trasforma in una specie di giardino in cui coltivare la fantasia della rinascita: qualcosa di sé che può tornare a nuova vita, qualcosa di vitale dentro di sé che può essere espresso solo da un altro essere, il quale avrà un’altra vita davanti. Questo pezzo di sé che si separa è «il figlio».

Naturalmente si può dare la morte insieme alla vita.

Se si cerca di trovare il fondamento del desiderio e non cosa si potrebbe/dovrebbe desiderare, è possibile rendersi conto che l'idea del tramandarsi, del dare la vita o dell'aiutare qualcuno a crescere prevede realizzazioni diverse. La questione del mettere al mondo riguarda tutti gli esseri umani, omosessuali o eterosessuali che siano. Anzitutto, si tratta di riuscire a generare una propria identità, una propria personalità, partorendo se stessi e spogliandosi delle cose estranee.

La vita ci sviluppa proprio come una fotografia: nel tempo diventa sempre più evidente quel che siamo davvero. Ci accorgiamo delle risorse che possediamo e di quelle che pensavamo di avere soltanto perché le possibilità sono sempre preferite alle necessità. Dobbiamo sforzarci di capire cosa rappresenti per ciascuno la prospettiva di paternità/maternità, e non darla per scontata o rimuoverla.

Spesso si decide di avere un figlio non perché si è in grado di compiere un gesto di generosità, bensì quando si sta attraversando un momento in cui sembra nulla possa più accadere e il proprio sviluppo umano sia giunto al termine. Quando la propria crescita è divenuta impossibile, si sposta su un altro essere l’investimento. In questo senso si può capire come persone senza prospettive possano desiderare disperatamente un'altra occasione, attraverso qualcuno che prosegua per loro.

In ogni caso la riproduzione ha a che fare con la morte. Molti dei riti che venivano compiuti un tempo servivano proprio a sottolineare il fatto che con la nascita di un figlio diventava più concreta la morte del genitore; il primo figlio veniva infatti sacrificato perché avrebbe seppellito il padre, il che pare valere persino per la figura di Gesù, quale figlio di cui il padre chiede il sacrificio.

Il passaggio da una generazione all'altra è associato pertanto alla vita quanto alla morte.

Del resto, il figlio potrebbe non farcela e questo è un rischio sempre presente in natura, per esempio per gli animali e i popoli non civilizzati (vengono partoriti più figli perché tra questi qualcuno riuscirà a sopravvivere).

Una parte in noi funziona sul piano della biologia e dell'inconscio collettivo, in cui la specie è più importante dell'individuo. Tutta l'evoluzione della società va in senso contrario: la civiltà infatti fa emergere progressivamente gli «individui» e la democrazia cmporta che ognuno abbia più consapevolezza di sé (nelle società elitarie o totalitarie sono pochi gli individui coscienti di sé e titolari di diritti).

L'aumento costante della coscienza individuale nei secoli fa di noi occidentali oggi degli esseri supercoscienti. Tutto ciò di cui discutiamo è conseguenza della coscienza che abbiamo di noi come individui «separati», dei nostri gesti, del senso della vita, dell'importanza dell'esistenza di ciascuno. Se si ragiona su questo piano, bisogna poi accettare delle regole diverse da quelle che valgono per la natura e la biologia, e allora anche il giudizio cambia.

Come si può, per esempio, accettare che ci si riproduca senza pensarci? Ciò non è ammissibile per noi ed esprime il livello di gravità del conflitto tra natura e cultura cui siamo giunti.

Tante donne si trovano di fronte all'impossibilità di avere figli: devono per forza ostinarsi nell'idea di generare qualcosa su quel piano, o possono adattarsi ad altri tipi di «creazione»? E così facendo, si accontentano di poco o di meno? Oppure si esprimono con le risorse che hanno?

In maniera analoga, la persona omosessuale può/deve aspirare a «riprodursi» (magari mediante l’adozione), oppure può/deve cercare modalità proprie di realizzazione ?! Quali ragioni o moventi sono alla base del suo bisogno o del suo silenzio in tale area?!

Mattia Morretta (1994)

Testo originale in Sessualità e Aids: dal limite alla creatività, A77 Milano, 1995

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