Lezioni di vita, Progetti 1996-1997

Lezioni di vita
La prevenzione dell’Aids nelle Scuole Medie Superiori, Azienda USSL 36, Milano, Anni scolastici 1996-1997

“Per rovinare un essere non c’è che da migliorarlo” (Oscar Wilde)

Premessa

La presente pubblicazione documenta i presupposti, l'attuazione e le conclusioni di un lavoro nel campo dell'educazione alla salute (centrato sulla prevenzione dell'Aids) frutto della collaborazione tra Medicina Scolastica e Nucleo Operativo Prevenzione Aids dell'Azienda USSL 36.
L'iniziativa è stata al contempo proseguimento ed elaborazione degli interventi realizzati in passato e oggetto di precedenti pubblicazioni ("L'età dell'incoscienza. Approccio culturale alla prevenzione dell'Aids nelle Scuole Superiori").

Al di là dei contenuti, va sottolineato l'impegno a operare per l'estensione del coinvolgimento e per il coordinamento dei soggetti interessati, in particolare medici e docenti, al fine di rendere sempre più comune e partecipata la riflessione culturale sui temi della salute nella scuola. Si tratta, pertanto, di diffondere non solo informazioni utili, ma anche messaggi di incoraggiamento all'autodeterminazione responsabile in modo da tradurre in pratica la rete teoricamente esistente e non utilizzata tra servizi e figure istituzionali.

Scuola e Aziende Sanitarie appaiono troppo sovente come un circuito disattivato, soggetto a fenomeni di attivazione settoriale e transitoria ad opera di vari enti e soggetti. Pure gli episodi di funzionamento "positivo" finiscono per essere archiviati in quanto eccezionali mancando di radicamento ed organizzazione a lungo termine.
Novità significativa rispetto ad antecedenti esperienze è stata infatti, in questo lavoro, la creazione di un gruppo di confronto a composizione mista, con grande prevalenza di insegnanti.

Nel testo ci si pongono interrogativi sull'impalcatura culturale della prevenzione, accanto a questioni di merito e di significato. Si definiscono, inoltre, linee guida per l'approfondimento di aree tematiche di grande rilevanza nel rapporto pedagogico tra docenti e medici da una parte e studenti dall'altra.

Progetto prevenzione Aids (Anno scolastico 1995/1996)

Nel corso dell'anno scolastico '95-'96 il progetto sulla prevenzione dell'Aids, operativo dal 1994, è stato attuato in un numero rilevante di Istituti Superiori dell'ambito territoriale USSL 36 (12 rispetto ai 9 dell'anno precedente), e di conseguenza sono stati coinvolti molti più studenti e docenti. Il gruppo di lavoro ha integrato altri medici scolastici rispetto al nucleo originario e alcuni psicologi della stessa USSL. La metodologia usata è pressoché sovrapponibile a quella già sperimentata, con parziali variazioni e correttivi dettati dall’esperienza.

Anzitutto è stata ribadita la centralità della figura del medico scolastico, quale motore e attore degli interventi preventivi, elemento di collegamento fra le varie componenti scolastiche, sede di verifica e ricaduta per le esigenze create o fatte emergere dalle iniziative realizzate. Non si tratta di una validazione corporativa, bensì di una scelta strategica intesa a valorizzare la "normalità" del discorso sulla salute e sulla malattia.

L'assunto di base del progetto è che per parlare di Aids, come di altri argomenti pertinenti all'educazione sanitaria, non solo non sia necessario, ma possa risultare persino controproducente il ricorso a figure di superspecialisti. Gli esperti del settore sono, in effetti, per lo più troppo preoccupati dell'attendibilità e della competenza "scientifica" del proprio bagaglio informativo, per essere francamente interessati alle problematiche della comunicazione sociale, della valenza pedagogica (oltre che didattica) del contesto scolastico e, non ultimo, del significato culturale e dei risvolti etici della stessa scelta di operare nel campo della prevenzione.

Altresì ambigua e contraddittoria appare la tendenza in atto in alcuni Istituti, in base alla quale viene delegata ad enti privati e organizzazioni sociali la responsabilità di trattare questioni di grande rilevanza per la comunità, senza possibilità di verifica e senza collegamento con le figure istituzionali già operanti in ambito scolastico.
La scuola rischia così di divenire terreno di conquista e di esercitazioni in cui sono autorizzati saccheggi e scorrerie, faziosità propagandistiche e difesa di interessi privati ad opera dei più vari potentati, ammantati di scientificità e animati dalle migliori intenzioni.

Gli studenti paiono relegati a semplici spettatori, anche quando vengono trattati da protagonisti (del modernismo scientifico o filantropico), e invitati/forzati a predisporsi a grossolane operazioni di condizionamento e addestramento.

Il progetto sottolinea l'importanza di una "specializzazione" degli operatori inseriti nella quotidianità della vita scolastica, nel senso di un lavoro di precisazione della motivazione e di un affinamento delle abilità comunicative dei medici e dei docenti coinvolti negli interventi.
Per molti aspetti, ciò si configura come una ri-appropriazione delle proprie capacità e competenze da parte degli "adulti" di riferimento più prossimi e socialmente significativi per gli studenti.

L'esistenza di una attività ordinaria di sperimentazione dell'educazione alla salute nella scuola, garantendo un vero e proprio tessuto culturale e relazionale nonché una storia (per altro specifica per ciascun Istituto) , rappresenta l'unica possibilità di rendere credibile e utile la scelta di interventi straordinari ad opera di esperti portatori di messaggi particolari o culturalmente rilevanti.

Solo in presenza di una consuetudine alla riflessione e alla discussione sulle problematiche della salute in adolescenza, grazie alla strutturazione nella scuola di un nucleo di operatori impegnato stabilmente sul campo, diviene plausibile e significativo l'eventuale coinvolgimento di tecnici e specialisti. In caso contrario la scuola si trasforma in una terra di nessuno su cui agiscono in modo caotico, contraddittorio e confusivo enti ed entità disinteressati ed estranei alla logica e all'ottica pedagogica.

È quindi fondamentale creare un "contesto" scolastico capace di accoglie re, selezionare e anche elaborare in proprio progetti educativi e preventivi. L'esperienza ha mostrato che l'uso di un approccio e di strumenti "eccezionali" per l'Aids nella scuola rischia di sacralizzare il tema, rendendolo così ancor più incomprensibile e separato dal resto.

L'interesse per l'Aids come fenomeno specifico ha bisogno, al contrario, di essere reso capace di condurre ad un ampliamento dell'orizzonte di comprensione passando dal problema particolare alla riflessione generale sul percorso di adattamento alla realtà. Diversamente si finisce per ritagliare un'area "privilegiata" di apprendimento e di investimento emozionale , focalizzando l'attenzione degli studenti in modo morboso e in ultima analisi superficiale, con conseguente riduzione della "coscienza" intesa come sguardo d'insieme sulla vita relazionale e sessuale.
La realtà viene dunque "fatta a pezzi" dagli sguardi riduttivi e parziali dei vari attori pubblici e privati, senza possibilità di sintesi e rielaborazione ad opera degli studenti e dei docenti.

Occorre pertanto contrastare l'attuale abitudine a delegare a tecnici specializzati l'informazione su tematiche sanitarie anche di forte impatto sociale, in quanto il loro contributo consente (e neppure sempre) l'approfondimento del sapere su un singolo elemento di realtà, ma non comporta l'aumento della conoscenza complessiva della realtà medesima né l'ampliamento della consapevolezza personale. È importante cercare di rendere la scuola, attraverso il coinvolgimento degli organi collegiali e del corpo insegnante, partecipe delle iniziative di informazione.

Vanno in ogni caso riconosciute l'utilità e l'opportunità di un lavoro "comune" tra docenti, medico scolastico ed operatori esterni; cercando di non scavalcare, esautorare o estromettere la figura dell'insegnante, e senza tuttavia confondere ruoli e competenze.
È senz'altro indicata una selezione dei docenti più interessati ai progetti e più motivati alla collaborazione. L'obiettivo è arrivare ad articolare congiuntamente e in relazione alla stessa didattica gli interventi ritenuti necessari e di effettiva utilità.

Il gruppo strutturato sul progetto Aids, esaminando globalmente l'intervento attuato, ha definito le seguenti considerazioni e proposte:

1) È necessario evitare la sovrapposizione di interventi, tra loro sempre disomogenei, ad opera di enti pubblici e organizzazioni sociali nelle singole scuole.

2) Va sottolineato che le iniziative gestite da organizzazioni private nelle scuole hanno spesso conseguenze negative per gli studenti.

3) Occorre tentare di ovviare alla mancanza di collegamento tra gli interventi programmati e attuati da operatori della stessa USSL nelle medesime scuole.

4) E' opportuno programmare interventi in sequenza nel corso di studi (educazione alimentare, sessuale, prevenzione Aids).

5) Gli interventi sull'Aids vanno previsti solo per le classi in cui è già stato trattato il tema dell'educazione sessuale.

6) L'intervento va differenziato a seconda delle scuole e delle classi: informazione e dibattito a cura del medico scolastico; informazione seguita da gruppo di riflessione a cura del medico e dello psicologo; collaborazione tra medici scolastici per gruppo di discussione.

7) L'uso dei questionari di entrata e uscita va senz'altro ridotto o persino eliminato.

8) È utile prospettare interventi più dinamici da parte del medico scolastico, a lato dei progetti di educazione alla salute già programmati, in rapporto a esigenze particolari e reali delle classi (casi e situazioni di disagio specifici).

Progetto prevenzione (Anno scolastico 1996/1997)

Considerazioni di carattere generale

L'intervento nelle singole classi si configura come occasione per trasmettere un messaggio di disponibilità all'ascolto da parte del medico scolastico. Al di là dello specifico tema trattato, il medico ribadisce la sua presenza nella normalità della vita scolastica quale punto di riferimento per la domanda di informazione e di orientamento sulle problematiche correlate alla salute.

Più che perseguire l'obiettivo (sovente a partire da motivazioni personali) di un apprendimento settoriale o di una sorta di specializzazione delle conoscenze (alimentazione, contraccezione, AIDS, ecc.), l'operatore dovrebbe poter dare fondamento e credibilità al proprio ruolo di referente sanitario in senso lato, affinando la capacità di attenzione anche ai fenomeni di disagio adolescenziali al fine di verificare le opportunità di collaborazione con le altre figure di riferimento degli studenti (docenti, parenti, medico di base).

Le iniziative di informazione sulle malattie e sulle condotte a rischio pongono gli operatori coinvolti (medici e psicologi) di fronte alla constatazione delle gravi carenze dell'istituzione scolastica che si configura quale conte¬ nitore sociale onnicomprensivo e multifunzionale nel tentativo di rimediare alla destrutturazione o al venire meno di altri istituti e agenzie "formative". Di fatto, la scuola è l'unico "luogo comune" non ricreativo o commerciale per la massa dei giovani nel periodo di maturazione.

Diviene allora importante chiarire se la scuola possa o debba accompagnare nella "crescita" i futuri cittadini o debba mirare a preparare tecnici validi per le esigenze del mercato. È possibile per la scuola surrogare o vicariare i compiti spettanti ad altre componenti della società?! In che senso e per quale scopo nel percorso scolastico possono essere prese in considerazione la personalità e la psicologia dei singoli allievi?! La scuola deve connotarsi anche come sede di diagnosi e di cura del malessere giovanile?!

La salvaguardia della natura e delle finalità pedagogiche dell'istituzione scolastica è divenuto un problema ancor più evidente proprio con l'inflazione di interventi "preventivi" ad opera dei più vari attori del servizio pubblico e del privato-sociale. L'operatore non può evitare di interrogarsi sul significato ed il fine dei suoi programmi in relazione al clima sociale e allo stesso ambiente di lavoro.

Risulta pertanto necessario sciogliere l'ambiguità circa il ruolo dei cosiddetti "informatori" e la valenza educativa dei progetti sanitari nella scuola: fino a che punto e in che modo l'intervento di prevenzione si può collocare in una prospettiva pedagogica?!
Quanto e cosa è importante non dire o differire?! Quali conoscenze sono "premature" o inutilizzabili senza capacità di discernimento?!

Normalmente il raggiungimento degli obiettivi viene identificato con la saturazione della domanda (reale, presunta o indotta) di informazione, il che equivale a perseguire la standardizzazione delle nozioni ritenute indispensabili (cioè, riconosciute come "corrette" al momento). È molto elevato in tal caso il rischio di esercitare pressione sui destinatari degli interventi affinché si uniformino alle aspettative nozionistiche dominanti.

In alternativa, si rischia di incentivare un uso selvaggio della psicologia ritenendo parte integrante del lavoro informativo l'enfatizzazione della partecipazione degli studenti, che per lo più finisce per coincidere con il protagonismo e l'esibizionismo valorizzati sotto le mentite spoglie della "comunicazione" ("sfogarsi", "tirar fuori", "dire senza timore del giudizio", etc.).
Non è agevole riuscire a distinguere quanto si punti a fare effetto e quanto a far presa sugli studenti concepiti come "pubblico", in tutti e due i casi coltivando attese e pretese di “rispecchiamento".

Chi sceglie di attuare iniziative di educazione alla salute deve soprattutto porsi nell'ottica di svolgere la funzione di "strumento'', rappresentando per gli interlocutori un'occasione per riorganizzare le conoscenze e mettere ordine nella confusione generata dalla pluralità delle fonti e dei linguaggi. Non si tratta di fornire conclusioni o risposte schematiche e precostituite (le formule dei dotti!), bensì di suscitare il desiderio di conoscere e informarsi in modo attivo (non passivo e non reattivo) sulla base di motivazioni personali.

L'informazione vera e propria, infatti, segue e non precede la presa di coscienza. Inoltre, è fondamentale mostrare l'esistenza di un modello flessibile di lettura critica dei fenomeni e della realtà, offrendo la propria competenza per aiutare, in altra sede, gli interessati ad orientarsi riguardo alle fonti attendibili, ai bisogni sanitari o psico-sociali e ai servizi territoriali.

Inevitabile, altresì, è un'approfondita riflessione sul concetto stesso di prevenzione. La finalità preventiva delle iniziative attuate nella scuola pone anzitutto il problema della definizione dei comportamenti che la società (intesa come organizzazione delle rappresentazioni collettive: cosa si debba intendere, per esempio, per "salute auspicabile" o per "diritto al benessere") vorrebbe rendere meno probabili o di quelli che vorrebbe promuovere a medio e a lungo termine.

In tale ottica la prevenzione sembrerebbe comportare anche un'attività di attenta osservazione delle fasce di popolazione individuate come "bersaglio", puntando ad identificare i soggetti a rischio di patologia o devianza per poter inserire nel percorso variabili correttive o terapeutiche e così ridurre la probabilità di esito negativo sia per l'individuo sia per la comunità.

Molte condotte disturbanti o pericolose nel periodo giovanile risultano, di fatto, la conclusione di un processo di strutturazione dell'espressione del disagio, attivo da lungo tempo e via via manifestato in forme sempre più esplicite e concrete anche in ragione delle risposte-reazioni dell'ambiente (famiglia, scuola, gruppo dei pari, figure istituzionali).

La "diagnosi precoce" per evitare la progressione di una patologia già esistente (benché in fase iniziale) rappresenta una prevenzione comunque "secondaria" e nel caso del malessere psichico rischia di amplificare la patologia scambiando il controllo con la cura e preferendo la cura alla guarigione.
Come evitare allora operazioni di "polizia sanitaria" o di etichettamento diagnostico?! e viceversa, come non scivolare nella banalizzazione della divulgazione di massa che genera dipendenza grazie alla superficialità e all'approssimazione?!

L'accanimento "diagnostico", infatti, con i suoi correlati di linguaggio e copione comportamentale, produce spesso (si constata quotidianamente) una sorta di istituzionalizzazione diffusa: l'individuo viene forzato ad inserirsi in un circuito terapeutico (servizi territoriali, centri pubblici e privati di "aiuto" o di "ascolto") che finisce per renderlo malato per un tempo più lungo limitandosi a definirlo in modo "scientifico" e a collocarlo nell'area della cura prima della manifestazione compiuta della malattia.

Qualche volta il presunto paziente è spronato ad ammalarsi prima del tempo, talaltra ad ammalarsi pur senza fondati motivi ma quasi per ragioni di opportunità (identificazione, vantaggi secondari, attenzione, manipolazione dell'entourage, ecc.).
Le campagne sulle grandi "malattie sociali" del momento (tossicodipendenza e anoressia/bulimia) si accompagnano ad un incremento delle "vittime" e ad un proliferare di sedicenti agenzie terapeutiche, rafforzando il sospetto di un effetto boomerang della propaganda informativa.

La prevenzione primaria sarebbe in qualche modo irrealizzabile nel contesto della scuola media superiore, se si considera quanto sia già compro messa e modellata la popolazione minorile nel momento dell'attuazione dei progetti di educazione alla salute.

Resta da chiedersi, tuttavia, se sia questione di tempi e luoghi, oppure di tipologia di operatore o dì strumenti metodologici, e non piuttosto di clima e di modello culturale; il che rinvia al discorso sulla distribuzione dei compiti educativi nella società e sull'assunzione di responsabilità nella vita ordinaria.

È degno di nota e paradigmatico il fatto che attualmente molte iniziative di prevenzione, in particolare dell'Aids, vengano affidate dall'Ente pubblico ad Associazioni di privato-sociale o di volontariato sorte in relazione allo specifico fenomeno. L'ottica prevalente di tali organizzazioni, com'è comprensibile, è di tipo assistenziale e quindi improntata al contenimento, alla solidarietà e alla riduzione del danno, su base ideologica o politica.

Si assiste così ad un uso magico dell'informazione ritenuta scientifica (la conoscenza come oggetto apotropaico) e al contempo ad una "normalizzazione" dei comportamenti predisponenti al rischio . Ridurre gli effetti negativi di condotte pericolose o dannose (uso di droghe, promiscuità, consumismo, etc.) finisce, in effetti, per rendere più probabili le stesse condotte.

Dando per scontati il carattere ordinario e la plausibilità del comportamento predisponente al rischio ( normalità, per esempio, del fenomeno di uso delle droghe nella fascia giovanile), si finisce per favorirlo e per cronicizzarlo: si rende duraturo e stabile ciò che potrebbe essere episodico, transitorio o solo “sintomatico".

Occorre in ogni caso non dimenticare che la prevenzione, intesa come promozione di fattori costruttivi e riduzione di fattori distruttivi rispetto alle condizioni di vita fisica e psichica a livello dei singoli e della collettività, è sempre in ultima analisi una strategia vissuta, che impone e si nutre di uno sforzo individuale al di là delle operazioni sociali concomitanti e del contesto culturale in cui si colloca.
In quanto scelta soggettiva (successivamente alla raccolta di informazioni utili, la presa di coscienza e l'approfondimento), comporta un impegno personale che non è delegabile né ad altri né ad istituzioni o gruppi.

Ciò che analizzando nell'insieme le varie iniziative di carattere preventivo risulta in definitiva significativo è la modesta funzione di "bussola" che l'operatore può svolgere, tentando di sensibilizzare i destinatari riguardo all'importanza della coscienza personale come strumento di comprensione ed orientamento nella realtà.

Ogni individuo può essere rinviato alla propria pur parziale responsabilità, promuovendo la fiducia nella capacità di riconoscere e capire gli atteggiamenti che sottendono i comportamenti come prese di posizione per lo più non consapevoli, le inclinazioni o le aspettative dietro e dentro le azioni.
Rendersi conto di cosa ci muove e verso quale direzione o finalita è la condizione necessaria per organizzare qualsiasi strategia di realizzazione o di cambiamento.

Mattia Morretta (1997)

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