Psicopatologia della vita omo-sessuale

Psicopatologia della vita omo-sessuale

Freud perdonerà l’abuso del titolo di una delle sue opere più note, perché guardando dal buco della serratura nella cameretta degli eterni ragazzi trasgressivi o diversi balza all’occhio non la vivacità giocosa ma il disagio in abbondanza.

Quando si esce dal set pornografico e dalla location hard per consumatori maggiorenni e consenzienti, volti mimica e parole dei protagonisti della sessualità di tutti i giorni non esprimono gaudio soddisfazione estasi, bensì una mescolanza di frustrazione, rimorso e angoscia, le cui propaggini giungono sino ai Centri per malattie veneree alla ricerca di assoluzioni e rassicurazioni, oppure punizioni e penitenze, di natura psichica e non morale.

Anche per questo mostra tutti i suoi limiti il canovaccio della prevenzione puramente tecnica, un dialogo tra sordi tra chi parla in maniera teorica e didattica e chi finge di ascoltare non volendo o non potendo sentire avendo la testa altrove.

Nei casi migliori, ci si rivolge alla mente dei supposti interlocutori e si constata che il messaggio viene captato a livello di pancia o di emozioni con interpretazioni magiche e irrazionali. La conclusione è che si assimilano solo le informazioni che confermano le decisioni già prese e le abitudini, soprassedendo su quelle che metterebbero in discussione modi di fare e pensare.

La ragione dorme e i mostri prolificano in letti, alcove e dark room dell’eros di confine, tanto che si potrebbe affermare che la reazione sociale all’Hiv abbia prodotto danni più estesi e pervasivi della vera e propria infezione, facendo sedimentare la paranoicità preesistente, specie dopo la fine del lavoro di rielaborazione culturale tentato nei primi anni dell’epidemia.

L’Hiv ha messo, cioè, il coperchio sulla pentola in cui bolliva il sesso irregolare o deviante, dando credito a letture riduzionistiche di fenomeni complessi e ratificando l’autolesionismo tipico delle “minoranze”.

È sorprendente, per esempio, il numero di soggetti che manifestano una trama fobico-ossessiva nella modalità di vivere l’intimità fisica ed erotica, proprio tra coloro che in apparenza vengono considerati gli sportivi o i temerari del sesso facile.

Le somiglianze in proposito tra eterosessuali che hanno rapporti mercenari e omosessuali con contatti prevalentemente occasionali sono superiori alle differenze. Due sono i denominatori comuni: il primo è l’estraneità, perché dal rapporto con sconosciuti a quello con avversari il passo è breve; il secondo la viltà come nodo nella psiche maschile, perché ogni uomo ha da fare i conti con l’esame di idoneità alla guerra sessuale e non.

In entrambi i gruppi la motivazione sessuale è spesso secondaria o marginale, perché tale area è “contaminata” ed espropriata da problematiche psicologiche inconsce di cui viene rifiutato il riconoscimento esplicito.

D’altronde, chi potrebbe vedere l’esistenza solo dall’angolatura dell’erotismo e della sfida, se non un maschio “giovane”, che fa del sesso il centro degli interessi e della identificazione?!

Gli atti sessuali, sovraccaricati di importanza, vengono vissuti alla stregua dell’attraversamento di un campo minato, il che dà al contempo la possibilità di sperimentare le “forti” emozioni di una vicenda drammatica, dar prova di resistenza e coraggio (un sostituto del fronte bellico nella trincea del sesso), nonché avere la sensazione di scampare per un pelo ad un pericolo certo e incombente.

Una fetta di omosessuali non è “repressa” o “inibita” sessualmente per sentimenti di colpa o (pre)giudizio etico, piuttosto è preda di meccanismi fobici ed ossessivi strutturali (di personalità o temperamento).

Molti, anzi, stanno in piedi e si tengono su grazie all’allarme per l’Aids: se ne servono per “attivarsi” e trovare una motivazione sufficiente per reagire alla passività e al fatalismo da cui sono dominati. L’ansietà allora aiuta a non cadere nella depressione, al patto di tener d’occhio senza posa il nemico.

Altri si baloccano con lo spettro dell’Hiv immaginando le cose terribili che accadrebbero se osassero fare ciò che fantasmizzano (più che il sesso, l’essere in grado di rischiare e di trasgredire le regole genitoriali, prima ancora che le norme sociali); sicché, si spaventano da soli per godere al sicuro di ciò che non arrivano a fare (“oh, mamma, cosa mi sarebbe capitato!”).

Non manca chi si aggrappa all’incognita Hiv per trattenersi più dal rovinarsi con le proprie mani che non dalla promiscuità sessuale; tra questi gli innumerevoli figli della trascuratezza familiare, i bambini diventati grandi nell’abbandono a se stessi che devono tenere a bada la voglia di mollare e perdersi nel bosco.

Inoltre, per l’omosessuale che non si riconosce nella sua sessualità o si ferma sulla soglia della dichiarazione “sono gay”, l’Hiv è giocoforza lo scheletro nell’armadio, che prima o poi si dovrà tirar fuori.

In generale, in parecchie persone fobiche la restrizione della sessualità (frutto di insicurezza e non di scelta volontaria) è controbilanciata dall’intenzionale avvicinamento a situazioni angoscianti per tentare di ridurre il blocco emozionale. Costoro, sentendosi frenati e spaventati innaturalmente, si aggirano nei luoghi gay per ricevere una pressione capace di forzare la loro porta blindata, sfruttando il contesto ipersessualizzato per vincere l’inibizione morbosa.

Nel sottobosco gay l’incitamento a disinibirsi e “liberarsi” è talmente intenso e ubiquitario da vincere le resistenze del piccolo omo che si giudica e viene giudicato “complessato”.

Lì sembra che tutti si lascino andare e siano trascinati da passioni, perciò quanti non hanno passioni, essendo automi freddi e distaccati, o non possono permettersele, per fragilità costituzionale, si spingono al largo sulla cresta dell’onda altrui e invidiano quelli che vedono come esempi di libertà e vitalità (e magari soffrono di un disturbo del controllo degli impulsi).

Un sottogruppo di individui, sia omo che eterosessuali, cerca di fatto nel sesso non tanto il godimento parcellare o il corpo a corpo erotizzato, quanto lo scontro con i propri vissuti di pavidità vigliaccheria inadeguatezza nell’ambito della fisicità e del comportamento sessuale, in cui l’uomo deve riuscire.

Essi iniziano continuano e insistono in una condotta connotata dalla “pericolosità” perché devono a tutti i costi dimostrare di riuscire a vincere il condizionamento interno e quello esterno (della società).

La vera spinta a fare sesso sono timori e conflitti e non l’appetito o il desiderio; si tratta per loro di fare qualcosa di sessuale connesso ad una paura di fondo (fondamentale) e ad una inevitabile preoccupazione per le conseguenze. Si differenziano, pertanto, dai tipi che non sanno resistere a bisogni impellenti e rincorrono la gratificazione ancorché nociva.

Il risultato, se va bene, è ottenuto a carissimo prezzo, la tranquillità resta un miraggio mentre la virilità arranca su una gamba sola con un’emotività a pezzi per le sequele di dubbi, sospetti, inquietudini che diventano un effetto collaterale di qualsiasi gesto sessuale, il cui rimedio esclusivo pare l’esame del sangue (test Hiv in primis).

Il metodo utilizzato per averla vinta sull'irrazionalità è fallimentare perché l’individuo ne esce “esaurito” e infragilito, seppur convinto di aver reagito e dunque di meritare almeno l’onore delle armi. Di seguito un elenco dei sintomi e dei guai provocati dalla guerriglia sessuale:
- Reiterazione di stimoli ansiogeni che aggravano lo stato di stress psicofisico e fissano nella compulsione (senza più scopo sessuale vero e proprio e con sempre minor piacere)
- Accumulo di elementi di degrado (ambienti e “partner” squalificati, coi quali gli scambi sono per definizione “inquinati”), caduta dell’autostima e innescamento di rituali di espiazione per il vissuto di sporcizia anormalità e disonore
- Fedeltà alla causa della Malattia Venerea, che si tiene sotto controllo a parole ed è l’unico punto fermo (parlare di Hiv a sproposito simulando acculturazione o disinvoltura e pretendendo di saperne “tutto”)
- Uso distorto delle circostanze “oggettive”di rischio (descrivibili o immaginabili come minacce di morte) per esprimere ed esternare complessi interiori preesistenti che prescindono dalle effettive esperienze
- Mancanza di reale sollievo dopo l’effettuazione di controlli sanitari, poiché ci si accontenta della constatazione di non aver (per il momento) contratto patologie o non essere stati “veramente” esposti (tendenza a riferire in dettaglio quanto accaduto ai medici per venire rassicurati, ripetutamente). Con il passare del tempo il pensiero del “rischio” assorbe tutte le facoltà mentali, l’individuo vive come se dormisse e facesse un unico sogno (incubo).

Paradossalmente rispetto al proprio convincimento, rimuginando di continuo sull’evento “rischioso”, tornando e ritornando con l’ideazione sulla scena del delitto, riproiettando sullo schermo virtuale nella propria testa la sequenza dei gesti compiuti e soprattutto subìti, sottoponendo a radiografia i corpi e ad analisi i campioni biologici, si finisce per amplificare sia l’entità del fatto (sovente minuscolo) sia il senso di colpa per l’azzardo o l’esposizione evitabile (si ha un bel dire, ma le infezioni veneree costituiscono una materia vile e volgare).

Qualcuno ricorre alla ruminazione per godere a posteriori, perché durante i contatti diretti "l'ansioso" è sul chi va là e per lo più assente, insensibile agli stimoli piacevoli e vittima degli effetti somatici dell’eccitazione nervosa. Solo successivamente e a distanza di sicurezza può tentare un pasto erotico frugale con le briciole conservate in memoria.

Come in ogni nevrosi, il soggetto è costretto a ricominciare non potendo mai cominciare, la conservazione del passato, pur doloroso, è lo scopo dell’impianto difensivo.

Il patofobico presuppone il rischio, per questo lo trova sempre e comunque una volta compiuto qualunque atto. Egli entra nella dimensione sessuale pre-occupato, attraverso percorsi ideativi tortuosi per aggirare l’ostacolo e con lo scopo di azzerare le “conseguenze”, quindi poter negare in seguito di esser stato presente.

Bella pretesa quella di ritrovarsi “tranquilli” a posteriori, una volta che dal piano soggettivo e dall’ipotesi si è passati al piano oggettivo e alla concretezza; per altro, facendo “pubblicità” nei pensieri e nelle comunicazioni con gli altri a quelle azioni di cui ci si “pente”.

E via con i suggerimenti da ipocondriaci e maniaci che riempiono forum e blog, tipo quello di riempire d’acqua il profilattico per avere la controprova della efficacia della “protezione” e fare a meno del test sierologico.

Gli autori temono come il demonio lo squarcio o la fessura microscopica del preservativo, perché, a dispetto dell’alienazione nel sesso con estranei o a pagamento, vorrebbero scongiurare la circolazione in entrata e in uscita del male o l’emergere della verità su se stessi e sull’esistenza.

Va detto che la paura non è sbagliata, perché è un segnalatore di un pericolo situato nella realtà esterna o in quella interna al soggetto, intendendo una vulnerabilità significativa per il suo sistema di difesa. Quando il timore perde l’aggancio con l’origine e individua un oggetto plausibile e psichicamente rilevante, ecco che si verifica un’attrazione fatale.

L’Hiv è fatto apposta per incantare i fanciulli contemporanei e imbalsamarli, basterebbe ricordare che “virus” in latino vuol dire “veleno” (succo venefico di pianta).

In più, chi sta intorno o accanto ritiene di dover spronare il “pauroso” a scrollarsi di dosso il fardello e sentenzia “non devi averne paura”, il che può solo rafforzare il nodo già intrecciato perché corrobora l’atteggiamento assunto dall’interessato.

Varie correnti cooperano così a far inoltrare nella zona militare nell’ottica di misurarsi con la supposta fonte del timore e sconfiggere il senso di pusillanimità e limitazione (o invalidità).

Si crea un circolo vizioso, perché sia la persona che i suoi “consiglieri” (conoscenti, operatori sanitari, tecnici dell’Aids) condividono la visione monoculare del problema: invece di aprire l’uscio e vedere chi o cosa c’è fuori (forse la vita con tutte le sue sfaccettature), si guarda dallo spioncino e ci si colloca sul binario di quell’unica tratta: il tema rischio/non rischio, profilattico sì o no.

E colui che ha “la fissa”, dopo aver aumentato il grado di esposizione al solo pericolo riconosciuto e descrivibile con linguaggio condivisibile, avrà il test Hiv e basta a disposizione, se ne è capace, per verificare se sta “bene” o è “sano”.

Purtroppo, chi ha per riferimento l’Hiv crede soltanto al peggio e al negativo, un pessimismo godurioso e malevolo che fa della presunta “prevenzione” una predizione. Chi è prevenuto si reputa l’unico attento a prevenire, mentre per assurdo venera la malattia e le tributa continui omaggi.

Gli omosessuali, da questo punto di vista, non sono secondi a nessuno in termini di gratificazione mediante comportamenti avventati, irresponsabili o mortificanti. Il che rende l’Hiv una sorta di lettera minatoria che provoca un’irrequietezza tetanica o addirittura la tentazione di accelerare l’incontro col persecutore.

Del resto, tutte le forme di godimento sono una corsa verso una meta, a differente velocità (in particolare nell’uso delle automobili o del sesso), con sullo sfondo l’ipotesi di “schiantarsi” o “uccidersi” (morire).

L’associazione sesso/morte nelle campagne informative è un’arma a doppio taglio, perché sposta sul piano dell’“assoluto” la sessualità e la distruttività, rendendole più intense e “desiderabili”, più astratte e ancestrali (magnetiche), quindi qualcosa che travalica i singoli e i loro conflitti psichici “privati”.

Niente che si possa davvero affrontare con nozionismo sanitario, trattandosi di simboli e fantasmi con componenti personali e collettive, difficilmente gestibili o modificabili, se gli interessati li subiscono in silenzio e nella chiusura ermetica nei confronti dell’aiuto esterno.

In comune, infatti, i fobici e gli ipocondriaci, i fatalisti cinici e gli autolesionisti, hanno l’isolamento relazionale, perché sono isolati anche quando legati mani e piedi o aggrappati a qualcuno, essendo i loro legami (familiari, sentimentali amicali) superficiali e non tutelanti.
Non a caso figurano tra i fruitori accaniti della rete web, dal momento che abitano uno spazio virtuale tutto loro e autoreferenziale.

A percepirsi direttamente esposti e permeabili a un ambiente gravido di minacce e oscure seduzioni sono sia quelli che si sentono chiamati per nome dall’appello dell’Hiv (prendendo alla lettera i messaggi sull’infezione e non potendo distinguere tra fuoco amico e fuoco nemico), sia quelli che marinano la scuola della maturità con atteggiamento di sfida (andando a capo chino contro “i pericoli”, di proposito e ignorando il perché).

Ambedue disattendono il proprio interesse vitale e la ragionevolezza, talora coltivando l’ignoranza e talaltra agitando nervosamente la bacchetta magica del razionalismo, infine inermi ed impotenti per la sfiducia cosmica che grava sul loro universo affettivo e mentale.

Per alcuni si potrebbe parlare persino di gusto della fine del mondo, lo stare a guardare il realizzarsi delle profezie di catastrofe e se possibile contribuire a distruggere, giammai a costruire.

Soluzioni? Pochissime. Di certo non corsi di addestramento all’uso di precauzioni o di abilitazione alla guida sessuale. L’ideale sarebbero case di cura e di riposo e senza dubbio case famiglia, perché oltre a psicofarmaci, ipnosi e psicoterapie, servirebbero “comunità” di cui sentirsi parte integrante e nelle quali operare per il recupero dell'essenziale: la fiducia nell’incontro umano.

Mattia Morretta (Sito Web Omonomia, 2009)

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