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Paese mio che stai nella pianura
Provincia di Monza e Brianza

Ricordo che mia madre ascoltava con interesse e al contempo pena il racconto dell'anziana signora, che io conoscevo di vista e di nome. Il marito, rivelava ella a bassa voce, l’aveva lasciata per abbracciare la vita da omosessuale (la parola gay non era diffusa trenta anni fa e sarebbe stata comunque impropria oltre che inesatta).

Dopo decenni di matrimonio e numerosi figli generati (oramai grandi e sistemati), l’uomo aveva finito con il non poterne più di sostenere la parte, che poi era anche il ruolo in funzione della società e degli altri. Se n’era perciò andato per pensare finalmente solo a se stesso, per giunta vantando una “amicizia” con un uomo maturo (senza famiglia).

Nel corso del resoconto drammatico l’avevo sentita ripetere più volte il termine che la aiutava a superare il trauma dell’abbandono e lo scandalo pubblico: malattia. Si trattava di una malattia e non c’era nulla da fare, così spiegava alla mia mamma, in verità un po’ scettica, non tanto perché mi trovavo al suo fianco, quanto perché aveva sempre avuto dell’uomo in questione un’ottima opinione (faceva il commerciante di stoffe e aveva una sua bancarella al mercato, sempre affollata di signore, nei confronti delle quali si prodigava in complimenti e galanterie).

È morto da un pezzo, dopo un lungo oblio e la scomparsa dalla scena, e così pure l’amico, che ricordo scontroso e sulle sue. La loro storia mi aveva colpito, benché li ritenessi di una specie diversa dalla mia, e non per l’aspetto generazionale (potevano essere miei nonni); essa mi sembrava aprire uno strano squarcio nell’apparenza di normalità del tessuto sociale. Inoltre, faceva riflettere su quanto dolore costasse e si procurasse per essere se stessi.

Fino ad allora avevo avuto poche occasioni di confronto e pressoché nessun rivale quanto a fama di omosessuale, fin dalle scuole medie inferiori. La connotazione naturale e un po’ imperiosa della mia identità sessuale nell’adolescenza, era una novità troppo grande per l’ambiente di provincia e non esistevano neppure le parole per definirla, figuriamoci per comprenderla. Il messaggio nella mia bottiglia trasparente parlava infatti di personalizzazione della sessualità, dando concretezza alla definizione “scelta sessuale” che aveva iniziato da poco a circolare nella pubblicistica sull’argomento.

Pertanto, avevo dovuto accettare di essere accomunato sotto la medesima l’etichetta di diverso a un giovane che anni dopo ha effettuato l’intervento per il cambiamento di sesso (che terminologia assurda!), un personaggio teatrale che reclamava il riconoscimento quale "femmina" girando per le strade in bicicletta coi capelli al vento tinti di biondo e lanciando grida o battute da barzelletta.

All’epoca la gente (entità impersonale e astratta, tuttavia potente e condizionante, una sorta di rete invisibile sospesa sulla comunità cui tutti erano tenuti a contribuire) non faceva distinzioni e bolliva nella pentola della cattiva reputazione tutti coloro che si differenziavano nelle manifestazioni di appartenenza al genere sessuale.

Si finiva perciò, volenti o nolenti, sulla bocca di tutti perché ci si isolava o non si seguivano i binari prestabiliti della retta via sessuale. I cani legati alla catena abbaiavano furiosamente al passaggio di animali sciolti o in libertà e chiamavano a raccolta i garanti del quieto vivere.

Era principalmente questione di ordine più che di intolleranza verso gli omosessuali, non ancora identificati come soggetti a parte. Al massimo era risaputo che fosse possibile compiere atti sessuali fra membri dello stesso sesso, si ammetteva che qualcuno potesse avere quella preferenza in privato, ma era ancora inimmaginabile prefigurare l’esistenza di un individuo caratterizzato ufficialmente dalla sua omosessualità; attirando troppo l’attenzione sulla particolare inclinazione ci si doveva aspettare di diventare un emarginato o un caso umano, rinunciando certo ad ambizioni di rispettabilità o autorevolezza.

Da ragazzino rammento di aver sentivo accennare talvolta al fatto che, in qualche posto imprecisato e quasi leggendario, lungo le sponde del Canale Villoresi si potevano incontrare “i culattoni”, una razza di diseredati e reietti del sesso confinati in zone oscure e pericolose a scontare la pena della anormalità. Non ho mai avuto la curiosità di andare a verificare di persona.   

Al contrario, stare nel solco delle consuetudini consentiva di trasgredire, sbagliare o deviare salvando la faccia grazie al mantenimento dell’assetto sociale. La condizione per prendere la propria parte extra di piacere o comportarsi male (fino alla distruzione delle vite di coniugi e figli) era di preservare la coesione del gruppo e la continuità della struttura familiare (che vi fosse o no autentica etero-sessualità, in fondo superflua).

Per esempio, ho ben presente il tipo che si faceva bello con gli amici al bar per le conquiste femminili, ma teneva ben nascoste le avventure omoerotiche nella grande anonima Milano notturna. L’Aids ha rotto le uova nel paniere a tanti come lui, mettendo in crisi l’equilibrismo eccitante dei godimenti rubati.

Ho in mente pure il postino meridionale, con gli occhi verdi e i baffetti curati, che aveva la fidanzata al paese natale e si era trasferito al nord per lavoro (consegnava telegrammi a domicilio); una volta che era in vena di confidenze, convinto di aver fatto colpo su di me col suo fascino latino, mi ha raccontato di non disdegnare i favori degli uomini e persino fatto esplicite proposte.

Per me, d’altronde, non era infrequente ricevere segnali e vere e proprie richieste di prestazioni da parte di maschi “normalissimi”, i quali sulla base dei miei rifiuti costruivano trame immaginarie di perversione e lascivia da diffondere in paese, per vendicarsi e sfogare l’invidia per la mia spavalderia da cavaliere indipendente.
Si diceva che partecipassi a orge e baccanali, mi attribuivano una disponibilità e un pragmatismo nel sesso che non ho mai avuto né desiderato.

Erano le loro fantasie e i loro fantasmi a trovare occasione di proiezione tramite la mia figura simile a un prisma nella luce, si rivalevano contro la potenza simbolica della rappresentazione di cui subivano in qualche modo il fascino. Non sono mancati tentativi di intimidazione e meschinità, ma mi sono scivolati addosso come acqua grazie all’incoscienza.

La mia relazione con Alessandro, dai 18 ai 23 anni, nata e cresciuta in mezzo ad un gruppo di ragazzi in latteria, vissuta in pieno sole, è stata però qualcosa di choccante per una collettività abituata a formule interpretative elementari e sbrigative.

Per tentare di leggerne i contenuti, infatti, occorreva rifarsi alle vicende epiche di Eurialo e Niso o Davide e Gionata, perché non esisteva memoria nel circondario di un’amicizia amorosa tra maschi tanto radiosa e sincera, bandiera al vento con i colori vivaci e bellissimi delle nostre ruote di giovani pavoni.

A lungo l’entusiasmo della fusione delle identità ci ha fatto ignorare di essere esposti e osservati, illudendoci che il mondo potesse accettare l’invito alla nostra festa privata. E tuttavia, senza convinzione, anche noi abbiamo finito per migrare e metter su casa a pochi chilometri oltre il confine, ove il clima poteva apparire più mite per via dell’estraneità.

Lui ha poi faticato non poco a reintegrarsi e recuperare il suo posto nell’ambiente che aveva lasciato per stare con me; quindi si è sposato ed è calato il silenzio. Così sia. Il nostro cane, testimone muto di tutto, è rimasto con me per altri tredici anni rendendomi una sorta di filosofo cinico in senso letterale.  

Nel corso di quel periodo, tra gli esponenti delle generazioni precedenti ho osservato da lontano la vicenda di un uomo che era riuscito a far capire senza dare scandalo, aiutato dal fatto di disporre di denaro (che ha la proprietà di nobilitare chiunque) e di vivere altrove le proprie avventure.

Era titolare di un negozio e negli ultimi anni aveva sposato una donna dei Carabi, ove si recava più volte all’anno regolarmente. In tal modo aveva infine ottenuto di far venire in Italia il figlio della improvvisata consorte, suo pupillo e verosimilmente amante, cosa realizzatasi purtroppo solo dopo la sua morte avvenuta per un incidente aereo nel suo (ultimo) viaggio di ritorno.

L’amico col quale faceva quelle trasferte è rimasto avvolto da un alone di mistero, mi è capitato negli anni di incontrarlo alcune volte al supermercato, in compagnia di ragazzoni che davano l’aria di figurare nel suo libro paga; ho sempre avuto l’impressione che ostentasse superiorità per dissimulare il marchio di Caino.

In maniera più indiretta ho avuto notizia di un cartolaio con tendenze pedofile, coniugato e con prole, il cui nome era comparso più volte sui muri del suo quartiere accompagnato da ingiurie e minacce non tanto velate. Due delle sue “vittime” (autori di alcune delle scritte) me lo hanno confessato, ormai più che maggiorenni e tutt’altro che innocenti, in un’intervista-verità da me registrata per una trasmissione radiofonica. Tutto si limitava, a sentir loro, a palpeggiamenti e masturbazioni nel retro del negozio, con l’allettamento delle figurine e di qualche giocattolo.

Non per caso i miei informatori erano stati oggetto di attenzioni dell’orco di periferia: uno era senza padre e fin da piccolo aveva avvertivo un senso di anormalità, l’altro vantava una precocità sessuale centrata sull’orgoglio per il membro ben sviluppato e cercava di far fruttare il talento presso estimatori in grado di pagare.

Il secondo negli anni successivi è diventato frequentatore saltuario di un locale milanese per “marchette”, credo sino alla soglia delle nozze, pur sentendosi e dichiarandosi eterosessuale a tutti gli effetti (per darsi delle arie mi ha riferito di esser stato con un noto visagista).

Il primo, invece, non senza lacrime e con la sensazione di essere “forzato” dalle circostanze sfavorevoli (la nascita illegittima e l’assenza di una figura paterna) si è infine convinto a riconoscersi omosessuale; ha conservato comunque l’impostazione “parassitaria” e l’uso del sesso quale mezzo per garantirsi appoggio e sostentamento, sia economico che psichico (non tanto affettivo).

So che ha avuto una storia con un uomo molto più grande di lui (di cui ignoravo del tutto l’omosessualità sino a quel momento), che ha ricoperto un ruolo nei partiti politici locali; penso vigesse tra loro un tacito contratto di sostegno finanziario a copertura di un altro tipo di povertà, nonché a salvaguardia di una distanza incolmabile in termini socioculturali. La sua è stata una morte tragica e accidentale, che ha siglato una vita segnata dalla sete inestinguibile di risarcimento.

Altra fine, imprevedibile e ingloriosa, è capitata a un giovane adone che era sempre stato apprezzato per l’avvenenza e l’eleganza. Di famiglia benestante, aveva studiato e vissuto nel bel mondo, assecondando le aspirazioni della madre. Per qualche tempo, forse allo scopo di dissipare le voci sul suo conto, si era fidanzato e fatto vedere in giro con l’ambiziosa partner, che sembrava tutta presa nella parte e in apparenza convinta di aver trionfato là dove le altre donne nulla avevano potuto.

Dopo un po’ era scomparso, lo immaginavo all’estero e in grandi metropoli, non avendo mai creduto al cambiamento. Finché un giorno ho saputo che è morto di Aids e ho pensato, pur impietosamente, a quella canzone di Renato Zero del 1989 che dice: “Rifiuto chi si crede in A e poi muore in serie C”.

Un altro, mio coetaneo e laureato in medicina, che ho visto in maniera alterna e in periodi diversi della giovinezza è stato capace di passare da una tendenza all’altra più che con disinvoltura, che non ha mai posseduto, con indifferenza (nonostante i tormenti dichiarati), però rigorosamente fuori dal territorio comunale.
Non saprei dire oggi da che parte penda, come si suol dire, visto che non risiede in zona; ma giurerei che si tratti in ogni caso di di-pendenza.

Mi passano davanti fugacemente i volti di due tipi qualunque, minori di me, poco o nulla definiti, quando li incrociavo mi comunicavano una sensazione di fragilità e sradicamento, credo abbiano trovato asilo in lontane terre.

C’è da aggiungere un cinquantenne di cui ho saputo solo di recente (dal diretto interessato per uno scherzo del destino); a sua volta aveva tentato una copertura per non deludere le aspettative parentali, credendo di poter reggere grazie alla edificazione di un rapporto stabile con una donna.

Dopo essersi accontentato di avventure notturne e contatti occasionali, ha trovato la forza di lasciare la partner prima di un improbabile matrimonio e si è messo insieme a un uomo, in modo discreto e mimetizzato. A essere franchi, non mi è parso sereno né equilibrato, non basta una coppia a dare solidità interiore. 

Ecco, la lista è finita. Ho tralasciato forse qualche comparsa di secondo piano, non degna di nota; chissà quanti altri ve ne sono che ignoro, furbi o fortunati. Delle nuove generazioni non so pressoché nulla ed è il segno del mio invecchiamento. Un ragazzo che fa il parrucchiere l’ho visto in un locale milanese intento all’istruzione sessuale obbligatoria e giorni fa ho letto su un muro vicino a casa mia: “Francesco gay”. Tempi moderni. 

Mattia Morretta (2005)