Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita
incontrerai tante maschere e pochi volti

Luigi Pirandello

Iolanda Gigliotti in arte Dalida, nata al Cairo da genitori calabresi, ricordata in Italia per l’accostamento al suicidio di Luigi Tenco durante il Festival di Sanremo del 1967, è stata una delle ultime Imago femminili del palcoscenico, figura quasi leggendaria avvalorata da milioni di dischi venduti e innumerevoli pubblicazioni in Francia, patria d’adozione. La sua presenza nel mercato discografico non ha subito offuscamento, a riprova di un’eredità di senso grazie ai riferimenti simbolici di un mondo superato eppure attivo nell'immaginario collettivo.

Cantante melodica convenzionale negli anni Cinquanta, interprete di brani d’autore nel post-sessantotto, vedette di music hall e infine schermo di proiezione dell’emergente sottocultura gay, ha espresso un repertorio centrato essenzialmente sul Doppio artistico, che prima le ha offerto una chance di esistenza parallela e supplementare a quella effettiva, poi si è trasformato in dimensione alternativa e sostitutiva, sino al tragico epilogo dell’auto-soppressione nel maggio 1987.
Il saggio rilegge la vicenda personale in chiave sociologica e affronta l'aspetto trascurato o sottaciuto del rilievo di Dalida nella comunità gay a livello internazionale, in relazione all’intrecciarsi della sua carriera con il fenomeno di affermazione dei movimenti gay nei paesi occidentali a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, proponendo un'analisi della particolare natura del rapporto tra omosessuali e donne di successo.

Che rapporto c’è tra le dichiarazioni di principio e le reali condizioni di vita degli omosessuali? La retorica dei diritti civili in un'epoca di superficiale tolleranza mette il bavaglio al dibattito, così come il gran parlare di gay nei media maschera l’analfabetismo di ritorno in un Paese segnato dall’omissione culturale.

CHE COLPA ABBIAMO NOI - Limiti della sottocultura omosessuale (Gruppo Editoriale Viator, Milano, prima edizione aprile 2013, seconda edizione ottobre 2014, ristampa settembre 2017) è un saggio provocatorio sull’omosessualità maschile in Italia, utilizzando l’approccio culturale per andare oltre i luoghi comuni del politicamente corretto e gli slogan di categoria. Un’analisi puntuale delle molteplici sfaccettature del fenomeno che mira a valorizzare e qualificare l’identità omosessuale, ma al contempo sottopone al vaglio della critica obiettiva mentalità e comportamenti, chiamando alla responsabilizzazione tanto i diretti interessati quanto tutti gli altri.

"Avremo visto questo, prima di essere cancellati col mondo come un errore dell’eternità" (Cristina Campo, autunno 1957)

Questa sezione del sito raccoglie alcune “istantanee” prodotte con un banale smartphone, perché l’autore non ha mai posseduto una macchina fotografica o una videocamera, non ha competenze tecniche e non ambisce ad averne. Si tratta di sguardi corredati di didascalie per associazione di idee e di una documentazione per immagini di materiale storico. 
L’uomo è un animale visivo, non a caso in Romeo e Giulietta Shakeaspeare afferma che i giovani hanno l’amore “negli occhi” e non nel cuore, facilmente un’immagine più potente ne sostituisce un’altra. I media tecnologici tanto decantati a conti fatti sono essenzialmente visual network, che rispondono all’esigenza “giovanile” di far vedere e/o farsi vedere restando nel proprio piccolo ambito, senza bisogno di rapporti diretti o comunicazione profonda.

La visività è anche uno dei limiti dell’essere umano, capace di condizionare gran parte della sua condotta di sopravvivenza ostacolando la capacità di andare oltre. Se c’è chi guarda e non vede, la vista può farsi visione e la visionarietà veggenza. Negli scrittori l’universo mentale amplia, integra e com-prende quello reale, l’in-visibile conta più del visibile, o meglio prevale la visibilità interiore e del terzo occhio, una modalità alternativa di guardare. In fondo è la reminiscenza a caratterizzare la nostra relazione con il mondo, tanto da far dire al poeta spagnolo Antonio Machado “conoscerti potrei rammemorando / del trascorso sognar le oscure tele”.

Spiega Plotino nelle Enneadi che i semplici spettatori vedono solo la parte, laddove i cultori della bellezza vedono il tutto: “Non c’è più, infatti, da un lato il veggente e dall’altro la cosa vista, l’uno fuori dell’altra, ma il veggente dallo sguardo acuto ha in sé stesso la cosa vista” (V8, 10, 33-36). 

Ogni metafisica, religione, arte trae origine dalla disposizione ad amare le forme latenti e potenziali, poiché è l’ignoranza a pretendere di vedere coi propri occhi per persuadersi e credere.
Per il pittore surrealista René Magritte abbattuto un muro c’è da sperare che ve ne siano altri dietro, per sollecitare la mente a creare nuovi oggetti, cose mai viste

Mattia Morretta