Programma formazione, 1997
6 Ottobre 2014
I bisogni delle persone omosessuali
6 Ottobre 2014

Aggressività e tenerezza nell'omosessualità

Eppure ogni uomo uccide la cosa che ama,
Che questo lo sentano tutti:
Chi lo fa con uno sguardo amaro
E chi con una lusinga,
Il codardo lo fa con un bacio,
Il coraggioso con la spada!
(Oscar Wilde, “La Ballata del carcere di Reading”, 1897)

Gli omosessuali sono stati a lungo oggetto di una violenta intimidazione morale e di una ambigua omissione culturale, di cui restano cicatrici profonde nella società e negli individui, compresi coloro che si formano oggi e non hanno assistito all’accanimento terapeutico e interpretativo degli scorsi decenni. Può essere utile, allora, prender le mosse da uno degli esperti del settore, Edmund Bergler, autore di Psicanalisi dell’omosessualità, un libro che restituisce compiutamente il clima del periodo (edito in Italia nel 1970, ma risalente al 1956).

L’intento non è solo quello di evidenziare un atteggiamento di intenzionale malevolenza nei confronti degli omosessuali, ma anche di considerare quanto vi sia di oggettivo e quindi di utile nella definizione impietosa di “tratti caratteriali tipici” da parte di uno specialista pur maldisposto verso i suoi pazienti. In sostanza, vale la pena di recuperare qualcosa di positivo, in termini di riflessione critica, persino nelle descrizioni penalizzanti dei più accaniti censori o guaritori, perché costoro possono aver visto aspetti di noi che preferiamo ignorare.

“Posso affermare tranquillamente” - dice Bergler – “di non essere prevenuto nei loro confronti; per me sono malati che hanno bisogno di aiuto medico. Ho avuto con loro molti successi terapeutici, qualche insuccesso e qualche delusione. Sono loro grato per avermi dato l’opportunità di studiare la loro struttura fisica e la genesi e la guaribilità della loro malattia. Ho trattato dell’omosessualità in un certo numero di miei saggi e libri; ho ricevuto molte congratulazioni per conferenze e pubblicazioni sull’argomento. Tutto sommato non ho motivo di lamentarmi degli omosessuali. Tuttavia, pur non essendo prevenuto, se mi chiedeste che tipo di persona è l’omosessuale, direi: gli omosessuali sono individui essenzialmente sgradevoli, senza tener conto dei loro modi esteriori piacevoli o spiacevoli. È vero che non sono responsabili dei loro conflitti inconsci, eppure questi conflitti assorbono così tanto della loro energia interiore, che il guscio è un misto di arroganza, falsa aggressività e supplica. Come tutti i masochisti psichici, sono servili con chi è più forte, spietati in una condizione di supremazia, e non si fanno scrupolo di calpestare qualcuno più debole. Il solo linguaggio compreso dal loro inconscio e la forza bruta. Ciò che è più scoraggiante, raramente tra essi si trova un Io intatto, quello che si dice comunemente una persona corretta”.

Al di là del tono da predicatore, alcune considerazioni (come quelle da me sottolineate nel testo riportato) paiono utilizzabili in un’ottica conoscitiva e di evoluzione della nostra consapevolezza. Non si può misconoscere che nelle relazioni omosessuali molte energie vengano usate per distruggere e non per costruire. La stessa pubblicistica dei movimenti gay ha insistito negli scorsi decenni esclusivamente sulla dinamica della sessualità, fermandosi alla sua apparenza integrativa senza coglierne la realizzazione spesso e volentieri dis-integrativa. Da qui il culto esagerato della promiscuità, l’accento sul sesso praticato, la mitologia della liberazione sessuale; ideologie che hanno dato, si può dire, i loro frutti di recente, sotto forma di rimorsi, rimpianti e colpevolizzazioni dell’era Aids (per lo meno all’estero).

D'altronde, non si po’ disconoscere che molte tendenze negative siano legate e siano spiegabili, fino ad un certo punto, con le vicissitudini storiche, cioè con la discriminazione, persecuzione o negazione sociale dell’omosessualità. Tali fattori trovano agganci in una serie di variabili psicologiche che entrano in gioco nella vita concreta dei singoli gay, benché vengano per lo più sottaciute o lasciate in ombra.

Le sottoculture gay hanno trascurato o non hanno dato importanza alle relazioni amorose, alle lunghe fedeltà, alla monoandria, alle calde e durature amicizie basate su stima e fiducia reciproche. In parte è accaduto perché si trattava di argomenti ritenuti non rilevanti in una battaglia di affermazione. Si è sempre pensato, in effetti, che il problema fondamentale degli omosessuali fosse il diritto alla pratica sessuale e non il riconoscimento dell’orientamento psicosessuale, benché la pratica non esaurisca mai l’orientamento e quest’ultimo non si esprima necessariamente in una pratica. L’insistenza sulla variabile sessuale e sull’esercizio del sesso ha contribuito a spingere in secondo piano oppure ad idealizzare la tematica delle esigenze affettive, lasciata ai margini anche dalla ricerca culturale (vedi lo studio di John Boswell dedicato all’amore gay nel medioevo).

Si dà per scontato che la questione omosessuale (ammesso che simile linguaggio sia plausibile, data l’incertezza sulla rintracciabilità di un percorso di identità omosessuale nella storia) sia stata e sia centrata sulla libertà di espressione comportamentale. Ciò genera equivoci su cosa significhi essere omosessuale e sulle modalità di traduzione di una inclinazione sessuale in patrimonio cosciente di una persona.

Al contempo è stata tenuta in penombra la sfera dell’affettività, sostenendo che la negazione e la problematicità dell’esperienza sessuale spiegasse e desse ragione della difficoltà di instaurare relazioni sentimentali.

Va riconosciuto che la mancanza di un modello culturale specifico per i rapporti amorosi gay pesa più di quanto si creda. L’implicito e l’esplicito culturale riguardo al sesso è onnipresente e coinvolge anche l’omosessualità, tanto da poter rintracciare il filo rosso dell’omosessualità praticata nei secoli attraverso la letteratura e le rappresentazioni artistiche. Al contrario, per la sentimentalità omoerotica, per ciò che accade ed è implicato allorché due uomini si amano, mancano riferimenti e punti di appoggio formativo. Non esiste il romanzo d’amore omosessuale ufficiale, se non in tempi recenti e con grande variabilità di risultati (poca alta letteratura).

Le nuove generazioni di gay sono comunque sia molto facilitate rispetto alle precedenti, perché trovano nella cinematografia e nella produzione letteraria di massa esemplificazioni della possibilità delle relazioni omosessuali. In passato alla gran parte degli omosessuali era preclusa l’identificazione con figure propositive o affermative, il rispecchiamento in comportamenti positivi e variegati, dovendo quindi per necessità passare attraverso le forche caudine dei gesti sessuali estemporanei e promiscui quale unica modalità di espressione.

Si è detto che nella promiscuità gli omosessuali cerchino di continuo l’assoluto e non possano porvi termine appunto perché non lo trovano. Ovunque, infatti, ci si imbatte soltanto in oggetti (come scriveva Novalis). Ogni persona incontrata e ancora sconosciuta, specie in una dimensione avventurosa e pittoresca, sembra suggerire l’accesso ad una dimensione assoluta dal punto di vista emotivo e spirituale, impossibile da raggiungere e conquistare. Una volta consumato l’atto sessuale, l’altro si riduce ad un uomo nella sua miseria, un essere umano in carne ed ossa, un oggetto che non può contenere quel bisogno di completezza e unitarietà che consuma l’individuo promiscuo.

Altre condotte che pure coinvolgono l’investimento sessuale non vengono supportate da una cultura della relazione, che rivela la sua importanza a maggior ragione là dove la si trascura o la si tratta con sufficienza; la nostra capacità di stare insieme dipende infatti anche dall’apprendimento del “come”, passa per l’educazione a coltivare i vari aspetti del rapporto e a fare attenzione alle dinamiche interpersonali. Abbondano i manuali, intrisi di banalità e retorica, su quel che è, può e deve essere l’amore tra i due sessi, così come esistono sussidi di ogni genere, compresi quelli terapeutici, per la strutturazione e il sostegno della coppia eterosessuale. Nulla di tutto ciò per i rapporti amorosi fra omosessuali, almeno in Italia, a cominciare da figure di professionisti che si occupino di terapie di coppia o che siano in grado di aiutare le persone omosessuali nelle loro difficoltà relazionali sulla base di una competenza specifica.

Coloro che allacciano rapporti si trovano per lo più soli nel tentativo di produrre i mattoni con i quali edificare una storia a due, in assenza di strumenti culturali (più che giuridici) e di una validazione di gruppo (più che sociale). Analogamente, si è soli nelle fasi di crisi, conflittualità o ripensamento della coppia, dovendo affidarne idealisticamente la continuità al sentimento come ad un motore automatico e dovendo fare a meno di autoeducazione e supporto esterno. Molti si privano della possibilità di affrontare e risolvere i problemi affettivi perché non pensano che sia normale ricorrere all’aiuto e all’accompagnamento nella costruzione dei legami personali.

La maggioranza degli omosessuali è convinta di avere in comune pressoché esclusivamente la spinta erotica, quasi che in ogni omosessuale si nasconda un satiro o una ninfomane, con una pulsione sessuale in perenne stato di attivazione e di stimolo per incontri e rapporti. Ciò vale nell’ambito maschile e comporta un rinforzo di elementi che fanno del sesso un segno caratteristico dell’identità. Nell’uomo in genere la sessualità è ritenuta connaturata (non solo il sesso forte, ma addirittura il sesso in sé e per sé è associato al maschile – benché il sesso di base, come mostra la biologia, sia quello femminile); nell’omosessuale maschio si verifica un raddoppio perché egli si definisce o viene definito a partire dalla sua (pre)disposizione sessuale, con un linguaggio che ne riassume l’essenza.

Michel Foucault notava che, quando nasce il termine omosessualità nella seconda metà dell’Ottocento, oggetto di studio della medicina erano individui con tratti fisici e finanche anomalie somatiche, perché l’omosessualità è “un segreto che si tradisce sempre”, inscritto senza pudore nel corpo e a cui l’anima non può che soggiacere. La sessualità apparirebbe, pertanto, come una natura specifica nell’omosessuale, poiché si impone quale modalità prioritaria di identificazione e finanche mezzo per sondare la realtà, creando linee di demarcazione o di comunicazione con gli altri. Il luogo comune vuole che i gay condividano determinate fantasie sessuali, desideri per certi tipi di atti, nonché una sorta di pensiero fisso circa la possibilità di agire il sesso ovunque e comunque.

Anche tra i maschi eterosessuali è diffusa la convinzione seconda la quale, in presenza di un omosessuale, è sempre ipotizzabile una dinamica sessuale. Un eterosessuale, cioè, pensa o può pensare di fronte ad un omosessuale noto di essere o poter diventare oggetto di desiderio, qualunque siano le proprie caratteristiche fisiche, rivelando in tal modo, tra le altre cose, che una delle funzioni dell’omosessualità è quella di sostenere l’identità maschile e la sua desiderabilità. È del tutto improbabile, invece, in tali circostanze, che si creda all’esistenza di una propensione all’amicalità o alla confidenzialità, per convincimenti negativi da entrambe le parti.

Del resto, oggigiorno nel moderno occidente, l’amicizia è vissuta come un derivato della sublimazione o della repressione, un surrogato rispetto allo scambio fisico e sessuale, con molta confusione su questi due livelli di intimità paralleli ma non coincidenti sia nell’omo che nell’eterosessualità.

La connivenza sulla preminenza dell’interesse sessuale finisce per costituire un serio e incompreso impedimento esistenziale, perché, se è vero che la sessualità comprende una tendenza all’unione (la potenziale fusione dei corpi), di per sé non è sufficiente per assicurare un’interazione e garantire un percorso comune. Il “desiderio” può mettere in contatto le persone, e magari molte per un singolo individuo, senza che ne derivi nulla in termini di condivisione, in assenza di altre componenti integrative. Assai spesso il sesso non unisce bensì divide, come sembra promettere la radice etimologica in una delle interpretazioni più efficaci: sesso deriverebbe da sectus, cioè diviso, reciso, poiché la sessualità ha origine dalla separazione e dalla mutilazione. Se non vi sono fattori complementari alla pulsione erotica, è improbabile che una relazione possa durare.

In realtà, esistono tante costituzioni sessuali quanti sono gli individui, molteplici modi di vivere l’affettività e di sentirne la mancanza. Alcuni più di altri avvertono il bisogno di vivere in coppia, mentre altri si realizzano meglio nell’autonomia. Il bisogno sessuale è soggetto a modifiche nel tempo, nel senso di una riduzione di intensità e pure di un aumento del margine di non appagamento tollerabile, e ciò richiede che sin dal principio si coltivi la tenerezza verso il partner, mirando ad un’affettività improntata alla comprensione e alla identificazione.

Di solito è difficile che il sesso entri in gioco quando l’altro è percepito come “simile”, l’attrazione appare carente o fatica a svilupparsi in mancanza di alterità od opposizione. Il presupposto della “estraneità” è in gran parte un’idea preconcetta, ma pesa molto nella quotidianità. Molti gay trovano particolarmente attraenti i maschi (ritenuti) etero o bisessuali, sono stimolati da ciò che nell’uomo non evoca l’omosessualità in quanto femminilità o compresenza di elementi maschili e femminili. Tale fascino si basa proprio su una “differenza” supposta come irriducibile: la spinta all’unione sorge laddove non può esserci che al massimo un contatto di tipo fisico ad alcune condizioni, restando impraticabili altre forme di complicità e collaborazione. Su tale base crescono talora i cosiddetti “amori impossibili”, o meglio non-amori.

In effetti, noi chiamiamo amori anche quelli fallimentari o distruttivi e quelli non reciproci, nascondendo spesso dietro la passione sentimentale la tendenza a vincoli autolesivi o mortificanti. Mettersi in relazione soltanto con persone da cui non si può essere amati, accettati e stimati, rimanda a conflitti interiori e alla coazione ad inscenare vicende traumatiche, intorno al nodo della non accettazione di sé.

Occorre prestare attenzione al pregiudizio di considerare il sesso quale garanzia di unione e unico terreno sul quale gettare le fondamenta di un rapporto tra uomini. È a causa di esso che molti gay sono portati a frequentare amici solo durante i periodi di transizione tra una conquista e l’altra e a non riporre aspettative nei contatti non implicanti il sesso. Il fragile cameratismo fra omosessuali maschi somiglia così ad una palizzata composta di esseri mancanti, incapaci di incastrarsi solidamente tra loro, con l’aspirazione malcelata a separarsi non appena compaia all’orizzonte un amore o un partner sessuale a compensazione delle frustrazioni di fondo. L’amicizia è allora intrattenimento, parentesi, scambio transitorio, in una logica che la vede e riduce a ripiego rispetto alla coppia o alla soddisfazione sessuale. La privazione affettiva di cui si soffre non è mitigata perciò da nessun amico e da alcun genere di attività condivisa.

Anche l’aggregazione a sfondo sociale o politico in ambito gay risente di un substrato inconfessato di svalorizzazione delle esperienze non finalizzate al sesso o all’amore a due. Non è infrequente che la frequentazione di gruppi sia condizionata dalla presenza o meno di legami privati: quando c’è un compagno il gruppo e gli amici non servono, sono considerati secondari o di cornice, diventando di converso “importanti” nelle fasi di assenza di vincoli sentimentali. Si tratta di un bilanciamento illusorio, oltre che di una forma di egoismo manipolatorio, perché si rimane soli pur nella dichiarata solidarietà.

I rapporti che non hanno conseguenze, infatti, non sono rapporti; se le vicende interpersonali non incidono e non cambiano l’esistenza, vuol dire che sono simulazioni e si è rimasti in superficie. Sicché, tante volte si passa in mezzo agli altri come tra ali di folla o in passerella, senza risentire della loro presenza e senza dare qualcosa di sé. Perché spesso si offre molto ma non si dà nulla.

Può sembrare un paradosso insinuare diffidenza riguardo alla sessualità, tuttavia è necessario rendersi conto che l’ambivalenza è la regola nella vita di relazione: non c’è sessualità priva di aggressività (pur celata o dissimulata), quando non gravida di vere e proprie tendenze distruttive, e viceversa non ci sono comportamenti violenti e aggressivi in cui non siano rintracciabili componenti libidiche.

Nei nostri atti vi è compresenza delle due pulsioni di base, l’eccezione se mai è la scissione netta, tanto che si può parlare di dominanza o prevalenza dell’una sull’altra nella condotta sessuale e aggressiva. Numerose persone vivono l’esperienza erotica non tanto come espressione di un bisogno sessuale, quanto come manifestazione deformata di impulsi aggressivi o di autolesionismo.

L’odio di sé si estrinseca attraverso le modalità di stabilire rapporti, il tipo di stile di vita sessuale e il grado di (in)soddisfazione nella sfera amorosa. Chi è molto frustrato dal punto di vista sessuale e affettivo, assai probabilmente ha giocato inconsciamente tutte le sue carte per avere partner dai quali non venir gratificato, oppure esperienze aliene da comprensione e reciprocità; l’armonia è stata scongiurata quasi a tavolino, perché non voluta né desiderata.

Nelle vicissitudini sessuali trovano più facilmente opportunità di scarico autorizzato l’aggressività e i giochi di potere, sino a prendere il sopravvento sulle esigenze di intimità fisica e affettiva. Ne sono la prova sia la costante sfiducia nei confronti dei partner e la continua mutabilità circa il presunto oggetto del desiderio, a causa delle quali non si riesce mai a valorizzare un interlocutore, se non in modo transitorio ed estemporaneo.

Non è difficile capire che il senso di inferiorità provato dagli omosessuali (e spesso alimentato, più o meno intenzionalmente), porta per forza a vedere nei propri “simili” dei fantasmi negativi, cioè una sorta di ombra della personalità con la quale ci si incontra su base proiettiva, attribuendole passioni meschine, intenzioni malevole e defettualità personali. Prima si fa pulizia dentro di sé catapultando sul partner il proprio materiale di scarto e poi lo si ritrova e scopre in lui. Gli altri omosessuali sono a quel punto soltanto lo schermo su cui vedere a chiare lettere le negatività ritenute intrinseche all’omosessualità.

Chi non ha compiuto un lavoro di auto-accettazione, venendo a patti con sentimenti di indegnità e disistima, fatica a concepire il proprio simile come una fonte di arricchimento. Non ci si riflette mai abbastanza, eppure come potrebbe essere possibile per un individuo che non si accetta (trovando molti appigli alla cattiva opinione di sé mediante una condotta disdicevole o vergognosa) amare qualcuno che possieda la medesima inclinazione? Non avendo fatto i conti dentro di sé con il materiale associato alla condizione omosessuale, come potrebbe dare spazio e valore a colui che incontra e che è in pratica il suo alter ego all’esterno?

Se non si stima per ciò che è, come può stimare l’altro in quanto omosessuale? Infatti, di solito lo idealizza o mitizza, cioè lo vive al di fuori dei riferimenti concreti della realtà. Può essere il compagno che porterà l’agognata compensazione: se ci si sente piccoli, deboli, fragili, l’altro sarà forte, grande, onnipotente, e viceversa. La conoscenza non avviene mai perché ci si muove sul piano della drammatizzazione di vissuti inconsci e sulla scena compaiono soltanto personaggi. Diviene impossibile proprio ciò che sarebbe utile e istruttivo: la comunicazione a livello esistenziale grazie al riconoscimento della comune umanità, segnata da difficoltà, angosce, miserie, cicatrici emozionali nel percorso di adattamento ad un orientamento sessuale minoritario e svalutato.

È raro trovare un omosessuale non deturpato in qualche modo dalla disistima in ragione dei vissuti di indegnità o inferiorità, benché talora camuffati o trasformati nel contrario, cioè diventati atteggiamenti arroganti o sprezzanti (quanti stilisti e maestri di eleganza con vite degradate!). D’altronde, ciò può spingere a raggiungere abilità o posizioni particolari a livello culturale o sociale, quale compensazione e riscatto di una marginalità imposta.

Le opinioni sull’omosessualità che possiedono ed esplicitano i diretti interessati sono sorprendenti e rivelatrici. Le peggiori condanne vengono spesso dall’interno del mondo gay, perché molti credono di potersi sottrarre al discredito mettendo in cattiva luce o boicottando gli altri omosessuali, evidenziando in loro soltanto le nefandezze che si conoscono di prima mano in se stessi.

Lo scrittore francese Tony Duvert ha scritto in proposito: “La freddezza degli amori maschili dimostra che si viene puniti mentre vi ci si dedica. Ci si salva dall’essere omosessuali maltrattando coloro con cui lo si è.”. Ci si porta dentro e dietro un ingombrante bagaglio di aggressività e distruttività che viene riversato negli incontri con i propri compagni di sventura. Non si può credere che, all’improvviso e magicamente, un coinvolgimento sentimentale faccia tabula rasa dei pregiudizi e dei conflitti preesistenti.

La squalifica accompagna l’omosessuale fin dalla fanciullezza e si rafforza per la mancanza di rappresentazioni affermative e di figure di riferimento empatiche, sia nella famiglia che nella più vasta società, impedendo la costruzione di un’identificazione positiva nelle fasi cruciali della crescita. L’isolamento nell’adolescenza aggiunge ulteriori difficoltà e rischi di precarietà o fallimento. Gli anglosassoni insistono molto sul concetto di omofobia interiorizzata, la cui articolazioni sono varie e non scontate, perché possono sottendere anche scelte apparentemente opposte (orgoglio ed esibizione). La coscienza di tale odio di sé è fondamentale per potere impegnarsi nella vigilanza sulla propria distruttività nelle interazioni con altri omosessuali, comprendendo il non fidarsi ciecamente della spinta erotica attraverso la quale vengono facilmente espresse o sfogate componenti disintegrative.

Le frustrazioni accumulate per l’ostilità o freddezza sociale e il vissuto di diversità obbligatoria concorrono ad alimentare il sentimento di distanza incolmabile e di incomprensione, nonché a moltiplicare le aspettative di risarcimento o di un’accoglienza irrealistica e irragionevole. Sappiamo che la frustrazione di ogni bisogno, specie se primario (come quello di essere amati), genera aggressività, in un circolo vizioso fatto di incremento delle attese e delle pretese di compensazione, illusioni clamorose e seguenti cocenti delusioni, rabbia crescente per desideri che non possono essere soddisfatti e che tuttavia sono stimolati dalla società o dal clima interiore. C’è una spirale dell’aggressività connessa proprio alla sollecitazione della ricerca via via più esasperata della gratificazione sessuale. La pressione a realizzarsi con facilità e immediatezza nella sfera sessuale grazie alla frequentazione dell’ambiente gay produce un enorme carico di delusioni e insoddisfazioni, che si tramuta in aggressività facendo lievitare quella già presente per altri motivi.

Per prendere coscienza di tale situazione è necessario un lavoro intenzionale e duraturo. Di solito gli omosessuali controllano la possibilità di aver fiducia degli altri, mentre si tratta di controllare la sfiducia aprioristica. L’omosessuale vive infatti percependo e interpretando il contesto sociale come tendenzialmente ostile o censorio. Spesso l’indisponibilità è effettiva e ciò induce per reazione, tra le altre cose, anche l’odio.
È un fenomeno che ha descritto bene un altro scrittore gay, l’inglese Christopher Isherwood, nel suo romanzo Un uomo solo, laddove ha sottolineato che il sentirsi odiati porta a non credere alla realtà dell’amore, perché si odia quello che sta capitando, la gente intorno che lo fa accadere e non si è più in grado di riconoscere e apprezzare l’amore neppure quando e se lo si incontra. Si finisce per vivere in “un mondo di odio”, senza saperlo e anzi cullandosi con aspirazioni indistinte e superficiali all’unione amorosa o alla fraternità politica. Lo stesso attivismo altruistico è sovente l’altra faccia di un egoismo autistico, che non ammette rapporti personali, per cui ci si riferisce a tutti in apparenza eppure non c’è mai nessuno nei fatti e da vicino.

Sentirsi estranei nel proprio mondo non può che condurre a strutturare una corazza difensiva e un grado innaturale di autocontrollo. Il soggetto non ne è padrone, però, perché non agisce in modo volontario; anzi, ne è la prima vittima e si ritrova schiavo della necessità di proteggersi dalla paventata aggressione o minaccia implicita nel contatto con l’altro. La difesa dalla discriminazione e dal pregiudizio negativo della collettività, reali o presunti che siano, trasforma l’individuo in un animale costantemente in pericolo o esposto a subire ferite; per cui tutti sono avvertiti come potenziali aggressori, non escludendo gli altri omosessuali: si potrebbe essere oggetto di danno per la rivelazione dell’inclinazione vissuta come punto debole e limite, qualcuno potrebbe cercare di sopraffare o umiliare sfruttando la debolezza e l’isolamento. Ciò trova corrispettivi persino nella corporeità, perché chi si sottopone ad una repressione emozionale eccessiva non è capace di vivere l’intimità, anche con le persone amate o desiderate.

L’intimità fisica, in effetti, è per lo più assente o coartata negli individui molto attivi sessualmente, i quali sostituiscono la comunicazione corporea con l’uso del genitale. Tuttavia, è proprio la fisicità a poter consentire la fiducia e l’abbandono che i più si affannano a ricavare dal sesso. L’atto sessuale può addirittura fungere da copertura del bisogno di essere abbracciati e accettati, l’unico modo lecito e consentito di chiedere tenerezza tra uomini, il che non può non determinare equivoci dolorosi. Lo scambio sessuale impersonale suppone inibizione o esclusione di coinvolgimento affettivo, ma chi vi ricorre ha anche tali aspettative e per giunta cronicamente frustrate. Si confondono così i contatti fisici con gesti intenzionali di affetto, ci si aspetta apertura alla conoscenza per via della risonanza emotiva ove ci sono invece solo organi genitali e orifizi, si coglie o si interpreta come comunicativo ciò che è puramente strumentale alla gratificazione sessuale.

Noi apprendiamo nella prima infanzia che la rassicurazione emozionale e psicologica è mediata dalla fisicità, e di fatto le persone entrano in contatto immediato grazie ad impressioni fisiche, al di là delle loro parole; analogamente è l’intimità fisica a produrre intensi vincoli di attaccamento. Se ne potrebbe dedurre che la mancanza di forti legami tra gli omosessuali maschi sia dovuta proprio alla carenza di tenerezza.
L’intimità tra le persone, infatti, si sviluppa secondo un percorso a tappe che vede il rapporto sessuale propriamente detto al vertice o alla fine. Il fatto di sostituire il percorso col suo culmine comporta che ad un massimo di attività sessuale si associ un minimo di attaccamento emotivo. Pertanto, si può fare quanto sesso si vuole, ma la probabilità di affezionarsi e legarsi a qualcuno sarà scarsissima e forse nel tempo assente del tutto. Non si può pretendere che il sesso genitalizzato offra intimità e soddisfazione affettiva. Anche per questo coltivare un certo grado di diffidenza verso l’istanza sessuale risulta utile allo scopo di riequilibrare le componenti della vita sessuale e rispondere più adeguatamente ai bisogni relazionali.

Nella nostra cultura l’intimità fisica è considerata secondaria e puerile, irrilevante o da circoscrivere a momenti di intensa emotività sociale. Sessualità e intimità sono diventati sinonimi soltanto a partire dalla fine del XIX secolo, tanto che far confluire la seconda nella prima; dire di essere intimo di o con qualcuno significava e significa che si fa sesso insieme. Il termine stesso, comunque, sta quasi scomparendo per l’assolutizzazione dell’esigenza sessuale.

Il contatto fisico tra persone era e rimane l’unica esperienza in grado di dare fiducia, comprensione emotiva diretta, cortocircuitando tante barriere e muri divisori. La tenerezza e la familiarità fisica sono di fatto il vero collante della coppia, in quanto fonte di rassicurazione e di ristoro, persino contro lo stress e la depressione. Non a caso in tutte le società il toccare è uno strumento anti-depressivo, soprattutto nella malattia e nei momenti critici dell’esistenza.
Noi tendiamo a confinare la vicinanza fisica a circostanze che la giustifichino a sufficienza (nel lutto, per esempio). Dovendo vivere in un contesto altamente competitivo e complesso, ci viene richiesto di limitare all’indispensabile l’interazione fisica, perché questa può generare affidamento e noi non possiamo permetterci una fiducia generalizzata e gratuita; ci troveremmo altrimenti coinvolti in una moltitudine di rapporti troppo personalizzati e strutturati.

L’omosessuale verosimilmente moltiplica tale carico difensivo per via della lettura in senso minatorio dell’ambiente. Anche gli altri omosessuali sono vissuti come “nemici” in potenza, non fosse altro che per la probabilità di diventare ricettacolo di iniquità proiettate. La norma perciò è la diffidenza rispetto a quanto ci si può attendere da partner e amici, sospettando di ogni gesto in apparenza benevolo: fino a che punto l’altro non mi userà per scaricare i rifiuti dei problemi e dei conflitti, magari inconsci, che non è riuscito a gestire?!

Non deve sembrare uno sguardo pessimistico, perché la psicologia ci insegna che la potenza dell’odio è altrettanto grande di quella dell’amore. In verità, l’ordinatore delle condotte sociali è proprio l’aggressività. Sono convinto che l’amore non vada dato per scontato, a maggior ragione per coloro che hanno appreso sostanzialmente ad odiarsi e ad odiare. Costoro devono andare a scuola d’amore, fare un lungo cammino per arrivare a recuperare la stima, la dignità personale, imparare a coltivare l’affettività interpersonale. La società e la civiltà presuppongono in ogni caso un controllo dell’eros e del cosiddetto istinto di morte, perché non è credibile che gli uomini lasciati a se stessi si getterebbero le braccia al collo e sarebbero capaci di collaborare.

Non dobbiamo farci troppe illusioni circa la spontaneità e la naturalezza dell’amore romantico. Il bisogno di amare e di essere amati è primordiale, ma è pure intrecciato con altri bisogni primari e secondari, nonché segnato dalle frustrazioni e dai fallimenti sperimentati. Alla fine ciò che emerge e resta non è un gesto puro e semplice di apertura affettiva nei confronti di un altro essere, piuttosto il frutto e la sintesi di un’intera storia di amore e di odio.
Noi siamo le persone che abbiamo amato ed odiato, e lo dimostriamo in tutti i nostri incontri e relazioni. Non è questione di rinunciare a credere nell’affettività, nell’amicizia, nella solidarietà; si tratta di superare l’idealismo e la passività, perché l’amore non va atteso ma cercato, conquistato, costruito.

L’adozione di un ruolo passivo fa scivolare nel vittimismo. Molti si dichiarano amareggiati sessualmente o affettivamente, e tratteggiano i partner come individui che li hanno feriti e delusi; il che è un modo frequente di esprimere indirettamente la propria aggressività. Dipingendo l’altro come il cattivo ci si sente giustificati nella recriminazione e nel lamento; eppure l’insoddisfazione è almeno in parte la conseguenza dell’impossibilità di ritenersi soddisfatti. Non è detto che siano gli altri a non corrisponderci e a non consentici soddisfazione, ad essere incapaci di offrire quell’amore che in apparenza vogliamo; siamo noi stessi ad aver paura del coinvolgimento in profondità e di trovarci messi a nudo di fronte all’altro.

Un individuo che fatica ad accettarsi tende a evitare le situazioni che lo vedano presente come persona integralmente, perché gli è impossibile ipotizzare e credere che qualcun altro faccia ciò che lui non riesce (o non vuole riuscire) a fare, in particolare una autentica comprensione. Allora, sarà portato a mistificare e a mostrare di sé solo alcuni aspetti, a recitare la parte ritenuta più adatta o migliore, rifuggendo da un confronto diretto e paritario. È uno dei motivi che spingono a spostare i rapporti sul piano del potere, non soltanto in termini di erotismo (i fantasmi sadomasochistici che paiono affascinare tanto i gay) ma anche in termini di dipendenza psichica, perché anch’essa è una forma di aggressività.

Nella sindrome dell’edera ci si attende d’essere riempiti di significato dal partner, preteso come muro portante cui potersi aggrappare più o meno stabilmente. Un muro, s’intende, è qualcosa di inerte, oltre che di rigido e di fisso. L’altro descritto come potente, da cui dipende addirittura la vita, è un oggetto intorno al quale costruire un’occasione di martirio o di ossessione. Il controllo dell’altro diviene un esercizio automatico e compulsivo, che non lascia spazio ad altre emozioni o sentimenti.

In tanti sono in cerca di partner da inglobare nel proprio personale sistema di controllo, vanificando nuovi contenuti e contributi. L’altro deve occupare solo quel posto assegnato dal vissuto di mancanza o bisogno, tanto che, se emergono elementi sgraditi o non corrispondenti alla pretesa di fissità, vien meno la possibilità di intesa o accordo. L’altro deve costituire solo il pezzo mancante, una certa figura di riferimento, un tipo di parete. Perciò, la vittima d’amore è non meno aggressiva dei suoi crudeli profittatori. In fondo, fin quando ci si lamenta di non venir amati si punta il riflettore sugli altri, distogliendolo da sé stessi e dalla propria effettiva capacità di amare.

Hugo von Hofmannsthal ha affermato giustamente che chi non sa amare attribuisce al mondo il difetto che in lui. Il controllo dell’altro è l’obiettivo vero di moltissimi uomini, che agiscono su base egoistica e aggressiva ma dissimulano le intenzioni e i bisogni di potere con il sesso e l’affetto. Essi cercano di farsi spazio nella vita altrui, talvolta con una carica di violenza enorme e drammatica, mentre per stabilire rapporti occorre fare spazio nella propria esistenza e predisporsi all’accoglienza o all’ospitalità. Chi non si accetta, cerca altrove lo spazio di vita e sposta sull’altro il problema dell’accettazione. Ma solo chi abita in se stesso può incontrare gli altri e invitarli a sostare. La scarsa stima o il rifiuto di parti importanti di sé condizionano le relazioni imponendo solo reazioni e compensazioni per tenere a bada ansietà, insicurezze, impotenza e inettitudine.

È indubbio che l’amore non possa essere semplicemente “atteso”, perché anzi va coltivato e richiede educaione. Non c’è, dunque, solo il problema del bisogno più o meno grande di amore, bensì pure quello del bisogno di dare una mano all’amore. Le persone omosessuali dovrebbero applicarsi al recupero di attitudini miti e benevoli, alla conciliazione e mediazione, all’immedesimazione volontaria. Conoscere qualcuno significa esporsi alle sue intemperie e ai suoi spigoli, perché l’altro ci impone una revisione dei nostri preconcetti e del nostro equilibrio. Il sistema deve poter diventare flessibile per integrare i nuovi elementi e reggere all’aumento della complessità di azioni e pensieri. Per fare questo è necessario aver ben presenti le pulsioni dis-integrative, prendendo atto delle interferenze in atto da parte della disistima, della colpevolezza, dell’odio.

Come ha ben detto Oscar Wilde, con le migliori intenzioni si commettono le peggiori azioni. Fermarsi ai buoni propositi nei rapporti interpersonali è comodo e consolatorio, ma è nella realizzazione che si misura il nostro effettivo talento. Ciò implica accettare di fare fatica e di soffrire, benché si pensi in genere ai sentimenti come a carte di credito per il godimento. Lo scopo è accettare una persona, non i suoi comportamenti nel complesso e una volta per tutte. La persona ha un valore indipendentemente dalla sua storia, dai suoi atti e dalle abitudini consolidate. Questo è il punto di partenza per crescere e modificare qualsivoglia assetto di personalità. Quando sentiamo che ci si dà fiducia, ci sforziamo di far emergere le migliori attitudini, magari nascoste sotto cataste di arroganza, falsa superiorità, difensività, mantenimento delle distanze.

L’omosessuale ha una concezione di sé peggiorativa, che gli impone un comportamento al di sotto delle sue possibilità. In tal modo si adegua allo stereotipo che lo vuole perverso, nevrotico, inadeguato, falso, colpevole per forza. Davvero molti non sanno fare a meno di un senso di colpa, ne fanno quasi un fattore di identità, o meglio un copione per un personaggio che entra ed esce di scena sul tema della punizione, della non realizzazione, del rifiuto temuto o vantato. Il protagonista è al contempo il regista e ciò dà un’ebbrezza morbosa, il film viene proiettato ovunque o con qualsiasi pubblico, tutto è ammesso tranne adattarsi alla realtà e accettare la verità su se stessi. È come esseri umani, anzitutto, che dobbiamo accettarci, e in secondo luogo come persone con un particolare orientamento sessuale che ci rende membri, volenti o nolenti, di una minoranza.

Gli omosessuali non costituiranno mai una maggioranza, subiranno quindi sempre gli effetti di una sostanziale dis-armonia rispetto al contesto sociale. Va tenuto presente perché, qualunque grado di tolleranza esista, si è esposti ad un senso di estraneità e ad una frustrazione del proprio bisogno di appartenenza senza distinzioni alla più vasta comunità. Sentirsi ai margini o a lato fa lievitare l’aggressività e può spingere ad affermarsi, occupare spazi e difenderli, sia fuori che dentro di sé. Non è tentando, però, di forzare il mondo a modellarsi sulle nostre esigenze particolari o rivendicando l’uguaglianza tra etero ed omosessuali che supereremo la diversità.

Dobbiamo aver cura delle nostre relazioni in termini esistenziali e non politici. Riconoscere la distruttività determinata dalla conflittualità sociale e quella dovuta al nostro dis-adattamento per carenze individuali. L’aggressività che non viene utilizzata per la realizzazione personale nella società si ritorce contro l’individuo e si scarica sui propri simili, quindi nei rapporti intimi.

Va pertanto elaborata una strategia volta ad incrementare le esperienze di comprensione e condivisione, contenendo le tentazioni manipolatorie e prevaricatrici, proprio per tener conto del male subìto e incorporato. Non ci si deve stupire della voglia di guerra, quanto della volontà di amare nonostante tutto. Non ci si può tuttavia limitare ad una invocazione dell’amore universale, bensì proporsi di lavorare per l’amore, fare tutto il possibile per valorizzare le nostre vite e le nostre relazioni (amicali, sessuali, sentimentali), risarcendoci in prima persona e nel presente. E avendo bene in mente quanti ostacoli interiori (rabbia, vendicatività, vergogna, disprezzo, etc.) si frappongano a tale operazione di auto-aiuto e salvezza. L’obiettivo ai limiti del possibile è sostenere anche tra uomini, secondo le parole del poeta Pablo Neruda, “l’unica e perseguitata tenerezza”.

Mattia Morretta
Testo originale Seminario Centro Valdese Agape, Prali, 19 giugno 1990