L’eresia interiore
8 Aprile 2026

ALL'OMBRA DELL'ULTIMO SOLE

Il tramonto napoletano di Oscar Wilde

L’artista della parola, che era stato all’apice del successo come drammaturgo e personaggio mondano, dopo due anni di carcere ignominioso aveva sperato nella solarità mediterranea quale antidoto ai pensieri cupi e ristoro del gaudio. Un miraggio svanito nel deserto della solitudine.

“Senza onore se non precario, senza libertà se non provvisoria fino alla scoperta del crimine; senza posizione se non instabile”, scrive Marcel Proust in Sodoma e Gomorra. Quasi una didascalia di Wilde e della sua disgrazia, che aveva impressionato l’intero ceto intellettuale dell’epoca, squarciando il velo dell’ipocrisia sessuale.

W. Butler Yeats raccontava ad esempio che le meretrici avevano esultato e ballato sui marciapiedi londinesi alla notizia della sentenza di condanna ai lavori forzati.

E lui, che da studente del Trinity College di Dublino sulla rivista di studi classici Kottabos si firmava OFOFWW (mettendo in fila le sue iniziali al completo: Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde), con l’ingresso in prigione il 25 maggio 1895 era di colpo diventato un numero di codice (C.3.3).

Nel trasferimento al penitenziario di Reading, a 50 chilometri da Londra, era stato lasciato per trenta minuti esposto al pubblico in catene e uniforme da prigioniero sulla piattaforma del bivio ferroviario di Clapham, sotto la pioggia (in pieno novembre), sicché i passanti ne ridevano.

Descrivendosi in seguito attorniato dalla “gentaglia” che lo beffeggiava, l’interessato non aveva mancato di assimilarsi al Cristo alla colonna oltraggiato dal popolino.

Un colpo mortale alla sua dignità, tanto che aveva pianto per un anno intero alla stessa ora, cercando di confortarsi con l’idea che il disprezzo è l’unica pietà possibile per chi non sa andare oltre l’aspetto esteriore.
E pensare che un tempo aveva affermato una profonda verità con tagliente ironia: “Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze”.

In cella aveva imparato a memoria interi passi della Divina Commedia, d’altronde la madre si vantava di discendere dagli Alighieri per via del cognome Elgee.

Nella medesima galera era presente un giovane soldato della guarnigione di Windson, arrestato nell’estate del 1896 per aver assassinato per strada la moglie adultera. L’episodio gli aveva fornito lo spunto per la Ballata del Carcere di Reading, iniziata durante il soggiorno in riva al mare a Bernavel in Francia, subito dopo la liberazione.

Un’opera per sua ammissione “in parte poesia, in parte propaganda”, pubblicata dall’editore Leonard Smithers, che Wilde definiva il più grande erotomane d’Europa, amante delle prime edizioni femminili (“le bambine sono la sua passione”).

Pur tra le righe letterarie, Oscar smaschera l’ambivalenza dell’eros e dei legami intimi, il seme di follia e sangue che cresce fino alle estreme conseguenze nella passione sregolata, poiché si tende sempre a “sopprimere” ciò che si ama con eccessivo coinvolgimento, e quel che si brama senza misura distrugge.

Nella doppiezza dei sentimenti è l’odio a risultare il vero carburante:

Eppure ogni uomo uccide la cosa che ama,
Chi lo fa con uno sguardo amaro
E chi con una lusinga,
Il codardo lo fa con un bacio
Il coraggioso con la spada…

Per precauzione, date le conseguenze dello scandalo noto in tutta Europa, una volta uscito dal penitenziario il 19 maggio 1897 cambia connotati (non diversamente dai due figli che avevano già assunto il cognome Holland), facendosi chiamare Sebastian Melmoth, in onore del santo e di un personaggio creato dallo zio scrittore Maturin.

Rimane sul suolo francese da giugno a settembre in una solitudine opprimente, confidando al pittore John Rothenstein: “Non mi vergogno di esser stato in prigione, ho frequentato luoghi assai più degradanti”.

Ipotizza di riunirsi alla famiglia, ma poi, ripresi i contatti con Alfred Douglas, di fatto causa scatenante dei suoi mali, parte da Parigi di nascosto diretto a Napoli, grazie al denaro offertogli da un conoscente.

Quasi obbligatoria la scelta della città, culla della riscoperta della civiltà greco-romana e patria del solleone per antonomasia, nonché rifugio degli esiliati di Sodoma.

Aspirava infatti a qualcosa che lo stimolasse e lo distraesse dai cattivi pensieri, desiderava luce e calore, come aveva avuto modo di dichiarare a Gide in passato ad Algeri: “Il sole detesta il pensiero, lo costringe nell’ombra ed è geloso dell’arte”.

All’epoca nella città nordafricana passeggiava scortato da una masnada di parassiti, che gli davano il gusto di corrompere. Lo scrittore francese rammentava pure un’altra frase: “Il mio dovere è divertirmi in maniera frenetica! Niente felicità! Soprattutto niente felicità! Il piacere. E bisogna sempre volere il più tragico”.

La catastrofe gli appariva necessaria, una sorta di apoteosi rovesciata, non per nulla nell’età dell’oro aveva affermato con sagacia: “Per rovinare un essere non c’è che da migliorarlo”.

Alcool e ragazzi diventano perciò le bellezze velenose e i gusti nocivi distintivi della sua personalità fuori misura, nella convinzione di poter ancora coniugare arte e peccato.

Tuttavia, se nel Il ritratto di Dorian Gray aveva descritto una ipotetica regione intermedia, nella quale non si deve portare la maschera della rispettabilità e neppure proclamare lo scandalo, ormai poteva incarnare soltanto il fallimento.

In fondo, pur presentandosi quale apostolo dell’estetismo, aveva sempre messo in scena una sotterranea sofferenza, suggerendo che dobbiamo riconoscerci per quel che siamo.

Il 21 settembre 1897 dall’Hotel Royal des Etrangers di Napoli scrive a Robert Ross che gli è indispensabile il supporto dell’amore a qualsiasi prezzo, per giustificare il ritorno a colui cui si era legato con risultati tanto disastrosi per il proprio nome.

A Reginald Turner conferma: “Qualunque cosa la mia vita possa essere stata dal punto di vista etico, è sempre stata romantica, e Bosie è il mio romance”.

Dopo il terribile isolamento patito a Bernavel, che gli aveva fatto meditare il suicidio, vuole accanto una persona che possa stare sempre con lui, non qualcuno che gli faccia compagnia ogni tanto. E non ha alternative: “Il semplice fatto che mi abbia rovinato l’esistenza me lo fa amare”.

In effetti l’umiliazione e la grave frustrazione uniscono i destini, come si è vincolati a chi salva la vita, così si resta aggrappati a chi l’ha dannata.
Non a caso Wilde portava due anelli ai mignoli, a destra quello della sventura, una pietra nera (che sosteneva risalisse a Nerone), a sinistra quello della fortuna, uno smeraldo (accreditato all’Antico Egitto): “Fui per lungo tempo il più felice degli uomini, merito di essere il più infelice”.

D’altronde era molto superstizioso, per non scrivere 13 e 17 usava 12 bis e 16 bis, per eliminare i topi che infestavano Villa Giudice a Napoli aveva richiesto una incantatrice, e non mancava di consultare chiromanti.

A un altro corrispondente fa notare che non è nella città partenopea per il piacere, anche se ne è circondato, bensì per realizzare il suo temperamento. Raccoglie “monelli” nella suburra napoletana, ai quali dice che non devono inorgoglirsi, dato che il loro incanto è un riflesso, la fonte è la sua anima che emana il fascino radioso su materiali vili.

Si illude che in quanto artista possa essere lasciato in pace dalla stampa, ma è un facile bersaglio dei cronisti che gli danno la caccia.
Anzitutto Matilde Serao che, con lo pseudonimo Gibus, sul Mattino del 7 ottobre parla del “flagello wildiano, che si credeva superato e invece ritorna a imperversare e disturbare”, di quell’autore “celebre per gli immondi errori e non per le opere, e il suo complice, il traviato imberbe innamorato dell’estetismo”.

Sul Pungolo Parlamentare compare un articolo con la descrizione di Wilde nella Villa di Posillipo (sette stanze, un cuoco, una cameriera e due servitori): sui quarant’anni (ne aveva 43), alto (per la precisione 1 metro e 88), di complessione vigorosa, l’occhio chiaro dell’inglese, il volto truccato con cura, labbro e mento rasati, il viso cavallino incorniciato da lunghi capelli, alcuni denti d’oro luccicanti, in abito di candida lana, camicia di seta con risvolti ricamati e una cravatta a nocca vermiglia.

Le guide conducevano difatti i turisti nel suo caffè preferito (Gambrinus a Piazza Plebiscito) per metterlo all’indice come fosse un’attrazione da circo, e lui vi tornava nella speranza che qualcuno lo invitasse a pranzo.

Prende lezioni di conversazione in italiano e cerca vanamente ispirazione per nuovi testi, sperando almeno di riuscire a far rappresentare Salomè, perché avrebbe voluto che i napoletani si rendessero conto che nella sua vita c’era stato di più di un amore per Narciso o di una passione per Sporo (favorito di Nerone).
“La mia esistenza è uno scandalo”, si lamenta in novembre con Robert Ross, comprendendo che gli altri vorrebbero cancellarlo.

Anche a Capri la colonia inglese non gradisce la presenza di Oscar e Alfred nei loro ristoranti e i due si vedono rifiutare il posto a tavola dai proprietari.
Rimasti senza alloggio, perché Douglas privo di liquidi ha dovuto disdire una casetta affittata sull’isola, le due “anime in pena” vengono ospitate dal noto medico svedese Axel Munthe nella Villa San Michele ad Anacapri, frutto del restauro dell’ex convento in rovina.

I foschi pensieri gli fanno rimpiangere le pareti protettive della cella, benché continui ad assumere la posa del gaudente brillante: “La pederastia è il più salubre dei vizi, quasi tutto avviene all’aperto, e quanto bisogna camminare!”.

Nei contatti a pagamento coi ragazzi agisce da falco e da colomba, persuaso di dover vuotare il calice fino alla feccia, commentando: “Com’è malvagio comprare l’amore, e venderlo!”.

Vincent O’Sullivan racconta che durante una passeggiata notturna, mentre dava del denaro a un mendicante mormorava: “Tu miserabile, perché chiedi l’elemosina se la pietà è morta?”.

Nell’intervista rilasciata in francese a Gédéon Spillet, il 22 novembre 1897, si vanta dell’origine irlandese e del suo cattolicesimo, definendo esilio gli anni di prigionia, aggiungendo che il cielo è per la brava gente o in generale tutti i mediocri, mentre il verde (suo colore preferito) e l’inferno sono per gli eroi e gli artisti.

Sostiene che, a differenza del Signore cui basta che si bussi una volta alla porta del paradiso, Satana esige che i suoi fedeli bussino tre volte.

Parla pure dell’idea di un pezzo teatrale “ironico” sul Vangelo, immaginando che Cristo incontri in altre circostanze tre degli uomini miracolati e non li riconosca: il paralitico si dà al bere, il lebbroso va con prostitute, il resuscitato si inoltra in lacrime nel deserto.

Al fidato Robert Ross, che ancora vorrebbe instradarlo verso una condotta più convenzionale, Wilde contesta: “Hai tentato di crearmi una vita possibile, ma il mio temperamento non poteva sopportarla”.
Affetta perciò spensieratezza: “Sono praticamente fidanzato con un pescatore di bellezza fuori dal comune, di diciotto anni”.

A distanza di pochi giorni deve registrare l’insostenibilità della situazione: “Cessare una persecuzione significa ammettere che si è avuto torto. La società perbene è irritata dal fatto che la punizione non cambia il comportamento del condannato. Mi hanno solo rovinato”.

A Leonard Smithers confessa: “Sono un fascio di nervi. Non mangio, non dormo, vivo di sigarette”. Per reazione a chi vorrebbe vederlo morire di fame o fargli gettare il cervello in un orinatoio pubblico, rivendica l’opzione per il vizio, perché “sono le virtù innaturali che rendono questo mondo, per coloro che soffrono, un prematuro inferno”.

Infine lascia Napoli il 13 febbraio 1898, si ferma a Genova per portare fiori sulla tomba della moglie (Constance Mary Lloyd, prematuramente scomparsa) nel cimiero di Staglieno nell’area degli inglesi.

La morte della consorte gli consente di avere una rendita annua dall’asse ereditario, in un momento di totale indigenza e disorientamento, che lo vedrà ridotto ad alloggiare a Parigi in uno squallido alberghetto, cercando con scarso successo di non perdere il sorriso: “Sono sposato come il caro San Francesco alla povertà, ma nel mio caso il matrimonio non funziona, odio la sposa che mi è stata data”.

Esclusi brevi soggiorni nella Francia meridionale e qualche altro passaggio in Italia, Oscar trascorre nella Ville Lumière il poco tempo che gli resta, svanendo nella notte fonda della sterilità letteraria e della malattia, tra frequentazioni equivoche e rari contatti con intellettuali e artisti d’avanguardia, prima di spegnersi in solitudine a quarantasei anni.

Una fittizia conversione al cattolicesimo era servita per facilitare la sepoltura, dato che nessuno dei congiunti aveva reclamato la salma e si era mosso per il funerale (pagato dall’albergatore).

A Maurice Maeterlinck e Georgette Leblanc che lo avevano invitato a cena nel maggio 1898, aveva confidato di essere in lutto: “Sì, ho vissuto. Ho bevuto il dolce, ho bevuto l’amaro e ho trovato l’amarezza nella dolcezza e la dolcezza nell’amarezza. La crudeltà di una condanna alla prigione incomincia quando ne esci”.

Mattia Morretta