
L’ERESIA INTERIORE
A proposito di Interno barocco, nuova licenza poetica di Antonella Rizzo, ovvero esercizi di filosofia nel boudoir, il camerino segreto dell’identità ritrovata
•Art a part of culture, aprile 2026È mio quell’abito scuro senza una piega né un movimento un corvo nero ebano mia guardia fedele. È mio quell’abito rosso cucito senza arte né professione uno scampolo stravagante indossato per la rivoluzione.
In un saggio del 1903 Kavafis confessava: “Molto spesso l’opera del poeta non ha se non un vago senso: è una suggestione. Le idee saranno ampliate dalle generazioni future o dai suoi immediati lettori: Platone disse che i poeti esprimono grandi significati senza che loro stessi ne siano consapevoli”. Perché la maggior parte di noi, percependo la spina della mortalità, sente l’esigenza di agire, ma, mentre i più si orientano verso la concreta utilità, una minoranza desidera servire la bellezza che è nutrimento immateriale della vita presente e a venire. È il mandato dell’arte in tutte le sue forme, anche a rischio dell’incomprensione o indifferenza altrui, lettera autografa, direbbe Dickinson, inviata a un destinatario che non l’attende e non risponde. Così Antonella Rizzo, autrice consolidata di versi e racconti, presidente dell’Associazione interculturale Eudemonia, torna a scagliare dal bosco fitto di un’intimità ombrosa la freccia della parola ramificata e germogliante, guanto di sfida alla fatale incomunicabilità, azzardo patetico del logos quale arma suprema della caducità. Lo fa con un libro che già dal titolo Interno barocco. Poetica del disinganno (Edizioni Croce) e dalla “dama con brioche” in copertina, metafore dello spessore ambiguo della superfice, sorridendo rivendica l’indipendenza tematica e si colloca in posizione defilata rispetto alle penne intinte nell’impegno, in posa per l’omaggio civico e l’alloro corporativo. La protagonista rievoca in fotogrammi anonimi le tappe del viaggio onirico della sua testa pensante nel cimitero della convivenza sociale. Emersa dal magma chimico di rabbia e orgoglio, assoltasi dai mali del mondo, può infine declamare a braccia stese sul cratere del proprio vulcano la conquistata solitudine morale, spoglia di convincimenti errati creduti ieri libero arbitrio pur sottraendo il collo alla ghigliottina del razionalismo. Ne dà notizia sin dall’epigrafe tratta da I doni di Alcippe di Marguerite Yourcenar, col riferimento agli enigmi risolti dal cuore e i segreti pagati a carissimo prezzo, nella consapevolezza che “ogni saggio è il discepolo di un folle, / ogni anima si ammaestra con la carne”. Come in una particolare tecnica giapponese di restauro, la scrittrice, estranea a scuole e accademie, tenta di conservare intatta la grazia d’insieme senza mascherare le cicatrici, testimonianze fedeli dei processi riparativi spontanei dopo le fratture fisiche e gli strappi esistenziali. Le suture scomposte diventano per assurdo decorazioni e invenzioni estetiche, manifestazioni della forza vitale indomabile, che difende, ricuce, ridisegna le frontiere di un’identità psicosomatica irripetibile, almeno fino al momento in cui torna alla polvere o all’etere. Perché quasi tutto ciò che fa maturare ha radici nel terreno generativo subconscio, e quel che all’esterno sembra eccentrico si rivela auto-centratura. Esempi nel microcosmo della legge vigente nel macrocosmo, perché l’intero universo non procede linearmente, bensì a scatti da una crisi all’altra. E a ben vedere la catastrofe è la circostanza ordinaria, che sorregge la nostra lotta per mantenere un profilo coerente o l’illusione di una stabile sicurezza. Difatti anche nel disordine degli avvenimenti naturali e relazionali c’è una salvezza nascosta, un potere recondito capace di equilibri sorprendenti, che impediscono il rovesciamento completo del carro della sorte. Occorre allora saper perdere quando giunge l’ora della sconfitta, sempre fiduciosi nell’intervento dell’imprevisto, che non mancherà di mettere il contrappeso sull’altro piatto della bilancia. L’antica tesi è che occorra immaginarsi in un cammino provvidenziale, perché la vera storia del mondo è quella invisibile che nessuno potrà mai scrivere: cronache di destini individuali che si consumano nel silenzio e non hanno altro giudice al di fuori dell’intima voce. Lo scenario epocale e sociale non è che lo sfondo del dramma spirituale personale, ma è il fenomenico che ci tocca in superficie a rendere possibile il progresso dell’essere in profondità. Pertanto gli elementi negativi concorrono in modo dialettico alla generale dimensione positiva, per renderci edotti di un misterioso desiderio di unità (circulus boni), che fa della felicità un atto interiore dell’anima, secondo il geniale Plotino, un’eresia nel senso etimologico di “fare la propria scelta”. Perciò i limiti servono per saggiare la potenza scabrosa degli istinti e la spiritualità occulta della materia, la loro funzione di strumento per intuire valori eterni. Ottimismo eroico, lo chiamava il filosofo, grazie al quale vicissitudini tristi, terribili e nefaste, avviano a una maturità che non teme alcun orrore, se si accetta di percorrere l’itinerario in penombra verso la salute metafisica. Perché l’esteriore ha il significato che l’anima gli concede, cieca della sua ignoranza o veggente della ritrovata luce. Come nelle colonne del Partenone, di diverso spessore e inclinazione, l’eccellenza non è la linea retta, ma la deviazione che consente di padroneggiare la prospettiva, per via del primato della percezione sull’oggettività. Ne deriva che la creazione artistica migliore è ellittica e suggestiva, cioè se rimanda a un’altra realtà con assonanze e somiglianze prodigiose, ispirando la contemplazione di un impalpabile alone di possibilità. Il velo di malinconia che avvolge il prodotto visibile indica infatti una conoscenza amputata, ricordo di un’armonia ideale. Per questo suscita brividi e provoca stupore o inquietudine, mescolando gioia e dolore: “Il bello sino a quando è esterno non lo percepiamo ancora, ma quando entra dentro ci commuove”. Tanto che pare di ascoltare la voce di un amico, dice Charlotte Brontë, scoprendo in noi l’eco e l’impronta di qualcosa che è accaduto nel suo animo. Dunque nell’arte è l’intensità dell’espressione che induce a cogliere “rivelazioni” in uno stato sospeso, distaccato dall’attualità e dalla periferia per focalizzarsi sul centro gravitazionale. Ed è così che la poesia può contribuire maieuticamente al recupero di verità dimenticate, sepolte sotto gli strati dell’incessante succedersi di prosaicità. Perché, se la scrittura comunicativa si rivolge solo all’intelletto, quella simbolica coinvolge la visionarietà. Allora frasi cifrate e parole evocative paiono familiari, già lette e udite, forse in una precedente, più profonda, vita. Abbracciami col filo spinato
il sangue come opera prima
e nient’altro
che funesti il viaggio di ritorno.
Può cadere il muro sulla sabbia
i fiori bianchi e le bandierine
salutano nel vento, con l’inganno. Mattia Morretta
