La sessualità invisibile, 2006
6 Ottobre 2014
Presentazione
6 Ottobre 2014

Contenuti e interventi psicologici nei Centri HIV/MTS

Gli ambulatori per le infezioni sessuali sono stati e sono reputati “sanitari” in senso restrittivo, pur intervenendo su una materia delicata con importanti implicazioni psicologiche e relazionali.

L’impatto dell’Aids sulla comunità (specialmente tra il 1985 e il 1995) ha indotto risposte istituzionali più articolate e comprensive di bisogni non puramente somatici, tuttavia senza sufficiente inquadramento metodologico a causa della limitata espansione dell’epidemia e delle caratteristiche sociologiche dei gruppi più colpiti (tossicodipendenti e maschi omobisessuali).

In pratica a partire dal 1987 sino alla metà degli anni Novanta la maggior parte degli interventi psicologici ha riguardato soggetti con diagnosi di Hiv/Aids e loro congiunti ed è stata realizzata in ambito sociale, cioè nelle Associazioni di volontariato e di privato sociale, soprattutto mediante iniziative di gruppi di sostegno e auto-aiuto o con terapie individuali.
Il trattamento dei casi psichiatrici di Hiv/Aids e di pazienti affetti da Aidsfobia ha preso avvio alla fine degli anni Ottanta negli Ospedali Niguarda e Policlinico, ai quali si è poi aggiunto il Centro San Luigi (San Raffaele).

A livello di servizio pubblico territoriale, è possibile tracciare la seguente cronologia di attività pertinenti dal 1987 al 2006:

1) Prima fase 1987/1992: Contenimento informativo grazie al servizio telefonico del Comune di Milano poi ASL (Centralino AIDS): utenza di pazienti cosiddetti preoccupati sani (Aidsfobia) e Hiv positivi con disadattamento;

2) Seconda fase 1993/1996: Assistenza e sostegno con colloqui telefonici e di persona presso l’Ambulatorio Patologie Emergenti di Piazza XXIV Maggio e il CEOS dell’ASL Città di Milano: utenti Hiv positivi/congiunti e in minor misura soggetti con Aidsfobia;

3) Terza fase 1996/2002: Consulenza e sostegno con colloqui personali e telefonici presso il NOPA dii Via Fiamma: varie tipologie di utenti con disagio espresso nella vita sessuale, (partner di Hiv positivi, giovani donne con difficoltà relazionali, maschi omobisessuali con problemi di accettazione o di promiscuità, maschi eterosessuali con rapporti mercenari), nonché casi di Aidsfobia;

4) Quarta fase 2003/2006: Contenimento e consultazione tramite Linea dedicata presso Polo Zonale MTS di Viale Jenner: crisi emozionale (patofobia, ossessività, disturbi somatoformi) e problematiche di comportamento/orientamento sessuale (maschi omo e bisessuali, maschi eterosessuali più esposti a rischio venereo, partner di Hiv).

Negli ultimi anni, con l’esaurirsi della domanda espressa dagli Hiv positivi, l’osservazione si è spostata al vasto campo della prevenzione primaria, utilizzando la proposta di confronto intorno al nodo della responsabilità personale per trattare sia gli agìti inconsapevoli (condotte imprudenti o pericolose, intenzionali o preter-intenzionali, per lo più sullo sfondo di personalità vulnerabili o deficitarie) sia i timori irrazionali (in soggetti con disturbi d’ansia, umore e personalità).

L’elemento di urgenza dei vissuti di parte dell’utenza (reazioni di allarme ad eventi percepiti quali minacce per la salute), ha determinato la predominanza di risposte di tutela e appoggio rispetto all’offerta di approfondimento delle tematiche psicosessuali.

Tale constatazione ha portato a ridefinire e riqualificare la Linea telefonica dedicata quale strumento di lavoro al contempo medico e psicologico, un ambito di ascolto attivo per le molteplici forme di malessere convergenti sull’argomento della malattia nella sfera sessuale.

Si è puntato in tal modo a rendere fruibile una risorsa tecnica in un’area di confine tra fisiologia e patologia del comportamento sessuale (durante la ricerca di informazioni o accertamenti), più vicina alla vita vissuta, e sul fronte della espressione più immediata e spontanea del disagio mentale.
L’impostazione psicoeducativa del servizio consente di spaziare dalla divulgazione sanitaria alla psichiatria sociale.

Storia interventi psicologici

La presenza di uno psichiatra nell’équipe della linea telefonica pubblica sull’Aids, sin dalla sua istituzione nel 1987 (benché non per precisa scelta strategica degli enti), ha reso possibile un approccio informativo attento agli aspetti psicologici e orientato verso l’individuazione dei bisogni emotivi dell’utenza.

Dopo il trasferimento del Centralino AIDS presso l’Ambulatorio Patologie Emergenti di Piazza XXIV Maggio, nel novembre del 1992, si è via via consolidata la prassi di ricorrere allo psichiatra per colloqui supplementari vis à vis di contenimento in situazioni di crisi (post-diagnosi di Hiv, Aidsfobia, ansia in attesa del referto), sostegno da breve a lungo termine a pazienti Hiv positivi noti e loro partner/familiari, anche su invio dall’esterno (ONG, Ospedali e altri Centri Screening, Ser.T), consultazione per omo e bisessualità.

Negli stessi anni è stata offerta possibilità di consulenza ad operatori con varie professionalità e a vario titolo interessati all’Aids (compresi studenti universitari di psicologia per tesi di laurea). Dal 1993 al 1997 è stata inoltre tentata un’originale esperienza di educazione sanitaria nelle scuole medie superiori, che ha coinvolto i medici scolastici e i docenti degli istituti interessati, dando luogo a tre pubblicazioni e una conferenza tematica ( AIDS conoscenze, atteggiamenti e comportamenti tra i giovani, 1993; L’età dell’incoscienza, 1995; Lezioni di vita, 1997).

Nel maggio 1996 con l’istituzione del Nucleo Operativo Prevenzione Aids sono state per la prima volta inserite in organico tre psicologhe (a tempo parziale) provenienti dal preesistente servizio destinato all’assistenza degli Hiv positivi non tossicodipendenti (CEOS, attivato nel 1994). Di fatto una sola psicologa è stato presente in modo continuativo, per altro impegnata part-time in un centro ASL di terapia familiare sino al 2000.

Interventi psicologici formalmente definiti sono stati attuati perciò unicamente nel quinquennio 1998/2002, gestiti in collaborazione tra la psicologa dipendente e lo psichiatra convenzionato del Centralino AIDS.

L’accoglimento di Hiv positivi inviati da altre strutture è proseguito sino alla fine del 1997 ed è quindi cessato in ragione sia della modificazione della clinica e dell’epidemiologia dell’infezione da Hiv (con crollo della domanda di aiuto psicosociale), sia del prevalere di un’ottica di prevenzione primaria.

Nel 1998 e 1999 è stato realizzato un progetto centrato sulla popolazione più direttamente colpita dall’infezione da Hiv (partner e familiari), che ha coinvolto 240 soggetti (di cui 47 Hiv positivi) ed è stato documentato con un saggio pubblicato dall’ASL nel corso del 2000 ( Legami a rischio – Uno studio sulla vita affettiva e sessuale nelle relazioni con soggetti Hiv positivi, a cura di Claudia Donvito e Mattia Morretta ).

Tra il 2000 e il 2001 è stato fatto un tentativo di analisi metodologica e di classificazione delle tematiche trattabili che ha prodotto delle linee guida e una bozza di protocollo operativo per il servizio nel frattempo rinominato Centro di Riferimento Hiv.

Le variazioni nell’area salute mentale hanno accompagnato il graduale processo di cambiamento del lavoro sanitario sul rischio di contagio sessuale dallo screening senza traccia (registri minimalistici e inutilizzabili dal punto di vista statistico, orario libero ed esteso, personale fluttuante e non dipendente) ai colloqui di pre-test e post-test su appuntamento e con scheda epidemiologica (cura della raccolta dati, personalizzazione del rapporto con l’utente nel tempo).

In effetti, almeno in linea di tendenza si è passati dalla pura e semplice valutazione del rischio corso e dell’indicazione del test Hiv alla comprensione della motivazione soggettiva della richiesta di esami o informazioni da parte del singolo utente, con allargamento dell’orizzonte sullo stile di vita relazionale e sessuale (abitudini sessuali, uso di sostanze, tipo di ambienti e di partner, fattori di vulnerabilità, etc.).

Durante questo percorso, insieme speculativo ed empirico, accanto al vero e proprio invio psicologico, sono stati introdotti colloqui definiti di post-test mirato per condizioni risultate difficilmente trattabili dal personale sanitario durante la discussione dei casi in équipe. È stata sperimentata una gestione pilotata dell’aiuto specialistico, che ha portato psicologo e psichiatra sul fronte dello screening per tentare una valutazione del bisogno (ben distinto dalla richiesta e dalla domanda) e una osservazione diretta dei soggetti con disagio psichico o relazionale.

La scelta di andare verso gli utenti ha consentito fino ad un certo punto di utilizzare le competenze tecniche per fasce più estese e diversificate di popolazione, con la più elevata probabilità di efficacia, tenendo conto della fugacità del contatto con la struttura.

Tale linea di condotta mirava a predisporre una seppur minima strategia, tenendo conto della situazione di frontiera e di prima linea determinata dallo screening facilitato e dagli aspetti di diversità/devianza di alcune componenti dell’utenza.

I presupposti possono essere così elencati:

1) non accogliere passivamente una richiesta correlata ad una generica psicopatologia;
2) non soddisfare o suscitare domande presunte nate nell’emergenza o nello stato di crisi;
3) non imporre agli utenti linguaggi e trattamenti psicologici;
4) offrire in maniera selettiva risorse terapeutiche limitate
5) non confondere i problemi di gestione del rapporto e di contenimento degli stati emotivi con l’indicazione all’inserimento di una figura specialistica nella relazione con l’utente;
6) stabilire un rapporto fiduciario con soggetti disponibili e suscettibili (dato che il comportamento può essere ri-strutturato solo grazie a una forte motivazione e a varie forme di sussidi o supporti, non necessariamente psicoterapeutici, nell’arco di un lungo periodo).

L’esperienza ha portato a ridefinire nel 2002 l’intera questione e ad individuare obiettivi specifici e delimitati su target mirati (minori, giovani donne, partner e congiunti di Hiv positivi).

Sono sette le aree problematiche affrontate nel NOPA/CRH:

1) Hiv positività (soggetti con diagnosi e partner/congiunti) (25%)

2) Sfera relazionale (legami patologici, fallimenti, dipendenza) (24%)

3) Condotta sessuale (rapporti mercenari, promiscuità, contatti con individui più a rischio) (17%)

4) Disagio/disturbo psichico(15%)

5) Orientamento/identità sessuale (omobisessualità, egodistonia, narcisismo) (14%)

6) Minorenni (3%)

7) Disturbi sessuali (2%)

Questioni metodologiche e di contenuto

Il passaggio dall’infezione da Hiv alla prevenzione primaria delle MTS ha comportato anche il trapasso dal lavoro con un preciso oggetto (una condizione determinata da una patologia trasmissibile e potenzialmente fatale o non guaribile) ad un lavoro senza oggetto o con molteplici oggetti (unico denominatore comune la rilevazione di un disagio o di un disturbo associato in vario modo al tema Hiv/MTS).

Il panorama della popolazione afferente ai Centri Screening è cambiato negli anni, specie dopo la caduta della letalità della malattia, la constatazione del contenimento dell’epidemia e la scomparsa della pressione della stampa. La situazione di relativa calma sociale (se non disinteresse) e la riduzione dell’afflusso di persone sollecitate da fattori ambientali, ha permesso di distinguere più chiaramente le determinanti individuali sia del rischio che della domanda sanitaria.

Si possono citare da un lato l’aumento della quota di soggetti con rischio di fatto non valutabile più che basso (mobilitati dalla particolare “sensibilità” alla minaccia di malattia/morte per diverse ragioni psicologiche e sociali) e dall’altro lato la maggiore evidenza del ruolo della personalità nel mantenimento di comportamenti a rischio da parte degli individui effettivamente esposti (per i quali l’elemento del rischio nella sfera sessuale è indipendente sia dall’esistenza dell’infezione da HIV che dall’accessibilità di informazioni e misure precauzionali).

Va precisato che la prevenzione secondaria nel caso dell’HIV (intendendo l’azione sulla motivazione e sul senso di responsabilità dei soggetti HIV positivi per evitare la diffusione del contagio) da anni può essere attuata solo nelle strutture ospedaliere competenti, benché sia stata e sia trascurata in modo plateale e faccia talora capolino come dettaglio marginale nei programmi sulla compliance.
Per le MTS non è stata mai presa davvero in considerazione come obiettivo, trattandosi di patologie “curabili” e mancando i presupposti del rapporto continuativo tra paziente e medico nelle strutture periferiche di diagnosi.

I centri di screening, in definitiva, sono e rimangono a bassa soglia e sono difficilmente compatibili con l’offerta di forme strutturate di assistenza psicologica, che rappresentano un vero e proprio salto qualitativo rispetto al livello basale di funzionamento.

Occorre tener presente che nel servizio pubblico la figura dello psicologo non è prevista in alcuna delle branche sanitarie in cui i comportamenti degli individui concorrono allo sviluppo di gravi patologie (per esempio, i pazienti ipertesi o fumatori, in considerazione del rischio di malattie cardiovascolari o tumorali).

Sono la rilevanza sociale (età evolutiva, tossicodipendenze, contraccezione e genitorialità), da un lato, e la gravità di eventi morbosi già verificatisi (infarto, tumore, invalidità e riabilitazione in seguito ad incidenti, etc.), dall’altro lato, a far propendere per l’integrazione di competenze psicosociali. Esattamente quel che è accaduto con l’Aids, con l’inserimento di psicologi per l’assistenza degli HIV positivi e dei loro congiunti, in ragione della letalità della patologia e del trauma della diagnosi.

Di converso, l’importanza della salute mentale è molto aumentata negli ultimi decenni in tutti i paesi occidentali (sono cresciute le diagnosi di disturbi psichiatrici non psicotici e il consumo di psicofarmaci, anche grazie all’efficacia di nuovi composti chimici), in rapporto al cambiamento dei parametri e degli standard di benessere individuale nonché alla fruibilità di trattamenti per un numero sempre maggiore di persone.

Va ricordato che molti studi indicano come affetti da disturbi mentali una percentuale tra il 20 e il 30% dei pazienti che si rivolgono al medico di base per vari tipi di problemi fisici o richieste di accertamenti diagnostici. Alcune ricerche sottolineano il peso dei disturbi di personalità tra i pazienti con affezioni genito-urinarie degli ambulatori ospedalieri, interessando fino al 38% dei maschi omosessuali e al 28% dei maschi eterosessuali. Il disturbo antisociale di personalità, uno dei più gravi e refrattari a qualsiasi tipo di trattamento, costituirebbe il principale predittore di rischio sessuale, essendo caratterizzato tra gli altri da aspetti quali: mistificazione e manipolazione, impulsività e aggressività, negligenza riguardo a sicurezza/salute propria e altrui, uso della forza nel sesso, mancanza di rimorso, incapacità di mantenere relazioni a due.

Tra i criteri diagnostici del disturbo borderline figurano sia drammatica instabilità dei rapporti affettivi sia comportamenti autolesivi impulsivi e incontrollabili (tra cui promiscuità sessuale incurante di rischi di infezioni o di gravidanza e abuso di varie sostanze). Tra i disturbi dell’umore, condizioni di maniacalità/ipomaniacalità o di depressione, sono sovente associate a condotte di esposizione a pericoli di vario genere, patologie sessuali incluse, per la riduzione delle barriere/difese psichiche e fisiche (ipersessualità primaria o compensativa, trascuratezza, indegnità, autodistruttività).

Il cosiddetto counselling è chiamato in causa in situazioni nelle quali è particolarmente stretto l’intreccio tra aspetti sanitari e sociali, individuali e collettivi, comportamenti e risonanza esistenziale. Esso esprime l’esigenza di gestire un contatto fiduciario senza presa in carico, il più possibile comprensivo delle molteplici dimensioni implicate, con un’impostazione di base flessibile, in cui l’operatore giochi diversi ruoli senza fissarsi in alcuno e senza andare fino in fondo a nessuno dei nodi critici; in ultima analisi una relazione più libera ed elastica, oltre che meno asimmetrica, del tradizionale rapporto tra medico e paziente e pure tra psicoterapeuta e cliente, adatta a condizioni, individui, contesti specifici.

La normativa che promuove l’utilizzo del counselling nelle strutture Hiv/MTS cerca di tener conto delle implicazioni psico-sociali della diagnosi di infezione da Hiv (e in linea teorica di ogni malattia sessualmente trasmessa e trasmissibile), mirando a mettere figure di diversa professionalità in condizioni di offrire contemporaneamente informazioni e appoggio: valutare la probabilità che si sia già verificato l’evento Hiv e in tal caso preparare il terreno alla diagnosi per ridurne l’impatto destrutturate.

In alternativa si tratta di individuare i fattori favorenti il contagio, intesi per lo più come non uso di precauzioni e promuovere l’adozione di misure profilattiche o l’accesso alle cure, riducendo al minimo o addirittura evitando l’intervento di ristrutturazione della condotta dell’individuo (del resto, per altri tipi di “prevenzione”, per esempio il cancro al polmone da fumo di sigaretta, si punta al massimo a dissuadere o a trovare surrogati).

Se si tiene conto della avvenuta trasformazione dell’evento in fatto (passaggio da straordinario ad ordinario), si comprende che lo strumento vada calibrato sul presente e su altri obiettivi (la diagnosi di infezione da Hiv oggi ha un significato molto diverso da quello di dieci anni fa, non soltanto sul piano della reazione sociale e della disponibilità di terapie, ma anche su quello della responsabilità individuale).

Rimane pertanto aperta la questione della strategia sottesa alle strutture territoriali di screening e dell’utilizzo di risorse professionali dell’area salute mentale. In molti casi, in effetti, l’intervento informativo o educativo risulta più accettabile e quindi più efficace se guidato da professionisti della salute mentale ma attuato da personale vissuto dall’utente come “vicino” e “non giudicante” (alla pari e comunque non identificato quale tecnico con la capacità di diagnosticare e il potere di etichettare).

La componente psichiatrica e psicologica dell’utenza va tenuta in debito conto, intendendo sia la probabilità più elevata di contagio in presenza di disagio mentale (quel che già alla fine degli anni ottanta veniva chiamato “rischio psichiatrico di trasmissione dell’infezione da Hiv”), sia il segno distintivo di “diversità psicosociale” di parti consistenti della popolazione afferente ai Centri MTS.

Ciò significa organizzare una strategia complessiva di gestione dell’impatto sul servizio dei problemi di cui sono portatori gli utenti, facendo molta attenzione a selezionare i casi passibili di interventi diretti in tale sede (proprio nell’interesse degli stessi pazienti). Un paziente affetto da disturbi o disagi mentali, infatti, va trattato nel contesto adatto e quindi indirizzato, se possibile, ai servizi deputati (si pensi all’importanza di una diagnosi precoce e di un trattamento farmacologico e psicologico in psichiatria).

La domanda spontanea dell’utenza è minima e spesso avanzata sotto forma pressione da parte di individui in circostanze critiche o di pretesa da parte di pazienti disturbati (di frequente già entrati in contatto con i servizi competenti e abituati alla manipolazione degli interlocutori).

Lo stesso personale finisce per aver bisogno di “appoggio” e di figure di riferimento in quanto alle prese con continue sollecitazioni emozionali in un ambiente con scarsa strutturazione dei ruoli e del rapporto con l’utenza. Va, in effetti, posto in giusta luce il rischio professionale costituito dal relazionare a lungo con soggetti compromessi psichicamente o alterati da particolari stati emotivi (paura, allarme, angoscia, aspettative aggressive, reattività, etc.); così come il pericolo insito nel numero elevato di contatti con le aree oscure o scabrose di molteplici personalità (attraverso il confronto sulla condotta sessuale).

Per entrare in comunicazione con un gran numero di individui in modo rapido, estemporaneo e flessibile, per giunta affrontando argomenti intimi e difficili, è necessario uno sforzo intenzionale rinnovato di continuo. Ogni relazione umana, infatti, si gioca nel faccia a faccia di ciascun incontro; e ciò nei centri di screening risulta portato quasi all’estremo, con l’aggravante del mancato riconoscimento dell’operatore quale professionista (anche a causa della eccessiva “facilitazione”).

Vanno sottolineati tra l’altro:

1) il clima di urgenza emozionale o lo stato di vera e propria crisi di parte degli utenti nel momento in cui accedono al Servizio;
2) il misconoscimento della compromissione psichica in atto o di fondo, e per lo più il rifiuto di rivolgersi a figure specialistiche;
3) la variazione ininterrotta dell’utenza e la conseguente necessità di stabilire ex novo un dialogo cercando agganci comunicativi ogni volta nuovi e adatti ai singoli individui, esulando dalla richiesta già soddisfatta di esami sierologici;
4) la complessità delle tematiche da trattare (sessualità, intimità psicofisica, trasgressione e perversione sessuale, invischiamento e dipendenza relazionale, disturbi di personalità e defettualità latenti o subcliniche, omo e bisessualità, etc.), che suppongo formazione, aggiornamento e conoscenze culturali articolate.

Quanto alla “presa in carico” psicologica vera e propria, essa comporta la strutturazione nel servizio di spazi e tempi per la verifica e il supporto degli operatori, perché il materiale psichico va “maneggiato” con cautela e prudenza, nella consapevolezza delle difese da conservare, dei silenzi da osservare, delle verità da tacere. L’intervento psicologico specialistico, inoltre, ha senso se parte integrante di un progetto di “équipe” sull’utente, nel continuum di un lavoro di gruppo. La presenza di “tecnici”, infatti, è condizione necessaria ma non sufficiente per svolgere attività psicologica finalizzata o terapeutica.

Non ultimo, va preservato il costo psichico della richiesta di aiuto specialistico, soprattutto quando è assente o ridotto il costo materiale (economico). Va contrastata l’aspettativa di gratificazione narcisistica di coloro che pretendono d’essere oggetto di attenzione da parte di professionisti della psiche, perché il sostegno o l’approfondimento deve implicare un impegno volontario del soggetto destinatario (riconoscimento di una sintomatologia o di un disagio, sforzo intenzionale per utilizzare il contributo dell’operatore, contratto anche per un solo colloquio).

Negli ambulatori Hiv/MTS, come altrove nel servizio sanitario, le persone potrebbero e dovrebbero ricevere aiuto per riconoscere i bisogni di salute mentale, primo passo per intraprendere qualsivoglia percorso di cura. La promozione della coscienza di malattia o di disagio può ben essere svolto da figure non specializzate rese edotte sulla materia, talora con più efficacia in virtù della maggiore disponibilità dell’individuo a recepire indicazioni in merito da parte di figure non connotate (per alcune tipologie di pazienti l’incontro con lo psichiatra fuori contesto e in modo in-volontario è addirittura controproducente e controindicato).

L’intervento su aspetti emozionali o psicologici riguarda e soddisfa bisogni secondari rispetto alle funzioni dei Centri MTS, nei quali sono primarie le prestazioni di diagnostica e di informazione o educazione sanitaria in regime di gratuità. I problemi dell’utenza che possono eventualmente essere oggetto di valutazione psicologica devono in ogni caso avere a che fare con i motivi che portano i singoli individui ad accedere allo specifico Servizio, cioè quelli che ne fanno appunto “utenti” e non l’esistenza di disagi o disturbi emotivi o mentali, per i quali i riferimenti sono i servizi loro dedicati nel Sistema Sanitario (con dotazioni di risorse, strumenti e setting adeguati, nonché con regole, limiti e costi opportuni).

Il contributo dello psicologo ha scopi molto precisi:
1) prospettare l’intervento educativo più adatto al singolo;
2) definire il tipo di rapporto che gli operatori sanitari possono stabilire con l’individuo;
3) aumentare le probabilità di efficacia del messaggio preventivo grazie all’utilizzo di tecniche e strategie comunicative complesse, alla proposta di una rilettura significativa delle condotte in ambito sessuale e relazionale, all’ampliamento del campo di coscienza e alla motivazione per l’assunzione di responsabilità;
4) effettuare o tentare un invio mirato e con cognizione di causa ai servizi territoriali;
5) identificare eventuali patologie psicologiche o psichiatriche e promuovere per quanto possibile il loro riconoscimento da parte dei pazienti.

Di conseguenza potenziali destinatari di interventi psicologici sono:

a) Soggetti per i quali trovi indicazione la continuità di rapporto con il Servizio e quindi l’accompagnamento supplementare di tipo psicologico, per un tempo definito (es., 3-6 mesi) o non definibile (arco di anni). Controindicazione assoluta per i “preoccupati sani”.

b) Persone con caratteristiche che rendano plausibile e praticabile l’ipotesi di lavoro psicologico (età, livello socio-culturale, etc.).

Tipologie: utenti risultati HIV positivi al test (per l’adattamento alla diagnosi; partner stabili di HIV positivi (per supporto e prevenzione contagio); ex-partner nel periodo di verifica e conferma dello stato sierologico; individui coinvolti in rapporti problematici, che aumentano il rischio di malattia; giovani/adulti omosessuali nella fase di accettazione della preferenza e di organizzazione dello stile di vita; persone con problemi di espressione/affermazione nella sfera sessuale, che portino a maggiore esposizione al rischio (rapporti non abituali con prostitute/travestiti, difficoltà nel reperire partner adeguati, etc.); adolescenti e giovani nel periodo di definizione della progettualità sessuale.

Mattia Morretta (2006)