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SOTTO IL VESTITO TUTTO E NIENTE

L’abito mentale della donna nella vita di società

• Sotto il vestito tutto e niente, Dol's Magazine, 12 marzo 2026

Alla nostra apoteosi del gentil sesso in passerella, certificato da stilisti di gran fama, fanno da contraltare le punizioni esemplari nel mondo islamico più integralista, perché la “velatura” del corpo femminile esprime complessi significati simbolici nel precario equilibrio tra i due generi.

“In una donna il vestito è parte dell’aspetto fisico e una qualunque imperfezione nell’uno equivale a una deformità o un taglio nell’altro”, scrive Thomas Hardy in Via dalla pazza folla per spiegare la frase tipica di colei che è colta di sorpresa da una visita: “Non posso presentarmi in questo stato”. Perché l’abito è la buccia del frutto.
La cura dell’immagine in effetti offre un biglietto da visita e una facciata di dignità, per acquistare forza ed elevarsi a una pur fittizia superiorità. Sicché, apparire Madama o Madonna è sempre stato necessario per affrancarsi dalla condizione di subalternità sociale, nonché evitare il peccato mortale di risultare “brutta” o “inguardabile”, valicando un crinale pericoloso che avvicina in negativo i due sessi.

Se fare la modella è una meta alla portata delle più dotate o ambiziose, che vogliono dar prova della loro bellezza nativa, alle altre è consigliato possedere “bella presenza” o “bel personale” con l’aiuto del guardaroba, visto che la completa nudità ha meno fascino di un corpo che mostra solo certe parti nascondendone altre. Generare un’illusione ottica e focalizzare l’attenzione altrui sulla forma migliore consente al contempo di passare dal subire all’agire, pur non modificando la sostanza della soggezione allo specchio e alla valutazione in società.
Già Apuleio nel II secolo citava il contributo della chioma e delle pettinature adatte alla morfologia della testa: “Se la donna fosse calva non piacerebbe a nessuno. E se non curasse i suoi capelli non si potrebbe considerarla elegante”.

La straordinaria importanza della moda e della cosmesi, in termini economici e sul piano del costume, dimostra che i panni muliebri e l’avvenenza sono una vera costruzione socioculturale per affermare e idealizzare la differenza sessuale, alleggerendo e inscenando qualcosa che è al contempo oscuro e perturbante.
Le “creazioni” sartoriali insistono sulla figura femminile con particolare accanimento, fino a produrre vere sculture, in alcune epoche armature dolorose e opprimenti che imponevano il sacrificio di una bellezza cara in tutti i sensi. Si scherzava infatti nei palazzi nobiliari sul rischio di passare dal ballo alla tomba, sia per le parti esposte al freddo (spalle, petto e braccia) sia per il ritmo dei ricevimenti a ciclo continuo.

Sul tema hanno ricamato scrittori di ogni nazionalità. Gogol’ nei Racconti di Pietroburgo descrive lo sciame di signore e signorine con cappellini e scialli, dai vitini stretti e sottili “non più grossi di un collo di bottiglia”, che spingono a farsi da parte per non urtarle col gomito e spezzare “quelle graziosissime opere della natura e dell’arte”.
Théophile Gautier in Arria Marcella pone l’accento sugli uomini attratti più dall’involucro che dal contenuto, innamorati di qualche metro di seta e pizzo, a rigor di logica più conquistati dalla vetrina di un mercante che dall’indossatrice. Kafka non fa eccezione, sottolineando nel rivolgersi a Milena Jesenská l’efficacia del suo rivestimento: “Sai quando a Vienna portavi l’abito più bello, ma proprio follemente bello?”.

Stefan Zweig nella biografia di Maria Stuarda indugia sulla lunga preparazione della sovrana nel giorno della decapitazione: veste cerimoniale di velluto marrone scuro con guarnizioni di zibellino, colletto alto e maniche ampie; mantello di seta nera con lunghissimo strascico, velo da vedova che dalla fronte cadeva fino a terra, scarpe di marocchino bianco, fazzoletto di seta batista con frange dorate con cui farsi bendare.
A completare il quadro un crocefisso d’oro, una croce d’avorio in mano, alla cintura un rosario incastonato di gemme. Il vero colpo di teatro però erano la seta rossa e i guanti scarlatti che dovevano accordarsi col colore del sangue nel momento fatale, in modo da farla sembrare un’unica fiamma purpurea.

L’aspetto aggraziato, col concorso dell’acconciatura e delle calzature, consente non solo di impreziosirsi, ma anche di astrarre dal reale catapultando dalla quotidianità alla quinta teatrale. Stringere i fianchi, slanciare la figura, valorizzare incarnato e punti di forza, correggere difetti di proporzione con accessori e accostamento di colori, sono possibilità di miglioramento consentite esclusivamente dall’abbigliamento.
Non per nulla per John Donne la virtù appare “in veste di donna” e fino all’altro ieri la donna costumata indossava la sottoveste e per “pegno d’onestà” il grembiule; addirittura le contadine un tempo venivano seppellite con tale emblema domestico per presentarsi al Signore in maniera consona.

Della vittima di stupro ci si chiede come fosse vestita, quasi che bastasse a scatenare l’aggressione, rivelando in controluce il substrato feticistico e irrazionale del fenomeno di attrazione-repulsione. Bisogna purtroppo credere alla falsa coscienza del violentatore che attribuisce il raptus alla gonna corta della malcapitata, perché per buona parte dei maschi la visione di parti evocative del corpo femminile induce una risposta semiautomatica, che fa percepire l’oggetto erotico e scomparire la persona o finanche l’essere umano.
Va ricordato che i confessionali vennero introdotti nelle chiese nei primi decenni del Seicento proprio per sottrarre le donne allo sguardo e proteggerle da frequenti abusi sessuali.

Di fatto la donna deve assumere un abito mentale per rendersi gradita e tutelarsi nello spazio condiviso. L’affettazione di stile e in alternativa l’atteggiamento dimesso mirano a suscitare nell’uomo un senso di inferiorità o disagio, rendendolo perciò meno arrogante e prepotente, come accade davanti a grandi dive e regine, oppure a mamme e sante.
Più lei è raffinata, più è intoccabile e inibente; se invece ostenta parti scoperte in pubblico sollecita un estimo commerciale e veterinario, “scade” a oggetto approcciabile fisicamente, quando non irritante. L’aspetto curato e il portamento sostenuto operano quindi un’edulcorazione necessaria per mantenere le distanze e diminuire la conflittualità latente.

A molti maschi piace guardare femmine che si denudano con gradualità, godendo della progressiva eccitazione che scongiura l’angoscia in agguato. Uno dei più efferati serial killer statunitensi è stato per l’appunto un fotografo professionista, che ha “messo a fuoco” decine delle vittime poi fatte a pezzi. Non a caso nelle festicciole goliardiche tra i travestimenti preferiti per le intrattenitrici (infermiera, suora, puttana) non manca quello in giacca e cravatta.
Maria Bellonci ricorda che nel Rinascimento si era diffusa la moda delle saragoglie, calzoncini ampi all’orientale portati sotto le gonne, che potevano stimolare “la sensuale ambiguità di gusti” degli uomini, desiderosi di far spogliare le fanciulle per vederle in costume da paggio con pantaloncini e giubbetto.

Sotto l’abito insomma deve esserci la conferma della “sorpresa” di una anatomia differente e soprattutto dell’incognita genitale. Perché gli uomini vedono e le donne sono viste, volenti o nolenti, come Diana al bagno nella fonte, disturbata dalla curiosità del cacciatore Atteone, per punizione trasformato in un cervo divorato dai suoi cani.
Al contrario, c’è chi esige la valutazione, ad esempio Rosamond Vicy, protagonista del romanzo di George Eliot Middlemarch, diventata moglie del dottor Lydgate e intenzionata a far conquiste pur dopo il matrimonio per esercitare il diritto alla propria vanità: “A che serve essere raffinate se non si è osservate dai migliori giudici?”.

Dunque le vesti modellano e mascherano la femminilità non solo per far acquisire fascino o creare aspettativa, destare attenzione o valorizzare grazie appetibili, ma anche perché l’idea di Donna precede per l’uomo (stilisti omosessuali compresi) l’incontro con l’altro genere, anzi egli vi accede con senso di familiarità solo dopo averlo “partorito”, rimaneggiato e riplasmato per renderlo meno minaccioso e inquietante. La leggenda di Pigmalione e Galatea insegna.
Pertanto alle interessate spetta il compito di essere rassicuranti e incarnare le varianti degli stereotipi, adattandosi a spostare il loro baricentro psicosomatico sulle figure prodotte e proposte dal sesso “forte”.

Gli artisti sono da sempre i campioni dell’approccio sensoriale e cerebrale al femminile, che è ri-creato mentre viene ritratto, fissando nelle opere prototipi immaginari innati. La più esplicita rappresentazione del duplice registro è la famosa Maja di Francisco Goya, nelle due versioni vestida e desnuda.
Dalì ha pensato bene di inventare abiti con imbottiture e inserti in funzione delle fantasie erotiche maschili e una sedia (Leda) che consiste in un vacuum retto da sottili zampe. Da par suo D’Annunzio, che da piccolo era stato abbigliato da bambina, disegnava le vestaglie delle amanti e si definiva tappezziere incomparabile, adornandole e spogliandole come se fossero bambole.

Va rammentato che Leonardo, cui si deve la prima tavola anatomica di una gravida con feto in utero, fungeva pure da stilista per le dame di corte. Nel Trattato della pittura dava indicazioni precise: “Le donne si debbono figurare con atti vergognosi, le gambe strette, le braccia raccolte insieme, teste basse e piegate in traverso”.
Un canone tuttora valido nei paesi islamici più rigorosi, che vietano la bicicletta e l’automobile alle signore, ritenendo indecoroso che aprano e muovano gli arti inferiori. Ma ovunque la “differenza” associata al genere femminile diviene tollerabile solo se ricoperta o sigillata. All’estetismo seduttivo della nostra moda fa infatti da controcanto il sensualismo orientale dei sette veli e del burqa (la cortina).

Per la donna in fin dei conti, tra tener fede a madre natura, compiacere l’occhio e la mente maschili, gratificare il narcisismo fisico, sentirsi più sicura e garantita nel ruolo, non resta che rifugiarsi in uno strato di tessuto e di belletto, vie di fuga per scomparire apparendo e viceversa.
Per questo Virginia Woolf, che non perdeva tempo ad agghindarsi, nel racconto L’abito nuovo fa della rinuncia alla segnalazione sessuale un’opportunità di indipendenza: “Avrebbe indossato un’uniforme: si sarebbe fatta chiamare Sorella Qualcosa, non avrebbe più pensato ai vestiti”. Magari fosse sufficiente prescindere da panneggi e nudità per essere persone…

Mattia Morretta