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S’udivano sussurri
Echi malinconici di Giovanni Pascoli

Rivive in un’opera di narrativa l'ispirazione del piccolo grande cantore italiano, da tempo rubricato tra i poeti estinti.

S’udivano sussurri
cupi di macroglosse
su le peonie rosse
e sui giaggioli azzurri.
(Casa mia, 1903)

Tamerici e rose rampicanti, profumo di lavanda in stanze in penombra, bicchieri di rosolio o di generoso sangiovese, care atmosfere letterarie d’antan, musicali, avvolgenti, amiche della ragione e dell’immaginazione.

Accade di ritrovarle in Voci da casa Pascoli di Claudio Giovanardi (La Lepre, novembre 2024), un libro odierno con sapore postumo, può darsi vergato un secolo fa e riposto nel cassetto della scrivania, emerso restaurando una residenza a lungo disabitata. Forse perché dedicato a uno scrittore considerato ininfluente, al pari degli idiomi degli avi, in una parola anacronistico.

Del resto Pascoli, nel discorso del 1898 in memoria di un autore in greco e latino premiato ad Amsterdam (il calabrese Diego Vitrioli), non aveva espresso con chiarezza il rifiuto del presente? Scelta a favore della lingua morta per combattere la morte della lingua, proteggendo la poesia dal contagio secolare.

E dunque la nostalgia diviene vivanda dell’animo desideroso di ricordare (la salutare anamnesi platonica) il passato “perfetto”, pur intessuto di dolore e mutilazioni, che rendono di fatto indelebile l’attimo di felicità, come nei versi che per Natalia Ginzburg condensavano la capacità di levitazione della semplicità pascoliana:

Allora… in un tempo assai lunge…
felice fui molto; non ora:
ma quanta dolcezza mi giunge
da tanta dolcezza d’allora!
(…)
Un punto! … così passeggero,
che in vero passò non raggiunto;
ma bello così, che molto ero
felice felice, quel punto!
(Allora!, 1896).

Giovanardi (a sua volta professore universitario prestato alla letteratura) nel romanzo definisce “coriandoli” i frammenti esistenziali ritagliati dai vari testimoni oculari del poeta; ma potrebbero ben essere aquiloni, ripensando a quelli con cui giocavano e gareggiavano i ragazzi del collegio degli Scolopi di Urbino, ove Pascoli aveva vissuto dai sei ai sedici anni.
Un’esperienza immortalata nel poemetto che egli stesso considerava “l’unica bella mia poesia”:

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove e sento
che sono intorno nate le viole…
(L’aquilone, 1900)

Altrettanto varrebbero per quadri a tempera o acquerello, di modeste dimensioni e in sequenza scomposta, non cronologica, che ritraggono momenti topici della famiglia Pascoli.

Giocoforza via crucis con misteri soprattutto dolorosi, nella quale il protagonista è “un povero cristo” (per coincidenza deceduto nel giorno del sabato santo, a cinquantasei anni) assediato da maldicenze e attorniato da pie donne (le sorelle), qualche veronica (Emma, moglie del pittore Corcos, sua ammiratrice e corrispondente epistolare), alcuni apostoli (gli amici Severino Ferrari e Ugo Brilli, i fratelli Raffaele e Giuseppe, costui nei panni di Giuda, pecora nera d’invidia, sin da piccolo indisciplinato e ritenuto inadatto agli studi), autorità preposte (il sommo sacerdote un po’ pilatesco Carducci, lo sferzante vate D’Annunzio), finanche il barabba criminale (Pagliarani, supposto sicario del babbo).

Le figurine più prossime non erano davvero personaggi, perciò risultano verosimili, dato che buona parte dell’umanità non ha sufficiente ambizione per recitare nel gran teatro del mondo, e trova il suo senso nell’esecuzione del compito assegnato dalle circostanze, comparse con una o poche battute nel copione, rassegnate alla “fatica quotidiana di arrivare a sera”.

Ed ecco il coro di voci subentranti di supposti comprimari, i quali in una sorta di seduta spiritica accennano, alludono, sussurrano, rivelano presunte verità, nella cornice di luoghi, città, paesaggi, scenari inseparabili dai drammi di un ordinario tardo Ottocento.

In quanto congiunti non possono “vedere” in Giovanni né la persona né il poeta, si fermano alle impressioni del gomito a gomito (tra uomini spesso e volentieri alzato nelle copiose libagioni in una nuvola di fumo di sigaro), confinati in vezzeggiativi e “diminutivi”, pressioni reciproche e ricatti, ingiunzioni di fedeltà al sangue e al clan, senza soluzione di continuità.

Perché il Fanciullino, nato il 31 dicembre 1855, quarto di dieci fratelli, non esisteva ed è inconcepibile come singolo individuo, ha avuto un ripostiglio interiore, ma non una vita personale, tutt’al più una dimensione intima schiva (o ritrosa).

Se le ristrettezze economiche e domestiche in fondo fungevano da argini, si può dire che zoppicasse in generale e non soltanto per la malformazione del mignolo del piede destro, con l’animo posseduto dalla pigrizia e prono al bere, abbattuto dalla cirrosi epatica, ironia della sorte organo che gli egizi estraevano dal cadavere e riponevano in un vaso canopo votato a Iside, raffigurata con lo stelo di papiro, dea dal cui grembo uscirà la nuova vita dopo la morte.

Fegato che non possedeva per prendere il largo e affrontare la battaglia sociale, marchio costituzionale aggravato dall’arresto traumatico di sviluppo nella pubertà.
Le frequentazioni giovanili degli Internazionalisti camuffavano per l’appunto l’accidia e l’apatia, la rabbia impotente di un ragazzo di talento oppresso dall’indigenza e tentato dalla rinuncia.

Difatti, arrestato nel 1879 a Bologna per grida sovversive e oltraggio ai Reali Carabinieri, assolto per insussistenza del reato, durante gli interrogatori aveva negato le offese e ammesso di appartenere a quella parte dei socialisti che desideravano il miglioramento della società “senza pervertimento dell’ordine”.

Grasso, malvestito, parlatore a volte impacciato e asmatico, altre caldo e felicissimo, come descritto da Gaetano Salvemini nel dicembre 1901, la sua solitudine è stata lo studiolo mentale di adolescente bloccato sulla soglia della maturazione genitale, mutilato dai lutti (il padre Ruggero assassinato, a distanza di un anno la madre Caterina, e via via fratelli e sorelle, tra cui Margherita, autrice di versi), in seguito limitatosi a sopravvivere in una fittizia ibernazione.

Sicché alle tre, poi due, capinere in gabbia non era consentito reale respiro soggettivo a pieni polmoni. Da un lato l’ingombrante minuta sorella Maria, eterna convivente e doppio psicosomatico (nominata nel testamento erede universale), dall’altro l’Ida capricciosa, la traditrice che aveva spiccato il volo per sposarsi e avere figli.

Del resto all’epoca le famiglie, lo ricordava Cristina Campo, erano edifici spirituali solidi e perenni, non le attuali aggregazioni con vuoti siderali tra estranei consanguinei, tutti autoreferenziali.

Nel cerchio asfittico del vincolo orfanile, in compagnia di cagnolini, gattini e uccellini, alle prese con affitto, cambiali, traslochi, brutti pensieri, l’unica licenza per Giovanni era stata quella poetica, dando ragione all’affermazione di Pasternak che “la poesia semplifica la vita”.

Certo, ora d’aria del condannato all’ergastolo e alla decadenza, perché sul piano psicologico se non si cresce si decresce. Dice l’interessato in un passo del testo sul letto di moribondo: “Chi vorrà sapere di me mi dovrà cercare dentro i miei versi, anche Dio dovrà farlo per giudicare se sono o non sono stato un buon cristiano”.

Eppure fino al secondo conflitto mondiale anche gli esseri più isolati e marginali non erano e non potevano sentirsi del tutto soli, in quanto indivisibili dalla comunità di appartenenza e parte di un arazzo culturale nei dettagli regionali e locali, i campanili e le tradizioni religiose, tessuto integro sebbene assottigliato e presto ridotto a cencio.

Non la solitudine, tanto per citare un nome non a caso, incarnata nel Novecento da Pasolini, che infatti cercava disperatamente di annullarla rivolgendosi al Passato. Quel Pasolini che nasce (5 marzo 1922) pressoché dieci anni esatti dopo la morte di Pascoli (6 aprile 1912), ne fa oggetto della tesi di laurea e a sua volta fa l’insegnante, avanti di trasformarsi in demone ambiguo della società consumistica.

Ne discende nel romanzo, affettuosa cavallina storna che ci riporta colui che da troppo tempo non ritornava alla casa comune letteraria, un interrogativo spontaneo: l’uomo laureato cum laude con una tesi su Alceo (decisamente fuori corso, per mancanza di denari per pagar le tasse), docente liceale, quindi professore universitario “per meriti speciali” a Messina e Pisa, successore di Carducci nella cattedra bolognese, famoso per la produzione in latino (a partire dal 1893, ben tredici medaglie d’oro vinte all’Accademia di Amsterdam), che rapporto ha con i suoi versi più peculiari e genuini? Più ancora, poeta e individuo sono la stessa persona?

Di sicuro la perla pascoliana, secreta dal mollusco nell’angustia e nel grigiore, testimonia che può nascere una superiore vocazione lirica in un figlio della terra e della semplicità, lontano da palazzi e agi, corti e salotti.

E che la frequentazione precoce e assidua delle Muse opera in soggetti predisposti la trasfigurazione di cui parlava Leopardi, quando, diciottenne, confidava a Pietro Giordani che la poesia gli aveva fatto “quasi ingigantire l’anima in tutte le sue parti”, poiché conoscere il bello tramite i poeti fa nascere il desiderio di tradurre e far proprio ciò che si legge (Lettera del 30 aprile 1817).

Lo slancio spontaneo di emulare diviene così un ideale sognante che rende tollerabile il reale doloroso, resistenza dello spirito contro la prosaicità della materia che da ogni parte ci assedia e mira a consumarci.

Non sorprende allora avvertire tra le righe dell’opera di Giovanardi (che insegna Storia della lingua italiana nell’Ateneo romano) l’eco delle opere studiate, assimilate nell’archivio cerebrale, le cui voci risuonano e si mescolano facendo dell’autore un medium letterario.
Ciò che ha messo radici rigermoglia dando vita a fiori e frutti simili a quelli originari, in una catena ininterrotta di innesti e incroci.

Accade in tutti gli scrittori con una solida formazione: il terreno neurologico del linguaggio, coltivato con semenze eccellenti, può generare un raccolto verbale per associazione di idee e immagini, suggerendo e suggestionando, trasportando nell’altro mondo narrativo, ove le visioni astratte sono sottratte all’oblio.

Da qui l’effetto costante di “riconoscimento” di frasi che sono patrimonio collettivo, sequenze ritmate di vocaboli che si muovono di corpo in corpo nutrendo le menti umane, rendendo operativa la conoscenza, perché senza azione il sapere è morto.

Lo conferma il Pascoli redivivo del romanzo quando, riflettendo sulle differenze tra la scrittura e le altre arti durante l’ascolto di un concerto di musica sinfonica al Teatro Comunale di Bologna, giunge a concludere che la grandezza del compito assunto da ogni poeta è unica: “Riscattare le parole dalla loro triste vita quotidiana, ridar loro l’anima, farle vibrare con significati nuovi o antichi, rendendole suono quando invece nella bocca di tutti paion solo un rumore sordo”.

D’altronde le rime e le formule pascoliane, “il verde ombrello della mimosa in fiore”, la casa “tacita al vespro puro”, “i vaghi sogni quasi colombi”, sono tuttora strofe magiche che fungono da ponte tra mondi diversi, chiave di un rito mistico. I semi verbali infatti sono permanenti e indipendenti dall’evoluzione della lingua, potenze sonore vive e vivificanti paragonabili a dèi.

Così si chiude il cerchio nell’ultima pagina, riavvolgendo il nastro con i ricordi del fratello Giuseppe, bandito dalle esequie bolognesi il 9 aprile 1912, mentre raggiunge la stazione: “Ripensai ai nostri giochi di bambini, alle corse nel cortile della casa di San Mauro, d’estate, col sole che spaccava di luce l’acqua limpida della fontana”.

Mattia Morretta