
LA ROSA NELLA CENERE
•Biblioteca civica Muggiò (MB)L’ombra di Pasolini a mezzo secolo dalla fine
Amaro calice di un evaporato senso civico, residuo lessicale di ideologie un tempo tonanti, il caso Pasolini può ancora interrogare e inquietare la volubile coscienza collettiva, ma non restituire i petali della sua sofferta umanità.
Così sfogliai una vana rosa, la rosa privata del terrore e della sessualità, proprio negli anni in cui mi si richiedeva d’essere il partigiano che non confessa né piange. (Nuova poesia in forma di rosa, 1963)
Rien ne va plus, disse il destino, mentre in quei mesi del 1975 Rino Gaetano cantava Il cielo è sempre più blu, dalla radio e da schermi televisivi ancora in bianco e nero, nel Belpaese ritinteggiato dalla riforma del diritto di famiglia, che sanciva parità tra i coniugi e abbassava la maggiore età da 21 a 18 anni. L’Italia tricolore intanto ondeggiava pericolosamente tra bianche strategie della tensione, nere trame e rossori terroristici, accorrendo in massa alle elezioni.
Era iniziata da poco la domenica del 2 novembre, quando Pasolini saliva al buio sull’infame palco della disgrazia approntato sulla terra umida e preso in prestito dai versi di Anna Achmatova (Frantumi, 1949). Del resto in quanto omosessuale patente (manifesto) aveva già dovuto accettare il patibolo dell’esposizione, rassegnandosi a una sfera personale dimostrativa e provocatoria, il classico épater le bourgeois oppure la galerie (il pubblico).
Giorni dopo il necrologio avrebbe potuto scriverlo, con più accuratezza dei contemporanei, Dickens: “Qui viene sepolto nella corruzione per poi levarsi nella corruzione: spettro vendicatore al capezzale di molti infermi e vergognosa testimonianza per il futuro di come erano unite la civiltà e la barbarie in questa nostra presuntuosa isola” (Casa desolata, 1853). Nondimeno la nostrana penisola. Perché, a chi pretende un retroscena politico, andrebbe rammentato il monito di Hannah Arendt: qualunque crimine riguarda l’intera comunità e non solo la vittima e i congiunti, perché danneggia la collettività ed esige formale riparazione (Epilogo de La banalità del male, 1964).
E dire che a maggio Pier Paolo era tornato all’elegia dell’indimenticabile Friuli con La nuova gioventù, recupero e restauro del volume del 1954 La meglio gioventù. L’ultima sezione, tuttavia, appendice a sé stante, rivelava gli inequivocabili sintomi del brutto male aggravato sin dal titolo “Tetro entusiasmo” (citazione da Delitto e castigo di Dostoevskij).
Lo schiaffo dell’omicidio efferato e spropositato aveva destato sul momento la maggioranza e la minoranza silenziose, tornate presto al beato sonno degli egoisti e degli ingiusti. Una morte brutale per l’autore di Una vita violenta pareva predestinata, quasi un colpo di teatro finire assassinato nel giorno dei defunti, per un uomo che si era identificato e offerto quale vittima, sedicente “puro come un vecchio santo, buono come un pazzo”, campione di proclamata mitezza. E che si era "frastornato nella violenza dei sensi e dell’intelletto" (Un’educazione sentimentale), lasciando opere postume gravate dal sadomasochismo.
Non per nulla Thomas Hardy (Via dalla pazza folla, 1874) fa notare che chi ha consumato le sue forze migliori per viaggiare in un’unica direzione, non ha più energia per invertire il cammino. Per certi aspetti, una volta persa la partita (in quanto regista ed editorialista di successo), a Pasolini non rimaneva che mettere la società dalla parte del torto.
Guarda caso, firmando il contratto col Corriere nel 1974, aveva sottolineato una coincidenza storica: “Dieci giugno come nel 1940, anch’io dichiaro la guerra”. Col passare degli anni l’amarezza della perdita di ruolo autonomo in un contesto irriconoscibile alimentava una resistenza rabbiosa e non più soltanto “una disperata vitalità”.
Giulio Nascimbeni infatti ricordava di averlo incontrato il 12 ottobre 1975 a Francoforte alla Fiera del libro: rannicchiato in un angolo dello stand Einaudi, aveva risposto in maniera distratta al saluto mentre ripeteva tra sé “è atroce”. Il medesimo vocabolo usato da molti commentatori venti giorni dopo a proposito della sua fine.
Atroce (cioè, nero) era un aggettivo cui ricorreva sovente da che scorgeva tenebra ovunque, non sperando più nel chiarore crepuscolare di decenni prima, quando tra gelseti e sambuchi, in luoghi deserti destinati ai candidi e ai perduti, attendeva che scendesse la sera.
Tra i libri sparsi, pochi fiori azzurrini, e l’erba, l’erba candida tra le saggine, io davo a Cristo tutta la mia ingenuità e il mio sangue. (La religione del mio tempo, 1957-59)
Cent’anni di solitudine (cinquanta in vita e cinquanta in morte) è perciò la didascalia ben più pertinente della beatificazione di martire, esercizio retorico di chi punta l’indice contro noti e ignoti cattivi per liquidare fastidiosi sensi di colpa. Come nella tragedia greca i cori cantano strofe e antistrofe, disponendosi a destra e a sinistra del protagonista, a voci che accusano rispondono altre che assolvono, in una sorta di sequestro di persona: uno, nessuno e centomila.Nella rete web non mancano domande rivoltanti e ridicole, parto plebeo dell’indifferenza: chi era la moglie o con chi era sposato Pasolini? Chi era il compagno?
Nella sua sorte colpisce la sovrabbondanza di fattori esterni che velano o ricoprono quelli interni, un polverone che va lasciato depositare per cogliere il panorama sottostante. Perché esiste il mondo storico con le sue leggi e il mondo universale dei temperamenti e delle passioni umane con propri decreti. Jung parla di predisposizioni psichiche fondamentali, tanto che la forma assunta dalla nostra vita è per lo più irrazionale, cioè determinata da istinti ed elementi subcoscienti.
Perciò Pasolini può apparire una pop star attuale e al contempo un personaggio anacronistico per via dell’accelerazione dei processi di trasformazione sociale. In fondo la sua figura era compatibile solo con una comunità ancora identificabile, pur a un passo dalla frantumazione, un paese “reale” cui poter appartenere anche in posizione deviante.
Difatti Pasolini voleva contribuire alla conservazione del gruppo in senso antropologico, senza emendarsi dalle sue “tante anormalità” (come ha poi detto Moravia), finendo per esibire virtù civiche accanto a inalterati vizi privati.
Convinto di possedere buone qualità invulnerabili e con l’attitudine del giocatore d’azzardo, che lo induceva a immaginarsi imperatore della fortuna e in-giudicabile (a dispetto dei riferimenti al peccato e alla colpa), volente o nolente è caduto nella trappola del pubblico dominio e ludibrio.
Scrittore per vocazione, sin da ragazzo si era abituato a trasferire sulla pagina inquietudini e angustie, facendone sì un rimedio e un buen retiro, ma perdendo altresì la cognizione del dolore e delle conseguenze delle azioni concrete. In maniera similare Maria Stuarda, imprigionata, non avendo di meglio, aveva continuato a vergare su un foglio di conti una lettera di tremila parole, per trovar scampo dalla coscienza e fuggire in un altrove di carta.
Benché gli vengano attribuite doti divinatorie, Pasolini era essenzialmente un semiologo, cioè un esperto di segni linguistici, visivi e gestuali. Più che prevedere, rilevava come un sismografo le scosse di terremoto che stavano disgregando la patria ideale della sua giovinezza, alla quale desiderava restare ancorato.
I suoi strumenti erano l’Osservazione attenta e laterale (sguardo di poeta, regista, pittore e diverso) e l’Esperienza diretta (“privata, quotidiana, esistenziale”). Una percezione acuta e febbricitante sulla propria pelle, nella prossimità con i minori, che dava luogo a un proferire folgorante e nebuloso, messaggero di sventura che deludeva aspettative togliendo la maschera al falso mito del progresso.
L’esito è stato il tono conclusivo da predicatore, con la fusione di fondamentalismo politico e radicalismo francescano. Basta citare Appunto per una poesia in terrone (ne La nuova gioventù, 1975): “Così non si può più andare avanti. Bisognerà tornare indietro, e ricominciare daccapo. Perché i nostri figli non siano educati dai borghesi, perché le nostre case non siano costruite dai borghesi, perché le nostre anime non siano tentate dai borghesi. Perché i nostri corpi, se è destino che non vivano più l’innocenza e il mistero della povertà, vivano la cultura comunista (contadina, proletaria, paleoindustriale, dialettale). Perché la nostra ansia, se è giusto che non sia più ansia di miseria, sia ansia di beni necessari”.
A due settimane prima della morte risale l'articolo sul Corriere della sera (18 ottobre 1975) a commento del massacro del Circeo, l’orrore di due ragazze del quartiere della Montagnola seviziate e abbandonate come bestie nel bagagliaio di un’automobile da tre giovani benestanti.
Pasolini irrideva la stampa che si era rallegrata attribuendo la colpa a privilegiati corrotti e fascisti, soprassedendo sulla criminalità di massa. In specifico, a suo parere proletari e sottoproletari gravitavano oramai nell’universo piccolo borghese, di cui avevano adottato i modelli in precedenza disprezzati, ostentando la medesima faccia sorridente e livida a indicare l’imponderabilità morale.
E aggiungeva: “Il consumismo, che ha distrutto il mondo reale trasformandolo in irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra bene e male, ha prodotto una ferocia basata sull’assenza di ogni tradizionale conflitto interiore, l’impietrimento e la mancanza di pietà”. Proponeva quindi di abolire la scuola d’obbligo e la televisione, l’una perché promotrice di schiavi prigionieri di un infimo cerchio di sapere, l’altra perché fomentatrice di esempi fuorvianti.
Pur lodevole voce nel deserto, non si può dire che Pasolini, in bilico tra entusiasmo e delusione, cogliesse uomini e cose nelle reali dimensioni, poiché operava proiezioni che ritirava in base alle frustrazioni sperimentate, in una sorta di onirismo sociale e politico. Ma è indubbio che percepisse con autentica sofferenza lo sradicamento del vecchio mondo, archiviato con brutalità dalla voracità e velocità del nuovo corso, che ha sbriciolato millenni di pensiero e tradizione.
Nei panni di uno psicagogo (alla lettera “conduttore di anime”), nonostante l’insistenza sulla materia, rivendicava la continuità spirituale e tentava di rivitalizzare un corpo agonizzante, mentre già sorgevano neonate creature antropomorfe. A qualcosa di analogo aveva mirato Luciano di Samosata, il brillante autore del II secolo, “corsaro” beffardo contro la mistificazione religiosa e culturale nella grave crisi dell’Impero romano, con l’ironia che Pasolini non conosceva, se Laura Betti ricordava di essersi assunta il compito più difficile, farlo ridere.
Perché da sempre la civiltà si accompagna alla cosiddetta “spirale discendente della storia”, punteggiata da ricorrenti ere del male, ed è noto che “la pace corrompe non meno di quanto la guerra distrugge” (John Milton, Paradiso perduto, 1674).
Cinquant’anni fa in effetti non si trattava di trionfo della borghesia, se mai di progressiva egemonia del criterio monetario, con camuffamento delle classi e approdo-ritorno alla divisione tra ricchi e poveri, chi ha i mezzi (possibilità e comodità) e chi no. E in parallelo di ribaltamento democratico dai primi agli ultimi nella rappresentazione sullo schermo sociale, tanto che in prospettiva sarebbero diventati icone gli eroi delinquenziali, i devianti e gli alternativi al vetusto Occidente (del genere Arabia felix).
La caduta dei modelli ha riguardato altresì l’età con l’idealizzazione di adolescenti e bambini (con conseguente accento sulla pedofilia - amplificata grazie a Internet), e il linguaggio, ridotto ai minimi termini, gestuale e in parole povere, per una gioventù posta di fronte a tre opzioni incivili: asocialità, anti-socialità e para-socialità (regno virtuale telematico).
Sicché, le sue erano proposte, più che provocatorie, assurde. Certo, nel periodo della formazione e della maturità di Pasolini la collocazione politica costituiva il principale fattore distintivo e identitario di cittadinanza, che obbligava alla faziosità e alla netta scelta di campo.
A differenza dell’afflato religioso, la fede comunista poteva inoltre accreditarlo di uno scopo utile per la collettività e rendere tollerabile la sua “diversità”, compensando il vuoto a perdere dell’inclinazione omosessuale, rimasta sul piano pubblico nel vago e su quello privato a proprio rischio e pericolo.
Pareva pertanto inevitabile lo scivolamento dall’iniziale ispirazione elegiaca e lirica all’ingaggio epico, battagliero e polemico. Da qui il “Maciste magretto della letteratura” (Poesia in forma di Rosa), nella parte di combattente armato di parole (e immagini), nonché di milite dell'eros: “Ah, le mie passioni recidive / costrette a non avere residenza! / Volando a terre eternamente estive / scriverò nei moduli del mondo: senza fissa dimora” (La ricerca di una casa).
Comunque sia, l'ambizione è la veste principesca che non ha mai tolto, neppure quando si è messo a nudo e persino nelle mortificanti modalità della sua pratica sessuale. Non a caso nella posa del signorotto medioevale ha eletto a sua ultima dimora la Torre di Chia (Castello di Colle Casale), vicino a Bomarzo, nella Tuscia viterbese, risalente al 1200.
Se n’era innamorato durante le riprese de Il Vangelo secondo Matteo, la cui scena del battesimo si svolge lungo il torrente locale, riuscendo poi ad acquistarlo alla fine del 1970 e a far costruire una casetta in pietra mimetizzata tra rocce e verde, con pareti vetrate all’interno e una minuscola cucina. Non senza favorire l’istituzione dell’Università e la valorizzazione del territorio. Da lì era partito per Roma la sera del primo novembre 1975 sulla sua Alfa Romeo GT, al ritorno da un viaggio a Parigi.
Perché, a ben vedere, sull’esistenza e l’opera di Pasolini aleggiava il sogno di essere un personaggio di Dostoevskij, primo nome anche della lista di autori di riferimento per la stesura di Petrolio. In particolare avvertiva la fascinazione del romanzo Umiliati e offesi (1861), nel quale i migliori dal punto di vista morale hanno la peggio nella società, tanto da utilizzare il titolo al singolare per la seconda sezione de La religione del mio tempo, ove compare appunto l’epigramma Al principe.
Proprio nella figura del Principe Valkovskij, senza scrupoli, ambiguo e sadico, che procede tra presunzione e disprezzo di sé, esempio di natura umana tormentata e “coerentissima incoerenza”, poteva scrutare a occhi socchiusi certi suoi sinistri tratti caratteriali. Tocca dunque a Fëdor Michàjlovič, la cui memoria è stata osteggiata dal regime sovietico fino al 1956, la morale della favola triste: “Avete detto solo la verità, perciò avete mentito” (L’idiota, 1868).
Mattia Morretta

