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Federico García Lorca, i libri e le idee nella vita individuale e nella società civile

Allocuzione alla popolazione di Fuente Vaqueros
Alocución al pueblo de Fuente Vaqueros
Patronato Cultural Federico García Lorca de la Diputación Provincial de Granada, Casa Museo de Fuente Vaqueros, 1996

Il discorso solenne in pubblico, definito da Lorca “una modesta e piccola lezione”, è stato stampato per la prima volta nel 1986 a cinquant'anni dalla morte, e verosimilmente risale agli inizi di settembre del 1931 durante la fiera paesana.

Alle elezioni dell’aprile 1931 in Spagna avevano vinto i nuovi movimenti di ispirazione liberale e di orientamento moderato, dando avvio alla Seconda Repubblica con all’opposizione conservatori, Chiesa ed esercito.

Così, nel maggio del 1931, nel clima di fervore repubblicano, la giunta municipale di Fuente Vaqueros aveva intitolato al poeta la via dove aveva trascorso l'infanzia e il 30 dello stesso mese era stata proposta la creazione di una Biblioteca Popolare, la prima nella provincia di Granada, con conseguente invito a Federico, già all’apice della fama, a inaugurarla.

Fuente Vaqueros, villaggio di origine araba a quindici chilometri da Granada, contava all'epoca circa 1400 anime (oggi 4000), in un lirico orizzonte di uliveti, boschi, cime innevate, la fertile pianura illanguidita dalle acque del Genil e del Guadalquivir.

I García vi possedevano due case (altrettante a Valderrubio) e Federico vi era nato il 5 giugno 1898 in Calle de la Trinidad al numero 4, benché poco dopo la famiglia si fosse trasferita nella abitazione più grande in Calle de la Iglesia.

Dal lato opposto al paese rispetto a Granada sorgeva Viznar, ai piedi della Sierra di Alcafar, triste meta dell’ultimo viaggio terreno di Federico, ove in una gola selvaggia, il barranco, sarebbe stato fucilato in una data non accertata tra il 17 e il 19 agosto del 1936. Ora lungo il cammino di Alcafar una stele in pietra recita “Lorca eran todos”, per ricordare le migliaia di vittime anonime del periodo della guerra civile, i cui resti giacciono nella pietraia e non sono mai stati ritrovati.

Federico, che condivideva l’ideale democratico soprattutto per il ruolo del teatro, della musica e della poesia nell’arricchimento spirituale dei ceti svantaggiati, nell’incontro in Biblioteca tiene a prendere le distanze dalla concezione materialistica ed economica dell’essere umano.

Per lui, che parteggiava per “la povertà semplice e umile come pane nero”, e non quella “sordida e famelica”, il dramma più grave dell’indigenza era l’impedimento della fioritura dell’anima, cioè l’aspirazione a un’esistenza pienamente umana anche in senso culturale.

Va ricordato che proprio nel 1931 viene approvato il suo progetto di teatro itinerante La Barraca, che partirà nell’estate dell’anno seguente e proseguirà sino all’aprile del ‘36, con lo scopo di far conoscere il repertorio nazionale di grandi opere classiche, in versioni fedeli ma con adattamenti moderni.
Rappresentazioni gratuite e senza compenso per gli interpreti, sempre non professionisti e selezionati tra gli studenti universitari, i barracos, che indossavano tute azzurro scuro con un distintivo che riproduceva la ruota del carrozzone degli attori girovaghi del passato.

Nell’allocuzione alla popolazione Lorca sottolinea che tutte le sue conferenze sono letture di un testo scritto, un lavoro più impegnativo del semplice parlare, sia perché l’oratoria rischia di disperdere le idee e diventare solo una musica gradevole, mentre il resto lo porta via il vento, sia perché scrivere è una forma di espressione duratura e può servire anche agli assenti.

Dopo aver salutato le autorità e aver espresso il debito di riconoscenza verso l’amato paese, ove ha trascorso la sua lieta infanzia, per l’immeritato onore di aver dato il suo nome all’antica Calle de la Iglesia, Lorca inizia la vera e propria argomentazione.

“Al mondo non ci sono che vita e morte ed esistono milioni di uomini che parlano, guardano, mangiano, ma sono morti. Più morti dei veri morti che dormono il loro sonno sotto terra, perché hanno l’anima morta. Morta come un mulino che non macina, perché non ha amore, né un germe di idea, né una fede, un’ansia di liberazione, imprescindibile in tutti gli uomini per poter chiamarsi tali”.

Una malinconia profonda lo coglie pensando alle creature che, per mancanza di mezzi o per loro disgrazia, non godono del supremo bene della bellezza, sua maggior preoccupazione nel presente. Per questo regala i libri che compra ed è onorato di inaugurare la biblioteca. Perché la lettura è necessaria per la vera formazione umana e i libri devono essere accessibili a tutti.

“Non di solo pane vive l’uomo. Io, se fossi affamato e abbandonato per via, non chiederei un pane, bensì mezzo pane e un libro. E contesto con decisione coloro che parlano soltanto di rivendicazioni economiche, senza mai nominare quelle culturali, che è ciò che a gran voce chiedono i popoli. Sta bene che tutti mangino, ma pure che gustino i frutti dello spirito umano, perché altrimenti li si converte in macchine al servizio di uno Stato, in schiavi di una terribile organizzazione sociale".

“Ho molta più compassione di chi vuol sapere e non può, rispetto a chi è affamato. Perché costui può calmare la sua fame facilmente con un pezzo di pane, ma chi ha ansia di conoscere e non ne ha i mezzi soffre di una tremenda agonia, poiché sono libri, molti libri, ciò di cui ha necessità, e dove sono i libri?”.

“Libri, libri! Che parola magica, come dire ‘amore, amore’. Che i popoli dovrebbero domandare come chiedono il pane e anelano la pioggia per le loro coltivazioni.
Quando il grande scrittore Dostoevskij, padre della rivoluzione russa ben più di Lenin, era prigioniero in Siberia, remoto dal mondo, tra quattro pareti e attorniato da desolate distese di neve infinita, scriveva alla famiglia lontana domandando: «Inviatemi libri, molti libri, affinché la mia anima non muoia»".

“Aveva freddo e non chiedeva fuoco, sete e non voleva acqua, voleva libri, cioè orizzonti, scale per salire sulla vetta dello spirito e del cuore. Perché l’agonia fisica, biologica, naturale, di un corpo per fame, sete e freddo, dura poco, assai poco, ma quella dell’anima insoddisfatta dura tutta la vita”.

“Solo con la cultura si possono risolvere i problemi in cui si dibatte oggi il popolo, pieno di fede, ma senza luce. E non dimenticate che prima di tutto viene la luce (Y non olvidéis que lo primero de todo es la luz). È la luce che agisce su alcune personalità per forgiare i popoli e fa sì che essi vivano e crescano, grazie alle idee nate in menti privilegiate, piene di superiore amore per gli altri”.

“Una biblioteca è una voce contro l’ignoranza, una luce perenne contro l’oscurità. Il libro è senza discussioni la maggior opera dell’umanità. E non pensiamo mai a quanto sforzo, attesa, dolore e sangue è costato il libro che teniamo tra le mani”.

“Molto spesso un popolo è addormentato come l’acqua di uno stagno in un giorno senza vento. Nessun lieve tremolio turba la dolce tenerezza della superficie, le rane giacciono sul fondo e i passeri stanno immobili sui rami".

"Ma lancia d’un tratto un sasso e vedrai un’esplosione di cerchi concentrici, di onde che si espandono rovesciandosi le une sulle altre fino a frangersi sui bordi. Vedrai un sussulto generale dell’acqua, un agitarsi di rane in ogni direzione, un’inquietudine sulle rive, persino i passeri addormentati tra i rami ombrosi disperdersi in stormi nel cielo azzurro”.

“Molte volte un popolo dorme come l’acqua di uno stagno in un giorno senza vento, e un libro, più libri, possono farlo vibrare e inquietarlo, insegnandogli nuovi orizzonti di progresso e concordia".

“Quanto sforzo è costato all’uomo produrre un libro! E che influenza ha esercitato, ha e avrà nel mondo! Basta citare la Bibbia, il Corano, i testi di Confucio e Zoroastro. L’anima, il corpo, la salute e la ricchezza finanziaria dipendono da tali grandi opere. La Rivoluzione francese proviene dall’Enciclopedia e dai libri di Rousseau, e tutti i movimenti sociali di ispirazione comunista e socialista promanano dal Capitale di Marx”.

Il poeta prosegue ricostruendo la storia millenaria della scrittura, dalla pietra e i papiri alle pergamene sino alla carta, mostrando che l’uomo ha lottato con le unghie, con gli occhi e col sangue per eternare e diffondere, fissare il pensiero e la bellezza. E indica la data precisa dell’arrivo della carta dalla Cina in Occidente, attraverso i prigionieri cinesi degli arabi, il 7 luglio del 751 dell’era cristiana. Un passo gigantesco nella storia del mondo.

Quindi fu la volta dei manoscritti e degli amanuensi, e via via si passò dalle collezioni reali e delle classi benestanti, dalle case dei saggi e degli studiosi, alla disponibilità per il maggior numero di persone.

“Milioni di esseri umani morivano senza sapere cosa fosse una lettera. Ma l’umanità premeva misteriosamente su alcuni individui affinché aprissero con le loro asce di luce il bosco fittissimo dell’ignoranza”.

Fondamentale è stato il ruolo dei monasteri, nei quali senza fanatismo o intransigenza (l’intransigenza è molto più attributo moderno) si custodirono e studiarono opere imprescindibili, e ci si applicò alle lingue antiche per comprenderle, così che, per esempio, un filosofo pagano come Aristotele ha potuto influire sul cattolicesimo.

“Si dice che il dolore di sapere apre le porte più difficili, ed è vero. Questa confusa ansia umana ha indotto studi e prove fino all’invenzione della stampa, nella stessa epoca della polvere da sparo e della scoperta dell’America, una rivoluzione nelle anime che ha inaugurato la cultura moderna, favorendo gradualmente il trapasso dei volumi da beni di lusso a oggetti di prima necessità. Infine si è giunti ai giornali e periodici, le pubblicazioni a buon mercato, economiche”.

Lorca invita dunque i benestanti ad aiutare offrendo denaro per acquistare libri, perché è loro precipuo dovere, e quelli che non hanno mezzi a leggere e coltivare la loro intelligenza come unico strumento di liberazione economica e sociale: “Perché l’ignoranza è terribile e dove c’è ignoranza è molto facile confondere il male col bene, la menzogna con la verità”.

“Libri, libri! Mi auguro e mi impegno affinché giungano alla Biblioteca libri di tutte gli orientamenti e le idee. Tanto le opere divine, illuminate, dei mistici e dei santi, quanto quelle incendiarie dei rivoluzionari e degli uomini d’azione.
Che si confrontino fianco a fianco il Cantico spirituale di San Giovanni della Croce con i romanzi di Tolstoj. Che si guardino faccia a faccia La città di Dio di Sant’Agostino con Zarathustra di Nietzsche o Il Capitale di Marx".

“Perché, cari amici, tutte queste opere sono conformi nell’amore per l’Umanità e nell’elevazione dello spirito, e alla fine si confondono e abbracciano in un ideale supremo”.

“E lettori, molti lettori! So che non hanno tutti egual intelligenza, come non hanno la stessa faccia, perché ci sono intelligenze magnifiche e poverissime, come ci sono volti brutti e belli, ma ognuno ricaverà dal libro ciò che può, gli sarà sempre utile e per alcuni sarà persino salvifico".

"E in ogni caso, se per mancanza di preparazione non possono oggi beneficiare di tutto ciò che possono dare i libri, se ne gioveranno i discendenti. Perché tutti debbono sapere che gli uomini non lavorano per sé stessi, bensì per coloro che verranno, che è il senso morale ultimo dei veri rivoluzionari e della vita”.

“L’egoismo equivale a sterilità. Serve spirito di sacrificio e abnegazione in ogni settore per intensificare la cultura, la sola salvezza dei popoli, a maggior ragione nel momento in cui l’umanità tende a superare le classi sociali, così come erano istituite in passato.
Ribadisco che i progressi sociali e le rivoluzioni si fanno con i libri; tuttavia non valgono armi e sangue, se le idee non sono ben orientate e ben assimilate nelle teste. I popolani leggano per apprendere non solo il vero senso della libertà, ma il senso della mutua comprensione e dell’esistenza”.

“Ho cercato di spiegare il lavoro che è costato all’uomo per giungere a far libri per porli in tutte le mani. Amateli e prendeteli come amici. Perché gli uomini muoiono ed essi invece restano, più vivi di giorno in giorno, gli alberi appassiscono e quelli son sempre verdi; e perché in ogni momento e ogni ora si aprono per rispondere a una domanda o per prodigare un consiglio”.

“E saluti a tutti. Ai vivi e ai morti, giacché vivi e morti compongono un paese. Ai vivi per augurar loro felicità e ai morti per ricordarli con affetto perché rappresentano la tradizione popolare ed è grazie a loro se siamo qui.
Non dimenticate il prezioso detto di un critico francese: Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”.

Traduzione e trascrizione di Mattia Morretta (novembre 2025)